IN DIFESA DELLA BELLEZZA DEL CILENTO E DELLA COSTA D´AMALFI, PATRIMONIO DELL´UNESCO

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E’  durata 15 giorni la mia vacanza cilentana, consumata e goduta a cavallo tra fine luglio e la prima decade di agosto, come ogni anno.

 

Ho fatto scialo dei sapori della tradizione: fusilli, cavatielli, ciambotta, acqua-sale, insalata del contadino ricca di freschi profumi dell’orto. Ho colto all’allba rorida di brina le ultime albicocche rosate, le pere succose nelle varianti spadona, coscia, mastantuono, le prugne dolcissime nell’acquosità zuccherina tondeggiante e/o oblunga nel caleidoscopio dei colori: rosse, rosa, bianche, gialle….

 

Ho fatto il pieno di emozioni nel tour culturale nei porti di mare limpido e iodato, nei sagrati di chiese di collina, sugli spalti luminosi di castelli panoramici a volo d’abisso di montagne a riscoprire ed esaltare i personaggi del mito e della storia consacrati nelle lettere del mio ultimo libro: TERRE D’AMORE: CILENTO E COSTA D’AMALFI e/o cantare nei miei versi in lingua e in dialetto, vecchi e nuovi, il peana alla mia terra di nascita, sintetizzato, quasi ogni sera, su immancabile richiesta d’amore, in: CHESTA E’ LA TERRA MIA!

 

Per fortuna, dopo una breve sosta nella mia casa salernitana, riparto alla sospirata fruizione della mia terra d’elezione: la Costa d’Amalfi, quasi per un bisogno addirittura fisico oltre che psicologico, di ricomporre l’unità del cuore spaccato in due tra cilentanità e amalfitanità. Resto un maledetto Ulisse pellegrino malato nel profondo di curiositas per la bellezza e la storia delle due coste da ricomporre nell’unicum della mediterraneità, che mi esplode dentro e mi feconda cuore, anima e pensieri. Per la verità nelle ultime sere non mi sono mancate nè l’una nè l’altra, perchè la casa dove sono nato e che mi accoglie nel turbine dei caldi ricordi quando vi torno, dispone di un ampio terrazzo spalancato sul mare dei miti e della Grande Storia di Paestum e che, da un lato conquista l’orizzonte fino a Palinuro, passando per Agropoli, Licosa e Velia e, dall’altro, incanta con le lucciole dei paesi, che dai Lattari scivolano a mare con i coriandoli d’oro e argento delle luci di case e chiese da Vietri a Positano  ed oltre fino a Punta della Campanella e Capri, sirena di bellezza a danza d’onda nelle notti d’estate.

 

Quasi tutte le sere mi sono attardato fino a notte fonda con il sottofondo del concerto dei grilli e delle cicale, che mi cantavano una rauca serenata d’amore dal fogliame degli alberi del sottostanbte giardino. Erano le ore in cui mi abbandonavo alle riflessioni, pervaso da profondo orgoglio di identità e di appartenenza, ma anche, a volte, di riflessioni amare.

 

Avevo portato con me, tra gli altri libri, l’opera omnia di Niccolò Machiavelli, lettura utilissima in questa intricata stagione di vita politica nazionale, ed un breve ma denso ed interessante saggio di Tommaso MONTANARI: Le pietre e il popolo (ed. minimum fax). Da Montanari ho appreso che l’UNESCO ha inserito nel “patrimonio dell’umanità” 981 siti censiti in tutto il mondo. Di questi ben 49 (il maggior numero) si trovano in Italia. E due sono vanto e gloria nostra, della terra salernitana, intendo dire: Il Parco del Cilento e la Costa di Amalfi. A questi va aggiunto, sempre gloria nostra, un Bene Immateriale: La dieta mediterranea.

