2/8/13- CIA ( Central Intelligence Agency) E l’OPC (Office of Policy Coordination) IN ITALIA DURANTE LA “GUERRA FREDDA”

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A chi si domanda su quali basi ho scritto questo “pezzo”, rispondo che sin da ragazzo, sono stato un assiduo e appassionato lettore della carta stampata di ogni genere. Tra le tante notizie, inchieste  e testi letti in Italia e nel mio peregrinare in giro per il mondo per la mia attività giornalistica e che continuo ancora a  leggere, ho letto anche testi sull’argomento trattato.  Pubblico qui di seguito,  nel credo che un giornalista, senza danneggiare, abbia il dovere di scrivere su tutti gli argomenti,  resi di pubblico dominio, di cui acquisisce conoscenza.

Alberto Del Grosso

Correva l’anno 1953  quando giunse a Roma Clare Boothe Luce come ambasciatore americano, brillante, mondana giornalista e scrittrice di fama, vi rimase sino al 1957. Nello stesso anno  1953 arrivò a Roma Gerry Miller che aveva lasciato la divisione Europa occidentale a Washington, per dirigere la “stazione” romana della CIA. Miller era  era stato inviato perché bisognava impedire che l’Italia cadesse nelle mani dei comunisti ed evitare che le difese militari della NATO venissero aggirate politicamente dal partito comunista. Gerry Miller chiamò a Roma William Colby e gli offrì di dirigere la “stazione” romana della CIA con suo pari grado ed interessarsi del suo più vasto programma di operazione politica clandestina da lui intrapreso sino a quel momento. Per Colby, fu un’occasione ineguagliata per dimostrare che un’assistenza segreta poteva aiutare gli amici italiani a sconfiggere i nemici senza ricorrere alla forza e alla violenza.  

La possibilità di una presa di potere comunista in Italia come risultato elettorale aveva preoccupato molto gli ambienti politici di Washington prima delle elezioni italiane del 1948. Era stata questa paura a portare alla creazione dell’Office of Policy Coordination che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche propagandistiche e paramilitari segrete. L’assistenza frenetica che la CIA aveva fornito in Italia all’ultimo minuto, in quella occasione, aveva avuto un effetto positivo. Il partito della Democrazia cristiana, appoggiato dal vaticano e guidato da Alcide De Gasperi, aveva raggiunto quasi il 50% dei voti e aveva ottenuto la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati. Saggiamente, De Gasperi aveva  voluto che la Democrazia cristiana governasse in coalizione con i piccoli partiti laici e democratici del centro, i liberali e i repubblicani, anziché contare esclusivamente sulla chiesa cattolica e creare nel Paese la divisione tra clericali e laici, che avrebbe dato ai comunisti l’occasione per atteggiarsi a campioni della moderna libertà sociale. Le elezioni del 1953 segnarono un sostanziale ripiegamento per tutti i partiti del centro, e suscitarono a Washington e nell’Europa occidentale una viva preoccupazione per il futuro dell’Italia. Perciò c’erano validi motivi di temere che, se la tendenza manifestata dall’elettorato tra il 1948 e il 1953 fosse continuata, la coalizione governativa del centro democratico si sarebbe indebolita ulteriormente, mentre i voti dei comunisti e dei socialisti sarebbero aumentati sino a fare della sinistra la maggiore forza politica in Italia. Durante quegli anni, la CIA non era rimasta inattiva. Ma evidentemente occorreva qualcosa di più di dello sporadico appoggio fornito negli anni delle elezioni ai partiti democratici del centro, ai socialdemocratici e democristiani quando avevano rotto con i sindacati socialcomunisti. E’ questo perchè Mosca faceva affluire di nascosto aiuti massicci al partito comunista italiano. Qualcosa come 30 milioni di dollari e più all’anno (secondo le stime di quel tempo). Quei fondi venivano usati molto bene, una rete massiccia di organizzazioni comuniste copriva l’Italia. In ogni provincia c’erano federazioni del partito, con funzionari attivisti stipendiati e per ogni segmento della popolazione, c’era una apposita organizzazione paracomunista. Le donne, i giovani, gli operai, gli artisti, i coltivatori diretti, i reduci della guerra partigiana…tutti avevano una un’organizzazione che sosteneva di difendere i loro interessi; una prodigalità che superava di gran lunga quella dei partiti democratici. L’Italia rischiava di diventare la prima nazione del mondo finita nelle mani comuniste ad opera della sovversione.

