La romanzesca Ravello, un paradiso sul golfo di Amalfi (di Alfredo Saccoccio)

0

 

La romanzesca Ravello, un paradiso sul golfo di Amalfi (di Alfredo Saccoccio)

Riceviamo dal Sig. Alfredo Saccoccio un articolo culturale con foto su Ravello e lo pubblichiamo così come ricevuto.

Alberto Del Grosso-Positanonews

La bellezza dei paesaggi e la dolcezza del clima ci hanno spinti a Ravello, un suggestivo centro della costiera amalfitana che affascinò (e continua ad affascinare) scrittori e nugoli di artisti e di musicisti, che sbarcarono su questo splendido lembo della Campania alla ricerca dell’arte classica nel “paese dove fioriscono i limoni”. Erano, per la maggior parte, provenienti dalle brume del Nord.

Dalle balze rallegrate da limoni, bouganvilles e cactus, terrazze dalla vista mozzafiato su incredibili panorami, siamo attratti dalla visione del mare splendente. L’incanto del luogo è possente, da cui affiorano ombre e ricordi del passato.

Si sa che Wagner soggiornò in Italia, a più riprese, vivamente attrattovi da una singolare suggestività. In questa, però, non entrò granché la spinta del monito di Wolfgang Goethe, secondo il quale nessun tedesco di qualche cultura avrebbe mai dovuto trascurare un viaggio in Italia. Nell’intento dell’olimpico poeta teutonico c’era la ragione di un esclusivo interesse culturale, o quasi. Vedere i monumenti d’Italia, i segni grandiosi dell’antica Roma e le alte testimonianze del nostro Rinascimento, quindi i capolavori della pittura e dell’architettura, che ne furono l’appendice consequenziale, doveva essere l’impegno tassativo dei tedeschi di più buona civiltà. Nell’Italia del suo tempo, Goethe non vedeva e non chiedeva di vedere che una gloria dell’evo antico: l’Impero romano tramontato.

Dalla sua aspirazione alla serenità e all’armoniosità dell’arte greca, verso la quale tendeva il suo spirito poetico, giungeva a vagheggiare la gagliarda, quadrata forza della prisca romanità. Era, questa sua aspirazione e questo suo vagheggiare, un modo poetico di esulare in un mondo lontano, perfetto, quantomeno ideale, quale la sua fantasia se lo figurava, come, del resto, esce sicuramente da ogni indagine storica e critica. L’Italia del suo tempo contò poco per lui, se non affatto: l’Italia viva, diciamo, ancora della propria gente viva, animata da forti passioni e da fervidi entusiasmi, sollecitata da non meno appassionanti e audaci problemi nazionali, gentile, pittoresca, di pronta, acuta intelligenza.

Wagner esulò in Italia, vi sconfinò meglio, con l’anelito del nordico che ha come sete di sud, che nel sud trova un contrapposto che lo completa potenziando certe sue forze latenti. Più che a visitare i monumenti, egli venne ad inondarsi della luce del nostro sole, a bearsi dell’azzurro dei nostri mari, a pacificarsi e ad eccitarsi, nello stesso tempo, godendo le dolcezze del nostro clima, animato, perduto, fantasticante, nei nostri più fascinosi paesaggi. Wagner fu veramente l’uomo nuovo, tutto della vita del suo tempo, preso e mosso dai suoi ingranaggi, quindi vibrante con esso e di esso. Artista potentissimo, non si isolò negli sconfinamenti letterari dell’estetismo preziosistico e di maniera.

Mente colta, di varia dottrina, non s’appartò nella contemplazione e nell’adorazione esclusiva di alcun mito storico. Indotto istintivamente ad abbracciare la causa dello spirito politico più avanzato del suo tempo, seppe stare, anche uomo tra uomini, senza falsa e bassa demagogia, umanamente, come chi, pur consapevole della propria grandezza sa tuttavia che non è, che non può e non deve essere senza accordi simpatici con il proprio simile.

Al cospetto dell’incomparabile scenario di bellezze immote e solenni, tralucenti in specchi d’acqua di baie nascoste fra agrumeti profumati, pieghettate fra declivi ora verdissimi ed ora scabri e ferrigni, il genio di Lipsia, anch’egli pellegrino d’amore e di ideali, sulla scia dei grandi Spiriti (S. Francesco d’Assisi, Verdi, papa Adriano IV, Grieg, che qui venne, il 26 maggio del 1880, in una primavera, quando il meraviglioso giardino della storica Villa Rufolo gli apparì tutto lussureggiante, di una fantastica flora orientale), profferì, rivolto al pittore Jukowsky, che lo accompagnava per la ricerca di bozzetti per il “Parsifal”, la famosa esclamazione: “Il magico giardino di Klingsor è trovato!”.

Wagner aveva trovato nella Villa Rufolo, già cara a Boccaccio e ai d’Angiò, fra cielo e mare, in un luogo così recondito e suggestivo, l’ambiente reale ed irreale al tempo stesso che egli cercava, da vario tempo per l’Italia e che corrispondesse al poema e alla musica del “Parsifal”.

