Le bambole ospiti di Capitello d´Ispani

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Nella piccola perla del Golfo di Policastro un museo in miniatura espone oltre duecento esemplari che abbracciano due secoli di storia del giocattolo

 

 

 

 

 

Di OLGA CHIEFFI

 

 

 

“Ma dimmi, che tipo di bambole preferisci? Piccole o grandi, dei bebè o vestite da grandi? Di stoffa, di legno, o….” “Bambole, per piacere, solo bambole a cui volere bene!” . Facciamo nostra una frase di Bettina Ehrlich, per la quale le bambole erano protagoniste, insieme a fauni e ninfe delle sue pagine, sia scritte che “acquarellate”, per invitare quanti trascorreranno qualche ora a Capitello, frazioncina marina del comune di Ispani, a visitare lo spazio espositivo che ospita oltre duecento esemplari di questo giocattolo, nei cui occhi è scritta la storia dell’uomo. Da solo due settimane è stato inaugurato il Piccolo Museo della Bambola “Cynthia Falcone”, concepito nel 2011, anno della scomparsa della signora, la quale ha donato al comune oltre duecento pezzi, che attraversano due secoli di storia. La Pro Loco, presieduta da Pino Milo, ha fatto suo l’originale progetto, supportato dal marito della donatrice, Marc Fouret, messo in opera, dalla volenterosa direttrice del museo Rosalda Maniscalco, coadiuvata dalla memoria storica del paese, Rosanna Giffoni, nonché dal consigliere comunale Michele Morabito, rendendo, così, fruibile al pubblico questo piccolo tesoro, ogni fine-settimana dalle 18 alle 21. Nel piccolo museo, troviamo dei pezzi d’inizio ottocento, secolo in cui fu riconosciuta l’importanza del gioco per lo sviluppo dei bambini, e di conseguenza periodo in cui l’industria delle bambole divenne fiorente. Già nel 1824, infatti, i fabbricanti di bambole tedeschi avevano inventato un congegno che permetteva alle loro bambole di dire “mamma” e “papà”. In seguito, durante quello stesso secolo, fabbricarono bambole in grado di camminare. Nel frattempo i francesi concepirono una bambola che mangiava, chiamata Bébé Gourmand, e bambolotti che venivano vestiti secondo la moda dell’epoca. Certamente i pezzi più interessanti sono gli esemplari della Jumeau, fabbricanti che puntando sul valore artistico e sulle tecniche esecutive, istituirono un’associazione, finalizzata alla tutela e alla valorizzazione delle bambole e dei giocattoli francesi di alta qualità, che prese il nome di S.F.B.J., acronimo di Sociètè Francaise de Fabrication des Bèbès et Jouets. Le bambole in biscuit, prodotte dai maestri artigiani francesi, si distinguono, infatti, nettamente dalle altre per l’originalità e la bellezza estetica. 
Create per celebrare lo stile e le tendenze della moda del tempo, le bambole francesi indossano veri e propri capolavori di alta sartoria, con tessuti pregiati, arricchita da ricami, rouches e pizzi. Gli occhi dipinti o in vetro soffiato quasi sempre di colore azzurro, con lunghe ciglia dipinte o realizzate con peli di martora.
Le bambole in biscuit, sopravvissute all’usura del tempo, si consegnano a noi come testimonianza della cultura, della moda e del savoir-faire degli artigiani di un tempo. Particolarmente ricercate da collezionisti ed estimatori sono le bambole dette “Parisienne”, i bebè realizzati, appunto da Jumeau con i corredi personali delle bambole dell’epoca, come quello per il collegio, da sposa o da viaggio. Nelle vetrinette, inoltre, si possono ammirare anche bambole eleganti abbigliate con abiti sfarzosi, con tutti i loro accessori: pettini, pellicce, ventagli e mobilio, tra cui un perfetto modellino di pianoforte verticale, che era vanto delle famiglie borghesi a partire dalla seconda metà del secolo XIX. Nel secolo breve, si è assistito a un boom senza precedenti nella fabbricazione delle bambole. Negli anni ’40 del secolo scorso l’uso della plastica permise ai fabbricanti di produrre bambole a buon mercato ma comunque elaborate, che abbiamo rappresentate nel museo. Da quando, poi, nel 1959 è stata lanciata sul mercato, la Barbie ha dominato l’industria delle bambole e a Capitello se ne contano diverse appartenenti a limited collection, ispirate ai grandi colossal cinematografici. Libri, scatole originali, cataloghi, sono consultabili dai visitatori, ma l’ immagine con cui si esce dal piccolo museo della bambola è certamente il sorriso di Cynthia che sembra evocare l’innocenza dei piccoli che giocando con una bambola, sia essa di pezza, di carta, di legno, di plastica vanno oltre il semplice oggetto, trasformandolo in una compagna di giochi e un’amica con cui lanciarsi a caccia della vita. Opera meritoria la riscoperta ragionata delle bambole, la loro storia delle storie, rinnovare il racconto, ascoltando il silenzio presente in quegli oggetti, ricercando il segno poetico, nel suo domandare, riaccendendo la meraviglia per l’essente, la meraviglia che l’essente è. Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio, ossia della morte, e la gioia della parola, dell’immagine, dell’anima delle cose.