 

Era una prospettiva che Washington non poteva e non voleva tollerare. Il clima della “guerra fredda” non lo permetteva. Inoltre la Russia e la Cina apparivano ancora unite da un’alleanza incrollabile. Il comunismo era all’offensiva in molte aree, dalla Malesia alle Filippine e in Europa con la cosiddetta campagna “della pace” sferrata  contro la NATO e il Piano Marshall. La “guerra fredda” sembrava acquisire intensità ed estendersi ancora di più e negli Stati Uniti, l’anticomunismo isterico del senatore Joseph McCarthy stava raggiungendo punte febbrili.

In una simile atmosfera era impensabile che Washington potesse lasciare l’Italia ai comunisti, e Clare Luce, possedeva l’energia necessaria per impedire che ciò accadesse. L’unico problema stava nel decidere come si doveva salvare l’Italia, e ben presto risultò evidente che la CIA avrebbe avuto un ruolo chiave, Il Piano Marshall aveva ridato ossigeno all’economia dell’Italia, la NATO la proteggeva da eventuali attacchi militari sovietici, ma soltanto la CIA poteva fornire gli strumenti per contrastare la campagna politica comunista sul piano organizzativo, dove la minaccia era più grave.

Le operazioni politiche della CIA in Italia, e molte altre che negli anni seguenti si ispirarono ad esse, soprattutto  in Cile, sono divenute oggetto di critiche feroci, in particolare negli anni più recenti. Si è sostenuto che gli Stati Uniti (e la CIA) non hanno alcun diritto di “interferire negli affari politici interni di un’altra nazione sovrana perché è attività illecita e immorale. Si tratta di vedere se questa è da considerare  illecita e immorale, quando esercitata per difendere gli Stati Uniti ed i suoi Alleati della NATO contro l’espansionismo sovietico.  Il sostegno politico e finanziario era indiscutibilmente un mezzo moderato e non violento per realizzare tale scopo. Questa prospettiva può non giustificare tutti gli atti di interferenza compiuti della CIA a partire dal 1947, ma li giustifica sicuramente nel caso dell’Italia degli Anni Cinquanta.

Ma se gli Stati Uniti erano giustificati nell’intraprendere l’operazione, è stato chiesto, perchè dovette occuparsene la CIA? La risposta è che gli Stati Uniti non disponevano allora di altri organismi in grado di svolgere il lavoro in modo efficiente.

Prima della creazione dell’OPC quale braccio dell’azione clandestina della CIA, Washington aveva effettivamente cercato di sostenere le forze del centro democratico italiano con altri mezzi…per esempio, il Piano Marshall. Se la CIA avesse cercato di far pervenire direttamente gli aiuti governativi in modo scoperto, i destinatari sarebbero stati accusati dai comunisti di essere al soldo di Washington. Perciò risultò evidente che per la riuscita di un’operazione del genere, doveva  fare restare segreto che la fonte degli aiuti era il governo americano.

A quel tempo, l’operazione politica non era l’unica attività della CIA in Italia. Infatti, l’OSO era impegnatissima in una intensa attività di spionaggio e controspionaggio che includeva collegamenti con i servizi segreti italiani. Ma il programma d’azione politica della CIA costituiva il compito principale della CIA in questo Paese. E certamente i milioni di dollari dispensati, rappresentavano la somma più alta che l’agenzia avesse mai investito in una singola operazione politica.