 

Guardando il territorio che toccavo con mano, il Cilento, e l’altro che a distanza mi rideva di grazia e di bellezza, La costa di Amalfi, mi sentivo pervaso da legittimo, antico e profondo orgoglio, perchè avevo avuto il privilegio di vivere lunghi periodi della mia vita nell’uno e nell’altro territrorio, di averne cantato la storia e la bellezza e di avervi speso con generosità ed entusiasmo parte considserevole del mio impegno politico, civile e culturale-

 

Il legittimo orgoglio era minato, però, da più di un interrogativo che mi turbinava nel profondo e mi rodeva come un tarlo: Ho fatto fino in fondo tutto quanto potevo e dovevo? Sono in pace con la mia coscienza? Ho pagato tutti i conti in sospeso con la vita e con la storia personale e collettiva? Erano questi gli interrigativi che mi ponevo e comunque li rigirassi, la risposta era negativa a fronte dei tanti sfregi alla bellezza, alle ferite gratuite alla storia, agli oltraggi all’arte e ai monumenti, che sfacciatamente gridano vendetta e vergogna alla luce del sole nell’uno e nell’altro territorio.

 

Erano gli interrogativi che mi ponevo e le risposte che mi davo nelle serene, luminose, limpide serate agostane restavano sempre negative.

 

Erano interrogativi più che legittimi e che tutti, sopratttutto quanti vi hanno recitato un ruolo pubblico di responsabilità e gestione del potere dovrebbero porsi, soprattutto quando, come nel mio caso, gli anni incalzano ed impongono un lucido e scrupoloso bilancio d’esistenza. Mi ha catturato una profonda malinconia ed un profondo senso d’impotenza-

 

E’ stato allora che mi è venuta in soccorso una bella pagina di Machiavelli, quel tratto della bella lettera che spedisce a Francesco VETTORI, dalla Garfagnana, in cui era stato esiliato ingiustamente dai suoi nemici della Signoria di Firenze. Malato di nostalgia, chiedeva protezione all’ambasciatore fiorentino presso il Sommo Pontefice, per poter rientrare in patria. E gli faceva il resoconto delle sue giornate in Garfagnana. Parlava con i contadini e con i taglialegna, frequentava bettole di infimo grado e di dubbia fama, scendendo ad un livello di comportamento che lo abbrutiva e per fotografare la sua vita di degrado fisico e psichico, usava un termine bellissimo e forte nel suo realismo. Scrive, “durante il giorno io m’ingaglioffo“. Però a sera rientrava a casa, si ripuliva, indossava gli abiti  eleganti delle grandi cerimonie, rientrava nello studio e intesseva dialoghi di cultura con Dante e Petrarca, Tibullo e Ovidio…..

 

Anche a me è capitato e capita ancora di “ingaglioffirmi“, ma non quando quando parlo con i contadini, i limonicoltori, i vignaiuoli della Costa d’Amalfi, o quando intreccio dialoghi di profonda umanità con contadini, tagliaboschi, pescatori della Costa cilentana, che mi confessano le loro pene, gli stenti e le fatiche della loro quotidianità e che ascolto sempre con  grande rispetto e profonda partecipazione emotiva. No, non è assolutamente quello il momento in cui “m’ingaglioffo”. Mi ingaglioffo quando incappo in amministratori comunali responsabili di tolleranza, acquiescenza  e, spesso, anche complicità per le ferite e gli sfregi alla  bellezza che amministrano e che dovrebbero conservare in tutto il suo splendore, menandone vanto e si arrampicano sugli specchi per giustificare il loro comportamento irresponsabile e criminoso; m’ingaglioffo quando mi capita di discutere con operatori di strutture turistiche di eccellenza ma che vendono ed offrono accoglienza di discutibile qualità e senza il benchè minimo tocco di eleganza, come si converrebbe a località “patrimonio dell’umanità”- E’ allora che mi ingaglioffo ed avverto la necessità di ritrovare bellezza, grazia e armonia alle fonti dell’arte, della poesia e della musica, in ultima analisi alle sorgenti luminose della bellezza. Il tema è serio ed impone, forse, un discorso più approfondito che mi ripropongo di fare a breve.

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it 

 

10 agosto 2013