Bollywood ha cento anni e sfida gli USA

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Diego Del Pozzo Canzoni e tanta musica, danze scatenate su coreografie elaboratissime, colori accesi proprio come le passioni che travolgono gli animi dei personaggi, un irresistibile mix di generi differenti (dalla commedia al melodramma, dal poliziesco al musical), universi di fantasia costruiti a tavolino per far sognare gli spettatori, dive e divi idolatrati e capaci di scatenare fenomeni di autentica isteria collettiva, l’immancabile lieto fine, una durata dei film molto spesso ben oltre le tre ore, una poetica dell’eccesso visivo e narrativo che ben si sposa con una spettacolarità pari solo a quella dei kolossal hollywoodiani: sono queste le caratteristiche peculiari del cinema di Bollywood, il nomignolo – crasi di Bombay e Hollywood – col quale la potentissima industria cinematografica indiana è conosciuta, ormai, in tutto il mondo. Il cinema in India nasce esattamente 100 anni fa, nel 1913, quando il regista e produttore Dadasaheb Phalke (al quale, dal 1966, è dedicato il corrispondente indiano del premio Oscar) realizza il film mitologico «Raja Harishchandra». Da allora, negli studios di Bombay, oggi Mumbai, s’è sviluppata una produzione sempre più diversificata e sofisticata, realizzata prevalentemente in lingua hindi, ma capace di proporsi come fattore decisivo di unificazione culturale, in una nazione-mondo nella quale si parlano una ventina di lingue differenti e si professano altrettante religioni, ma dove vedere un film al cinema rappresenta il clou di ogni attività sociale. E così, oggi, quella indiana è l’unica cinematografia al mondo in grado di resistere allo strapotere culturale ed economico dei film hollywoodiani. Se si tiene conto, infatti, del miliardo circa di abitanti – e, dunque, di potenziali spettatori – di quello che si configura come autentico continente a sé (il subcontinente indiano), allora non può stupire il dato che vede Bollywood battere Hollywood per quanto riguarda i biglietti venduti ogni anno nei cinema di tutto il mondo, addirittura 3,6 miliardi contro 2,6, grazie soprattutto al clamoroso dato del mercato interno, dove i film indiani conquistano una percentuale pari al 95 per cento e quelli americani poco meno del 5 per cento. Per festeggiare il centenario del cinema indiano, Feltrinelli Real Cinema ha appena pubblicato l’ottimo cofanetto «Bollywood – La più grande storia d’amore» (16.90 euro), contenente l’omonimo documentario musicale diretto da Rakeysh Omprakash Mehra e Jeff Zimbalist, ma soprattutto prodotto da Shekhar Kapur, abbinato al libro «Made in India» a cura di Emilia Bandel. Il film, presentato quest’anno a Cannes come evento speciale, è un trascinante caleidoscopio di sequenze tratte da oltre 100 film bollywoodiani scandite dal ritmo frenetico di numeri musicali straordinari per inventiva delle coreografie e splendore scenografico. Nel volume allegato, invece, una serie di interessanti saggi approfondisce le coordinate di un fenomeno che, pur non esaurendosi certamente con Bollywood (poiché l’India può vantare una tradizione di cinema «d’autore» storica e continuamente rinverdita, da maestri come Satyajit Ray ad autrici recenti come Deepa Metha e Mira Nair), ha il proprio cuore industriale e artistico a Mumbai, tra la spiaggia meridionale di Juhu e Film City, gli studios bollywoodiani situati appena a nord della gigantesca metropoli. In quest’area ad altissima concentrazione di produttori, agenti, distributori, registi e attori, compositori e coreografi (due categorie fondamentali per il cinema di Bollywood) sono nate le leggende di divi come Amitabh Bachchan o Shah Rukh Khan (una sorta di Tom Cruise indiano) e di attrici bellissime come Madhuri Dixit, Rani Mukherjee e Aishwarya Rai, ormai una sorta di ambasciatrice dell’India nel mondo. Ed è sempre da qui che un ambizioso e ricchissimo tycoon come Amit Khanna (che in molti considerano l’inventore del nome Bollywood) lancia la propria sfida ai colleghi di Hollywood, dove la sua multinazionale Reliance Entertainment controlla già più di 240 sale cinematografiche, ha acquistato quote della DreamWorks di Steven Spielberg per oltre 600 milioni di dollari e ha messo in circolo altri 600 milioni di dollari per coprodurre otto film ad alto budget con divi del calibro di Brad Pitt, Jim Carrey, Nicolas Cage, Tom Hanks e George Clooney. «Gli Studios americani», sottolinea proprio Khanna, «sono invecchiati, hanno bisogno di nuova linfa. Noi abbiamo questa nuova linfa e siamo in grado di fornire una nuova sensibilità investendo direttamente sugli uomini e sui talenti per creare grandi film. I nostri punti di forza sono i numeri della nostra popolazione, i nostri giovani, la nostra tradizione cinematografica e i nostri modi di narrare storie». Insomma, proprio mentre celebra il suo primo secolo di vita, il cinema di Bollywood si lancia con sempre maggiore decisione alla conquista dell’immaginario globale.