Quando giungeva  voce che una rivista o un quotidiano stava per essere acquistato da qualche editore intenzionato a dargli una linea antiamericana o neutrale da minacciare gli interessi degli Stati Uniti, il problema si poteva risolvere acquistando la maggioranza delle azioni del giornale o rivista per mezzo di intermediari o fondando una pubblicazione concorrente. Le somme in gioco erano enormi e il problema di controllare il contenuto editoriale giorno per giorno a Roma e a Washington, era insuperabile . Washington voleva che la CIA si desse da fare nel campo della stampa perché sapeva benissimo come funzionava l’apparato mondiale della propaganda comunista; piazzava una notizia in una oscura pubblicazione magari di Bombay e poi diffondeva l’articolo in tutto il mondo. A questo punto anche le agenzie di stampa e i giornali non comunisti, cominciavano a considerare vera la notizia. Perciò, Washington, voleva essere in grado di pubblicare a sua volta notizie sulla stampa non americana per farle poi riprendere e diffondere. Questo apparato veniva chiamato Mighty Wurlitzer. In Italia era organizzato in modo da rispecchiare un po’ la cultura della CIA. Ci si affidò al “lato” OSO della “stazione” a Roma e ai suoi amici dei servizi segreti italiani. Con il loro aiuto si riuscì a trovare il direttore di un giornale disposto a pubblicare notizie di fatti poco noti sulla vita nei Paesi comunisti e altri “ghiotti” articoli di politica internazionale, con particolare riguardo per le attività comuniste in tutto il mondo. Il materiale che veniva passato a quel direttore era vero, per non sminuire la credibilità dell’agenzia di informazioni, e la stampa locale cominciò a pubblicarlo regolarmente. A Washington, erano soddisfatti  dei ritagli di giornali (clipper) che lì venivano inviati.

Per tutte queste attività l’essenziale era la segretezza; nulla doveva far capire che l’appoggio veniva dal governo degli Stati Uniti. Perciò l’appoggio di danaro o altro veniva passato ai destinatari tramite intermediari che apparentemente non avevano alcun legame con la CIA. Questi intermediari erano gli “agenti esterni” della CIA che vivevano a Roma e altrove sotto coperture private. I destinatari degli aiuti venivano incontrati in luoghi sicuri scelti accuratamente e i fondi erano consegnati da un estraneo. Questo sistema era così efficiente che gli stessi destinatari italiani degli aiuti, non sapevano bene da dove arrivassero. Alcuni credevano di essere in contatto con gruppi privati americani interessati alla loro causa. Quelli che intuivano di essere in contatto con il governo degli Stati Uniti, anche se non sapevano esattamente come, erano discreti da non fare domande.

Williamo Colby fu direttore della CIA dal 1973 al 1976. La sua carica lo portò in diversi Paesi.  Il suo siluramento, giunto al termine di mesi che egli stesso ricordava turbolenti e intensi, fu attribuibile, a suo giudizio, non solo al desiderio del Presidente Ford di segnare una svolta netta nella vita dei servizi segreti,  tramite la nomina di un nuovo direttore, ma soprattutto al modo con cui egli aveva affrontato la crisi della CIA.
L’atteggiamento di Colby, infatti, “pragmaticamente e filosoficamente, era in contrasto con quello del Presidente e dei suoi principali consiglieri”.

Nel 1978 scrisse la sua biografia e morì improvvisamente il 27 aprile 1996  in un incidente strano. L’ex direttore della CIA avrebbe lasciato la cena a metà sulla tavola per andare, di sera, a fare una gita in canoa dalla quale non tornò più. Non avrebbe indossato, come usava metodicamente fare, il giubbotto salvagente. Avrebbe prima telefonato alla moglie, dicendo di non sentirsi bene, ma che comunque sarebbe andato in canoa. Quest’ultima affermazione fu solennemente smentita dalla moglie. Ma le carte parlano chiaro: ebbe un infarto in canoa e il corpo esanime fu ritrovato riverso a valle,  otto giorni dopo la morte. L’autopsia del suo corpo, definì la sua morte, avvenuta per ipotermia e infarto.

Clare Boothe Luce dimostrava un interesse personale per le attività della CIA e nel 1953 era impegnatissima a realizzare quello che doveva diventare il suo più grande successo diplomatico: negoziare una soluzione pacifica della disputa su Trieste fra Italia e Iugoslavia. Bella, intelligente e colta, sicura e posata, pronta e decisa anche nel far sentire la sua autorità, la signora Luce, lasciò Roma perché vittima di un lento avvelenamento da arsenico di cui non si capì l’origine. Quando lontana da Roma si fu ripresa, occupò ruoli importantissimi nella politica americana e nel Congresso degli Stati Uniti,  morì a Washington con un cancro al cervello il 9 ottobre 1987.