I San Carlini Oro cantano per l´AIL

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Domenica 14 luglio i “Concerti d’Estate di Villa Guariglia” ospitano il coro giovanile del Massimo partenopeo, diretto da Stefania Rinaldi, in una serata di beneficenza, aperta da una degustazione dei prodotti dell’Azienda La Doria

 

 

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Musica e medicina, un binomio inscindibile, scenderà in campo, domenica sera, per raccogliere fondi in favore dell’Ail, nel corso del terzo appuntamento musicale della XVI edizione dei “Concerti d’Estate a Villa Guariglia”. Il simbolico ingresso di soli 5 euro, per una serata che vedrà ospiti della prestigiosa ribalta il coro giovanile del Massimo partenopeo, diretto da Stefania Rinaldi, assistita al pianoforte da Luigi Prete, occorrerà ad offrire una speranza e un sorriso ai piccoli leucemici. La serata avrà il suo preludio alle ore 21 con una degustazione dei succhi di frutta prodotti dall’Azienda La Doria, e a seguire, intorno alle ore 21,30, il programma di musica vocale con brani di Mozart, Vivaldi, Poulenc e Del Prete. Il concerto principierà con L’Ave Verum Corpus K. 618, un breve mottetto per coro e strumenti (archi e organo) scritto da Mozart nel 1791. Certamente l’importanza del brano si spinge molto oltre quello che le esigue dimensioni lascerebbero supporre; infatti l’Ave Verum è una delle pochissime composizioni di musica sacra che Mozart abbia scritto negli ultimi anni di vita, insieme alla Messa in do minore K. 427/417a e al Requiem K. 626. Lo stile sacro dell’ultimo Mozart è ispirato alle riforme imposte dall’imperatore Giuseppe II, per le quali la musica sacra doveva essere sobria e di facile comprensione. Così il mottetto K. 618 si riallaccia alla grande tradizione italiana del mottetto polifonico, ma con una disadorna semplicità espressiva. Troviamo nelle appena 46 battute di questo piccolo e preziosissimo gioiello, una scrittura corale omofonica e attentissima al significato della parola, una ricerca di timbri tersi e delicatamente sommessi. Non mancano i tratti più complessi dell’arte del maestro, come la modulazione al tono lontano di fa maggiore, o le entrate a canone nel finale; ma questi tratti “dotti” sono quasi dissimulati e non contraddicono l’assunto di immediatezza e semplicità che ha sempre incantato studiosi e ascoltatori. La serata vivrà il suo evento clou con il Gloria di Antonio Vivaldi, che si avvarrà delle incantevoli voci dei soprani Imma Caputo, Frida Cuccurullo e Valentina Ricci e dei contralti Francesca Oliviero e Stefania Torregrossa in quell’alternanza di dodici movimenti che si susseguono l’un l’altro secondo un criterio di alternanza nei tempi, nei ritmi, nella tonalità in assoluto equilibrio. In quest’opera, come un po’ in tutta la produzione sacra vivaldiana, si resta immediatamente colpiti dalla fastosità barocca e dallo sfarzo sonoro che il compositore ottiene con un largo impiego di mezzi vocali e strumentali, con l’immissione di elementi dello stile concertante “profano” e con un’estrema varietà di scelte stilistiche e costruttive. I piani tonali sono ben calibrati: l’incisività del motto iniziale con le ottave, la massiccia scrittura corale, fanno del Gloria in excelsis, una pagina brillante e spettacolare; per contrasto l’Et in terra pax successivo è impostato in modo minore, in scrittura imitativa, con alterazioni cromatiche che lo schizzano di tragicità dolorosa. Netto cambiamento stilistico col Laudamus te che adotta l’impianto formale del concerto solistico, con una serie di episodi solistici affidati ai due soprani, accompagnati dal continuo, che procedono per semplici imitazioni o raddoppiandosi a distanza di terza. Una breve sezione di raccordo, il Gratis agimus tibi, conduce al Propter magnam gloriam tuam, un brano contrappuntistico dal fitto intreccio imitativo. Il Domine Deus, invece, riporta alla dimensione mondana, in un brano che adotta lo stile di un’aria teatrale solistica. Più drammatico il Domine fili unigenite, retto da un incisivo ritmo puntato. Un tema dei bassi altamente espressivo introduce il Domine Deus, Agnus dei, brano in cui è protagonista il contralto, una pagina di grande intensità emozionale, con il patetismo accresciuto dagli interventi del coro. Un breve movimento corale il Qui tollis peccata mundi, dalle dissonanze aspre, cariche di tensione, funge da collegamento a Qui sedes ad dextram patris, affidata al mezzo soprano. Il Quoniam tu solus sanctus è la ripresa musicale del Gloria e riporta all’atmosfera luminosa d’apertura, prima dell’ultimo movimento, il Cum sancto spirito, luogo tradizionalmente riservato allo sfoggio della scienza e dell’abilità contrappuntistica, costruito su di un soggetto di fuga del compositore Giovanni Maria Ruggieri. Confronto con il Gloria di Francis Poulenc del 1959, per certi versi, una appropriazione non di caratteri musicali altrui ma del testo stesso, dell’idea di una messa latina da applicare alla propria musica. Verrebbe da dire che Poulenc non ha messo in musica il testo sacro ma ne ha utilizzato il suono, il ritmo, aggiungendoli alla propria tavolozza sonora. Si ascolti dove cadono gli accenti, ad esempio: quel Gloria in èxcelsis Deò, quei Benedicimùs te che fecero storcere il naso a certa critica, guadagnando al compositore accuse di irriverenza. Lui reagì con l’intelligenza e con la delicatezza che gli erano proprie, rispondendo: “Nello scrivere ho semplicemente pensato a quegli affreschi di Bozzoli nei quali gli angeli tirano fuori la lingua e anche a quei seri monaci benedettini che un giorno sorpresi a giocare a pallone”.
Come quasi sempre nella produzione di Poulenc, dunque, anche nel Gloria la destinazione sacra non trasforma la musica in veicolo della preghiera, per il testo: è la musica stessa ad assumere su di sé la funzione religiosa, e lo fa in modo potente e bellissimo, con una forza del canto affidato ai soprani Maria Gioconda Santaniello; Anna Accurso e Frida Cuccurullo, di fronte alla quale è difficile rimanere indifferenti. Finale con un Salve Regina composto dallo stesso pianista Luigi Del Prete.