Lo Sciascinoso un rosso presente in Campania sin dall´antichità

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i Barbara Cangiano Ammontano a centonovantacinque i vitigni classificati da Plinio e descritti dall’autore romano in base alle loro caratteristiche peculiari. Tra questi compare anche lo Sciascinoso, un rosso presente in Campania fin dall’antichità, dove è conosciuto con il nome di Olivella per la forma allungata dell’acino che ricorda appunto le olive. Ed Oleagina era appunto il nome che Plinio ci ha tramandato, consegnandoci una interessante panoramica dei gusti enologici dell’epoca. Oggi lo Sciascinoso è un vitigno raro e prezioso e chi ha la fortuna di poter ammirare i grappoli che crescono baciati dal sole, li cura con passione. E’ il caso dell’azienda agricola GustavoTrotta di Raito, tre etterai abbarbicati tra cielo e mare nel piccolo borgo collinare di Vietri, a ridosso di una vegetazione tipicamente mediterranea che fa da cornice alle viti potate a guyot inclinate sul golfo di Salerno. Le caratteristiche geologiche del territorio – spiegano dall’azienda – impongono che i vitigni, Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso in limitata quantità, siano coltivati esclusivamente a mano nel rispetto delle norme previste per l’agricoltura biologica. Un procedimento reso ancora più impegnativo dalla presenza dei tipici terrazzamenti della costiera amalfitana, capaci di conferire alle uve una peculiarità sia in termini di fascino che di gusto, che ne hanno fatto le regine dei mercati nazionali ed internazionali. «La vinificazione è immediata e avviene in loco, con passione antica e tecniche moderne, per trasformare il frutto della terra vulcanica e delle brezze marine, in un vino austero, dal gusto intenso e persistente, con note balsamiche e floreali», si legge sul sito di un’azienda agricola dove l’amore per il nettare degli dei si è fatto strada nelle vite del patròn Gustavo, professione notaio, e delle sue figlie, Lucia e Federica. L’azienda produce un blend (che si è già conquistato i favori della Veronelli nelle segnalazioni dedicate ai grandi esordi) fatto al settanta per cento da Aglianico, al venti per cento da Piedirosso e al dieci per cento da quello Sciascinoso che gli studiosi di ampelografia hanno accertato fosse in voga già nell’antica Pompei. Capodorso – questo il nome del primogenito di casa Trotta, che si ispira naturalmente alle bellezze della Costa Diva – è un vino dalla boccata importante, che racconta una storia di impegno certosino e di pazienza, fatta di un affinamento in barriques per un anno e di almeno altri sei mesi di riposo in bottiglia. L’alchimia – che ha già conquistato i palati degli enoappassionati – è frutto del clima mite che coccola i filari come in una beauty farm d’elite, ma anche e soprattutto del naso dell’enologo Nicola Trabucco, padre del celebre progetto “Ager Falernus” e profeta moderno di uno dei vini più antichi, il Falerno, per l’appunto, particolarmente amato dai nostri antenati romani. Ci fu lo zampino della signora del Montevetrano, Silvia Imparato, tra il super impegnato notaio Trotta e l’agronomo con il pallino per il recupero del passato? Sì, dicono i beneinformati. Quello che è certo è che il liquido rubrato contenuto in una austera bottiglia champagnotte, caratterizzata dalla grafica pulitissima e lineare, sa offrirsi al palato con un gusto morbido ed avvolgente, contrassegnato da tannini rotondi e da lontani sentori di castagna, ciliegia matura, spezie, selva. Gli esordi, come dicevamo, sono stati da tappeto rosso. Un motivo ulteriore per dare all’azienda di famiglia quella marcia in più, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, per scegliere di “lanciarsi” anche nella produzione del bianco. Il futuro è infatti legato ad un terreno preso in affitto a Tramonti, frazione Corsano, da cui nascerà una nuova linea, anche in questo caso rigorosamente ispirata alla terra che la accoglie