In quel mese di maggio 1880 il grido di Richard Wagner, tutto fervore, è tutta intelligenza. E’ l’interiorità delle cose che dal primo slancio tocca il suo cuore. L’orchestrazione magica stringe il suo essere. E nel momento anche in cui egli ritrovi i tratti di Klingsor, potrebbe non scoprire quelli di Kundry? Giardino da cui si effonde in una perpetua nascita un mondo ebbro d’emozione, come per un crepuscolo saturo di profumi e di campane un cuore umano troppo pesante per il suo rimorso o per la sua felicità non sentirebbe spuntare in lui l’irresistibile rugiada dei pianti? Ah! Di quale pietà il divino maestro del “Parsifal” dovette sentire, dall’alto delle sue terrazze e sopra il volo sinfonico delle Ragazze-Fiori, il lamento lacerante di Kundry! E’ in memoria di quella sorella straziata di Madeleine che egli piantò un rosaio.

Sunt lacrymae rerum

Anche Grieg, come Wagner, come Liszt, come Ibsen, come Andersen, come Bjorson, come innumerevoli artisti venuti dalle brume del nord, sentì il fascino del nostro cielo, accogliendo in sè la serenità del nostro mare facendola sua, ridonandola poi a noi, per magia creativa, in mirabile opera d’arte. Si vuole, infatti, che proprio a Ravello Grieg abbia scritto una delle sue più belle composizioni, la famosa “Primavera”.

Edward Grieg, un norvegese che amava intensamente due cose, la musica e la sua terra, prese dimora nell’Albergo Toro, bianco asilo di pace, seminascosto fra gli alberi. La bellezza del luogo agisce sulla fantasia dell’artista, inducendolo a tradurre in note le sue sensazioni. Siede al pianoforte e comincia a comporre, ascoltando le voci della natura, che solo rompono quell’armonioso silenzio. E’ l’eco delle cascate che scorrono fra le rocce, è il fruscìo del vento fra gli alberi, è il cinguettìo degli uccelli, è il ronzare degli insetti, sono le mille, piccole voci, gli indistinti sussurri che sembrano scaturire dai rami, dalle corolle, dai fili d’erba, dai palpiti delle ali, dalla terra stessa, che, ridestatasi dal gelo invernale, esulta all’avvicinarsi della primavera. E’ una sorta di canto trionfale, è l’inno della rinascita, è il tripudio della vita che erompe, vittoriosa, in una festa di suoni, di canti, di colori, attraverso il buio e il silenzio della morte.

Renato Fucini, anticipando le parole di una famosa canzone napoletana, scrisse scherzosamente che il giorno del Giudizio Universale per gli amalfitani che andranno in Paradiso sarà un giorno come tutti gli altri ed ancora ammonì coloro che si recano sulla costiera di stare attenti nel guardare tanta bellezza, per non restarne abbagliati, come dopo aver fissato il sole. Ora, se a un italiano la bellezza di quei paesaggi faceva tanta impressione, immaginate quale stupore doveva suscitare in chi aveva ancora nella retina l’immagine dei malinconici fiordi, la tristezza delle lunghe lande ghiacciate, delle cupe distese di abeti, delle scarne betulle oscillanti nel vento come fantasmi. Uno stupore che il musicista esprimeva in musica, così come a un poeta avrebbe ispirato versi, a un pittore paesaggi incantati, dove l’azzurro, il verde, il rosa, il viola, i dolci toni di grigio nelle antiche pietre di Ravello si fondono sulla tela in mille sfumature di colore, sempre piene di luce.

Giungiamo a Ravello, sul belvedere famoso della Villa Rufolo , tra aiuole traboccanti di fiori, percorrendo i vialetti che corrono tra l’una e l’altra di esse, mettendoci seduti sui bordi delle graziose fontane, sui terrapieni e sulle terrazze della villa, quasi a strapiombo, anch’esse, sul mare e sui litorali amalfitani, i quali, tra un seno e l’altro, cacciano fuori i loro floridi speroni e sopra vi sono villaggi e cittadine, che, da quassù, si scorgono nel nitore dei più minuti particolari.

Un balsamo è il silenzio del luogo, vera panacea celeste, che folgora le scorie, fa balzare lo spirito a piani superiori, terge l’intelletto offrendogli trasparenze straordinarie. Non si sa il perché. Non basta ciò la leggiadria del luogo, il panorama fiabesco, codesto guardar giù il mare e i litorali da una terrazza naturale, alta almeno 350 metri, e coperta di pini, vigneti, fiori e piante preziose. Non bastano tali visioni, che pure sono straordinarie, a mettere lo spirito in quelle condizioni che dicevamo: qui deve trattarsi di effluvii speciali, di flussi portentosi, sulla cui natura sarebbe vano indagare. Lo dicono tutti che a Ravello si sta come in paradiso, sospesi tra cielo e mare, sedotti dal suo scenario medioevale e dal profumo dei limoni, a ridosso dei monti Lattari.

Che dire, poi, di Villa Cimbrone, molto vicina a Villa Rufolo? Qui un lungo viale, ombreggiato da cipressi, da pini ad ombrello e da platani, lega la dimora alla punta estrema della tenuta impassibile nel suo abito di marmo, Cerere conduce all’incomparabile Terrazza dell’Infinito, dove si succedono sette antichi, che sembrano aleggiare nell’aria. “La bellezza del luogo è al di la di tutte le descrizioni”, scriveva, nel 1880, Cosima Wagner.