Meta Sorrento. La testimonianza: "Abbandonati a se stessi, avevo fatto esposti ma non chiamatela clinica degli orrori"

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Su Positanonews la prima testimonianza uscita su un giornale della vicenda denominata “Clinica degli Orrori” “I miei esposti sono stati inascoltati, ora si solleva un polverone, ma prima nessuno vedeva niente. Non chiamatela clinica degli orrori, i problemi sono altri e comuni a molte strutture. Pazienti abbandonati a se stessi, costretti a stare giornate intere senza fare niente per mancanza di attività e l’indifferenza è stata generale. I sindaci, da Vico Equense a Sorrento e oltre, che hanno loro pazienti e pagono per loro, dove stavano, perchè non controllavano? Eppure lo abbiamo chiesto…”. Siamo riusciti a sentire i parenti di una persona diversamente abile ricoverata nella oramai cosiddetta dai media, in seguito al blitz dei Nas di Napoli, “Clinica degli orrori”. Una vicenda che ha sconvolto la penisola sorrentina e la Campania assurgendo a notizia nazionale. Positanonews.it ha incontrato dei familiari, che decideranno loro poi se inviarci una nota firmata, o anche anonima (noi sappiamo chi sono e ciò ci basta) più dettagliata. “Si è fatto un polverone anche se secondo me non sono criminali, la donna si spogliava ed era difficile da gestire, non c’era violenza ma disinteresse e mancanza di controlli soprattutto dall’esterno e in particolare dai comuni. Queste strutture ricevono fondi dai Comuni, 3.000 euro per paziente, poi anche da altri enti, ma non sempre li curano e li assistono, ma sopratutto non gli fanno fare nulla, che è gravissimo. Li ho trovati spesso seduti senza vedere neanche la televisione, assurdo. I Comuni stessi che spendono questi soldi perchè non controllano le condizioni in cui stanno i loro pazienti? Mi stringeva il cuore a vederli inerti. Spesso sparivano i vestiti e trovavo i miei cari in piagiama, pur avendo avvisato che volevo portarli fuori per passeggiare e far qualcosa, nessuno me li aveva vestiti”. E continua: “La struttura non è male, è uno spazio ben tenuto e adatto ad accogliere persone con problematiche, ma è la gestione di queste persone che non va. E’ l’inattività, lo stato vegetale in cui li costringono senza fare nulla, a essere assurdo. Bisogna intervenire in questo, fargli fare ippoterapia come a Castellammare di Stabia, teatro, attività sociali, coinvolgere le associazioni del territorio, ma tutti non sapevano neanche dell’esistenza di questa struttura. Ora non si può chiudere, altrimenti dove andranno tutti?”. 

 

 

Sette milioni di disabili abbandonati a se stessi o alle famiglie.

Più del 97%  sono anziani. 

Camminare, salire le scale, lavarsi, vedere, vestirsi, mangiare, udire: atti del normale vivere quotidiano preclusi a milioni di Italiani, disabili parzialmente o completamente, in maggioranza anziani (oltre il 97%).

Le persone con disabilità grave sono 2,6 mln, pari al 4,8% della popolazione italiana.

A queste bisogna aggiungere quanti hanno deficit parziali, oltre 4,6 mln e i 234 mila ospiti dei presidi residenziali, per un totale di 7,2 mln. 

La lente d’ingrandimento dell’Osservatorio della Terza età si è fermata non solo sul dramma dell’handicap fisico, ma anche sui risvolti sociali che esso comporta, visto che solo 234 mila persone trovano assistenza nelle strutture assistenziali, mentre la grande massa è abbandonata a se stessa o alle famiglie. Una condizione vissuta con grande disagio soprattutto dai nonni.

Un over 65enne su due, infatti, vive una condizione di non autosufficienza, che è costretto ad affrontare autonomamente o con la moglie o, se più fortunato, con figlie e nipoti.

L’Istat divide i disabili che vivono in famiglia in quattro tipologie e non tenendo conto delle multidisabiltà; pertanto un individuo che ne ha diverse è conteggiato in ciascuna tipologia.

Con questo metodo risulta che il 59,4 ha difficoltà nelle funzioni (vestirsi, lavarsi, fare il bagno,mangiare); il 46% nel movimento (difficoltà nel camminare, salire le scale, chinarsi, coricarsi, sedersi); il 44,1 è in sconfinamento individuale (costrizione a letto, su una sedia a rotelle o in casa; il 22,9 ha difficoltà sensoriali (sentire, vedere o parlare).

Le menomazioni fisiche si accoppiano nella stragrande maggioranza dei casi al binomio anziani-solitudine.

I rilevamenti dell’istituto di statistica dimostrano che l’85 %  dei disabili che vivono in coppia e senza figli appartengono alla fascia di età sopra i 65 anni, una percentuale che sale al 94% per quanti vive da solo.
Il 28% della popolazione disabile ha una famiglia mononucleare, con punte del 35,5% in  Liguria,  seguita dal Trentino Alto Adige e dal Friuli Venezia Giulia (34,2%), mentre il dato più basso è nelle Marche (19,4%).
Condivide in coppia la propria condizione fisica un altro 25% .
In totale, oltre 3,5 mln (53%) di persone, con almeno una delle disabilità considerate, trascorre la propria esistenza  abitando da solo o al massimo con il coniuge.  

Per la maggior parte si tratta di persone che più di altre necessiterebbero dei servizi di assistenza forniti da strutture pubbliche e di volontariato, mancando un sostegno familiare prossimo. Un problema reale che si aggrava di anno in anno, considerando che l’invecchiamento della popolazione porterà ad un marcato aumento di tali situazioni.

“Dai dati – tiene a rimarcare Roberto Messina, segretario generale dell’Osservatorio della terza età – emergono due indicazioni importanti: la stragrande maggioranza della disabilità riguarda la popolazione anziana ed oltre la metà di questa fascia di persone, cioè dai 3,5  ai 4 milioni, può contare solo su stesso o sull’aiuto del coniuge. 
Tutto ciò porta alla necessità di aumentare i servizi domicilio, e non mi riferisco solo a quelli sanitari. I numeri sono impressionanti e sono tali anche i rivolti socio-psicologici sulle persone causati da tale condizione.
Su questo sappiamo ancora troppo poco”.