Intervista a Franco Lista, sul tema "Ragioni per restare a Napoli", a cura di Maurizio Vitiello.

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Intervista  di Maurizio Vitiello – Franco Lista risponde con congrua avvedutezza al tema “Ragioni per restare a Napoli”.  

 

MV – Si parla di Napoli nel bene e molto nel male? Perché?

 FL – Gran parte delle considerazioni sulla nostra città sono quasi sempre orientate da queste due categorie dualistiche; ossia, di Napoli se ne parla sia nel bene che nel male e da qui l’esaltazione da una parte, o la critica, persino perfida, dall’altra nei confronti di tutto ciò che “sa di Napoli”.

A ben vedere, poi, la naturale attrazione che Napoli ha da sempre suscitato risiede proprio nella coesistenza di caratteristiche antinomiche, diremmo appunto “nel bene” o “nel male”.

Bene e male in fondo sembrano gli elementi strutturali, i pilastri, sia della vita dei napoletani sia del luogo fisico di Napoli.

Infatti, bellezza e bruttezza, dolcezza e violenza, apertura e chiusura, genialità e incapacità, gloria e umiliazione, rettitudine e ladrocinio, cultura e ignoranza … non si biforcano, confluiscono invece e si trasformano in un’unica sostanza fisica ed esistenziale allo stesso tempo, rendendo Napoli un inimitabile e inquietante “ossimoro urbano”.

 

MV – Napoli ha le risorse in sé per diventare una capitale culturale globale?

 FL – Napoli ha risorse di varia natura (in parte ancora potenziali) che sarebbe lungo elencare, sia pure in forma esemplificativa.

Risorse che complessivamente ne fanno ancora una realtà inconfondibile e rara.

La caratteristica che mette assieme queste risorse umane e geofisiche è senza dubbio l’interezza: interezza storica, antropologica culturale artistica, ma anche interezza del paesaggio, del clima, della fisicità del luogo e della sua stratificazione monumentale e abitativa.

Un’interezza, si badi, non del tutto compromessa dalla cattiva e storica gestione delle molteplici risorse che, tuttavia, si mostra in modo olistico nell’intrecciare quell’insieme di caratteristiche, di valori e significati anche contraddittori che costituisce il singolare universo partenopeo.    

 

MV – In quali campi potrebbe senz’altro emergere?

FL – Credo che Napoli possa e debba emergere in più di un campo di attività, così come, d’altra parte, si è storicamente verificato.

Pensiamo, per fare solo un limitato esempio storico, al periodo borbonico, allorquando le eccellenze erano presenti sia in campo scientifico che umanistico-speculativo.

Ecco, pensiamo ai primati della prima linea ferroviaria italiana, alle tecnologie costruttive d’avanguardia, ai ponti sospesi sui fiumi Garigliano e Calore.

Ancora, alla cartografia scientifica con l’introduzione, per la prima volta nella storia della rappresentazione cartografica, delle curve di livello e, ancora, alla Ferdinandopoli di San Leucio, all’Albergo dei poveri quali prodotti della significativa cultura illuminista napoletana.

Pensiamo, inoltre, alla straordinaria produzione musicale del nostro Settecento; alle prime sistematiche ricerche archeologiche condotte su Ercolano e Pompei…e potremmo continuare, a lungo, per altri periodi storici.

Anche oggi le eccellenze, diversificate in vari campi non mancano e su queste proprio bisogna puntare, in modo da ritrovare e sviluppare livelli qualitativi, che non appartengono solo alla storia, evitando la fuga dei cervelli e l’emigrazione dei nostri giovani talenti.

 

MV – Quale campo, invece, potrebbe calamitare l’attenzione positiva dei mass-media per agganciare un turismo, che potrebbe essere volano economico per la città? 

 
FL – Napoli, al pari di un dipinto, può essere considerata un’opera d’arte; una particolare opera d’arte prodotta, per replicare termini cari a Rosario Assunto, dalla natura e dalla cultura.

Il connubio, davvero felice, tra natura e cultura fa di Napoli un luogo straordinario, produttore di “senso”.

La definizione di arte, coniata da Arthur Danto con la felice locuzione “incarnazione di senso”, si presta ancora meglio per identificare quella particolare fragranza, quella particolarissima essenza che produce la nostra città e che ci rende renitenti a qualsiasi “fujtevenne”.

Certamente, dovrebbe essere il turismo a cogliere e a valorizzare tutto questo.

Un turismo culturalmente orientato, tale da apprezzare il modo di vivere, di sentire, di fantasticare dei napoletani.

Credo che molti di noi avranno registrato le impressioni di amici provenienti da altre città che ritengono i napoletani privilegiati non solo perché nati in un luogo dove storia e bellezza costituiscono un singolare binomio, ma, soprattutto, perché in forza di questo intreccio i napoletani abbiano introiettato, quasi geneticamente, una particolare forma di conoscenza della vita, di filosofico atteggiamento esistenziale, molto distante dai comuni e correnti punti di vista utilitaristici e meramente consumistici.  

 

MV – Napoli è città bimillenaria; resisterà seppur “ferita a morte”, soccomberà o si trasformerà completamente, nonostante la camorra?

 FL – La camorra è un’ipoteca avvilente con una ricaduta negativa su tutti i napoletani, nessuno escluso, compresi gli stessi camorristi.

La cosa più pericolosa è l’assuefazione e la rassegnazione che necessariamente e reattivamente devono trasformarsi in contrasto permanente, in lotta continua con tutti i mezzi a disposizione, impedendone la forza pervasiva  che essa esercita non solo negli ambienti emarginati e degradati, ma anche negli altri ambienti che non hanno condizionamenti economici o socioculturali.

I napoletani, culturalmente, dovranno affrancarsi dalla fatalistica accettazione di qualsiasi patologia sociale come di solito accade.

Non c’è nessun fato o destino imposto dall’alto e che si può solo subire.

E’ una mentalità che deriva da sconfitte, paure e alienazioni e che va ribaltata, va portata a livello di coscienza critica e di alto potenziale creativo.

Al destino, come sosteneva Giulio Carlo Argan, va opposto il progetto per ricollocare Napoli tra le città protagoniste del nostro tempo.