Riflessione sui Templari, di Pierfranco Bruni

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione sui Templari di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

 

L’avventura e l’eresia  dei Templari: una lezione nel tempo degli smarrimenti

di Pierfranco Bruni

 

Perché interrogarsi oggi sul mondo dei Templari. Il dibattito è tutto riaperto. Andiamo al punto. L’avventura dei Templari è contrassegnata da storie che ci portano nel cuore del mistero e percorrono i segreti affascinanti dell’eresia. Mistero ed eresia. Un sentiero in cui la bellezza degli avvenimenti si intreccia con la tragedia.

Perché l’eresia?

I Templari amarono la passione e dalla passione furono traditi ma il loro viaggio, che non fu soltanto un viaggio di un’epoca, fu un viaggio alla ricerca della bellezza dello spirito. Si lasciarono travolgere dal mistero e dalla passione verso la costante testimonianza, che diventò tradizione e difesa tra i valori, li portò ad essere protagonisti. Il loro voler offrire la tensione del mistero, l’ansia della Croce, il desiderio di un percorso esoterico fatto di simboli e di riti, di sacro e magia aprì una chiave di lettura eretica.

L’eresia è anche nel fascino di un mistero che non può offrire spiegazioni o giustificazioni purchessia. La storia lascia la sua spiegazione. Il mistero invece si coordina sulle corde di ciò che non può essere afferrabile dalla logica delle parole. E il racconto dei Templari appunto pur essendo dentro la storia continua a vivere in quella pagina che raccorda il mito a ciò che c’è di insondabile appunto nel mistero. 

Eretici non come non credenti o come non rispettosi delle regole e delle leggi. Ma la passione e l’amore sono il segno della rivelazione che si è consumata sul tracciato di una volontà d’affermazione in Cristo. Furono dei grandi difensori della fede ma forse non della liturgia. L’eretico non è quello che non crede. E forse quello che crede di più anche attraverso l’offerta di una non teologia.

I Templari erano convinti comunque che la fede non era la liturgia. Nella fede c’è la passione. La liturgia ci incamera un concetto strano di legalità. Ebbene i templari da questo punto di vista soprattutto oggi sono da considerarsi degli eretici nella passione che travolge in nome solo della Croce. E quindi della redenzione. Ovvero della difesa di una tradizione che pone al centro l’uomo, il suo essere, la sua religiosità.

Tutto ciò è legato ad un rimpossessamento valoriale di un concetto in cui la continuità storica ci illustra la dimensione complessiva della temperie in cui i Templari operarono. Andreas Beck in “La fine dei Templari” scrive: “…il destino dei Templari era inestricabilmente connesso alle crociate, il cui fallimento portò in occidente a gravi conflitti interni. Perché Dio non permise che l’ideale europeo, occidentale, di cristianizzazione della Terra Santa avesse successo? I crociati inizialmente idealizzati inizialmente da Bernardo Di Chiaravalle, nonché la loro espressione più sublime, l’ordine Templare non potè portare a termine il suo compito. Ciò suscitò interrogativi e dubbi tormentosi: l’ordine non poté  fare ritorno in quella che era stata la sua terra d’origine indenne, come se nulla fosse stato”.

Nel corso dei secoli il Templarismo ha lasciato costanti segni la cui simbologia ha si una chiave di lettura onirica e rituale ma ciò che riveste un suo interesse particolare all’interno di questa grigia archetipale è la cultura del Templarismo che trova il suo peso forte non solo nel “recupero” dell’immaginario” ma soprattutto in quella difesa d’ideali cristiani e umanistici. L’umanesimo della cultura è la costante proposta di un offerta di tradizione. Gli interrogativi posti sono tanti.

Chi furono realmente i Templari? Peter Partner in “I Templari” si chiede: “Fin dall’inizio il mito templare era stato contrassegnato da ambiguità di propositi. L’intenzione era religiosa o politica?”. Perché scindere questa intenzione? Nella difesa della tradizione c’è indubbiamente una proposta di politica culturale che pone all’attenzione tutto un contesto qual’ è quello del medioevo. D’altronde sempre Partner afferma: “Il disprezzo manifestato da Marx per chiunque rimpiangesse. L’ordine feudale medievale ci ha impedito di cogliere la nostalgia che molti radicali e socialisti del primo Ottocento nutrirono per il Medioevo. Non erano stati solo i conservatori a sognare ardentemente il mondo gotico.”

In questo concetto chiaramente c’è una valutazione politica. I Templari nel mistero e nell’eresia hanno raccontato e continuano a raccontare la loro avventura. Ma la storia che si fa sui Templari ha connotazioni politiche. In realtà il manifesto dei Templari era un manifesto cattolico e conservatore il cui nemico eccezionale fu la Rivoluzione Francese. Il Templarismo si scontrò con il “progressismo” messo in moto dall’illuminismo. E nel risorgimento che incarnò i valori del Romanticismo che il Templarismo acquisì una sua nuova linea importante.

I templari sono un mito e il templarismo è con noi. Come finirono? Ci fu un processo che consegnò alla storia una delle farse più tragiche. Furono tutti sottoposti a giudizio. Alain Demurger In “Vita e morte sull’ordine dei Templari” così sottolinea: “I Templari sottoposti a giudizio si dividono in tre gruppi: coloro che furono ritenuti innocenti, coloro che riconobbero i propri errori e si riconciliarono con la chiesa, coloro che furono condannati”. Ma vennero torturati. E la tortura ebbe uno scopo preciso. Quello di non stabilire la verità, ma di fare di un sospettato un colpevole. Un processo farsa.

Ma i Templari essendo considerati degli eretici dovevano essere resi “inoffensivi”. Nella loro storia c’è passione e tradimento. Traditi dalla loro stessa passione. Un racconto il cui fascino resta nell’avventura di un destino che si è fatto tragedia.