Valentina Vezzali, artigli e passione dellamamma-fioretto

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Budapest — L’onorevole mamma, o la mamma onorevole, se suona meglio, di buon mattino le ha suonate al mondo, giusto per ricordare che Valentina Vezzali, all’alba dei 39 anni, nonostante una maternità portata a termine 82 giorni fa e a dispetto di un curriculum che inviterebbe a una gioiosa pensione, è sempre una fiorettista che «mena». Per la verità, uno dei sei assalti di qualificazione per entrare nel tabellone finale iridato di domani l’ha perso. Ha ceduto per 5-2 a Katalin Varga, «un’ungherese che ha avuto il pubblico dalla sua», derubrica Vale. In realtà immaginiamo che la magiara, prima o poi, farà la fine della venezuelana che nel 2005, a Lipsia, sempre nei gironi eliminatori e prima che l’azzurra imboccasse la strada per il titolo, sorprese la Vezzali al rientro dalla prima maternità, quella volta però quattro mesi dopo il parto. «La “massacrerò” come feci con l’altra, quando ritroverò Katalin? Non lo so, vedremo… Per ora sono contentissima ». Chi l’ha aiutata nel recupero — a cominciare dai medici, preoccupati per la ferita chirurgica inguinale conseguenza della nascita di Andrea — si accoda alla soddisfazione: il primo tempo è vinto; tra poco arriva il secondo, che lei giocherà entrando tra le top 64 come numero 26. Avanti allora con una chiacchierata giocoforza su tre fronti: con la campionessa, con una madre che adesso non può allattare («Il bambino è a casa con la febbre»). Valentina, che cosa ha provato a risalire su una pedana? «L’emozione di una bambina. Rispetto a Lipsia ero più conscia, ma a certe cose non ci si abitua mai: quando ritrovi le tue passioni, il cuore batte forte. Mi sono rivista nel primo giorno di scuola o nel primo in Parlamento: all’elezione del presidente della Camera mi mancava il respiro». È stato più complicato stavolta o nel 2005? «Rispetto a otto anni fa ho avuto 40 giorni in meno: tanti. Nelle ultime tre settimane, però, ho perso 12 chili e ho ritrovato le sensazioni giuste. Poi, a differenza di Lipsia, a fondo pedana c’è Giulio Tomassini, il mio maestro. E ci sono pure mio marito e nostro figlio Pietro a darmi tranquillità». Andrea, invece… «È stato vaccinato e ha avuto la febbre, non è qui. In hotel mi dovranno levare il latte: purtroppo non potrò surgelarlo, ma quando tornerò, si attaccherà di nuovo a me». Ora la fase finale: navigazione a vista? «Punto a un bel torneo e a divertirmi: per costruire le fondamenta serve pazienza. Se si pensa subito alla torre, crolla tutto: nel 2005 la torre fu solida perché aveva le basi. Ripeto quello schema e ci provo». Ha mai sognato una Lipsia-bis? «Se si pensa troppo, non va bene. Devo essere come la Pellegrini e come la Cagnotto: mi hanno insegnato che è bene essere leggeri di testa». Si vuole che la Pellegrini si sia allenata di meno… «Ma no, lei si allena tantissimo! Avrà solo rallentato e sarà stata più sciolta mentalmente». Il pensiero del bambino sale in pedana? «Il pediatra mi ha detto che la mamma gatta tira fuori gli artigli per difendere il cucciolo. Ed è di sicuro più forte una mamma gatta che un’atleta non mamma ». Quanti la chiamano onorevole? «Qualcuno lo trovo. Comunque, i colleghi mi hanno inviato un “in bocca al lupo” ». Auguri bipartisan? «Più che altro da Scelta civica, ma sono sicuro che tutti tifano per me». Dice Di Francisca: «Senza il fioretto, Valentina non sarebbe se stessa». «Con la scherma non ho concluso. Però quando la lascerò, avrò altri obiettivi: resterò nello sport, ma seguirò pure le questioni delle donne e delle mamme». (Flavio Vanetti – Corriere della Sera)

 

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