Napoli. Colpo in gioielleria, carabiniere ucciso. Baby rapinatori adescati. Caccia aperta allo zingaro

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Napoli. «Lo zingaro vive dappertutto. Lo zingaro vive nell’ultima baracca del campo rom, lì sul doppio senso. Lo zingaro compra e vende mobili. Lo zingaro ha le armi e si spara le pose fuori al bar. Lo zingaro è quello che mette le auto per fare le rapine – sempre roba buona – quello che ti dice cosa fare, anzi che ti ordina che è venuto il tuo momento e che lo fa sempre allo stesso modo: un sorriso, la pistola sul tavolo, “ora hai un debito – dice – lo devi saldare, altrimenti ce la prendiamo con la tua famiglia o violentiamo la tua fidanzata”. Lo zingaro non lo trovi mai, andate pure a cercarlo, nessuno sa dov’è».E infatti lo «zingaro» – che si fa chiamare Roberto – è sparito da qualche mese, ha fatto perdere le tracce, quando ha capito che la banda di ragazzini che aveva messo in piedi l’aveva combinata grossa uccidendo un carabiniere, ha fatto scoppiare un finimondo, ha reso necessario l’ultima mossa. La fuga. Eccola la svolta delle indagini sull’omicidio del carabiniere Tiziano Della Ratta, nel corso della tentata rapina ad una gioielleria di Maddaloni. Ricordate? Era il 27 aprile scorso, il negozio si chiamava Ogm, le immagini si imposero sul web: quei ragazzi con la pistola in pugno, con l’arma verso il basso – stile Scarface, Gomorra e tant’altro del genere – quelli che sparano contro l’alt dei carabinieri che sbucano all’improvviso. Otto arresti, c’è chi racconta la propria versione dinanzi al gip Gabriella Casella, le indagini dell’aggiunto Luigi Gay e del pm Carlo Fucci scavano nel vissuto di ragazzi giovanissimi, appena ventenni, in un’inchiesta in cui manca un tassello: lo zingaro, per complici e amici «Roberto», che è scappato pochi minuti dopo aver capito che in quel negozio le cose erano andate storte. Racconto a più voci, quello che emerge da interrogatori di garanzia e colloqui investigativi, uno spaccato di vita metropolitana. Per qualcuno, la storia delle rapine per conto dello zingaro è la storia di una iniziazione o di un debito da saldare di fronte a minacce di morte e appostamenti. Difeso dal penalista Giovanni Siniscalchi, Antonio Iazzetta ha raccontato «l’incubo in cui era crollato dopo un debito contratto con lo zingaro e gli altri». Figlio di persone perbene ed estranei al crimine, Iazzetta fuma uno spinello al giorno, lascia uno scoperto, poi quando dopo un mese va per saldare si ritrova di fronte uno scenario cambiato. Niente amici, né pacche sulla spalla. Davanti a sé ha lo zingaro che si presenta con la pistola e gli fa: «Conosco tutto della tua famiglia, so dove vive la tua ragazza, da stasera ci sarà sempre qualcuno di noi fuori la sua abitazione. Ci devi seguire, devi fare un colpo o due, non puoi dire di no. E guai a denunciarmi: lo vengo a sapere prima, ho amicizie dappertutto, poi nessuno sa dove mi trovo». Brutta storia quella della banda che assalta la gioielleria, oltre al militare ucciso per sventare il colpo, muoiono due rapinatori (AngeloCovato e Vincenza Gaglione), in uno scenario criminale in cui ora contano anche i ricordi e le sensazioni di chi ha accettato di parlare. E gira e rigira, ogni racconto inizia e termina su di lui, su quel «soggetto di estrema pericolosità» che ha pianificato il delitto, che ha organizzato il colpo, facendo circolare tra i suoi complici (soci a tutti gli effetti, non i reclutati dell’ultima ora) sempre lo stesso slogan: «Dopo il colpo – ha fatto ripetere ai suoi – mettiamo tutto l’oro sul tavolo e poi ce lo dividiamo per quanti ne siamo». Storie diverse, quelle messe agli atti. C’è il ragazzo che scoppia in lacrime ripensando agli anni di galera che lo aspettano, c’è quello che sostiene di essere un simpatizzante dell’arma (con tanto di tesserino di un’associazione di volontari), poi dalle carte fino a questo momento depositate emergono anche i segni di affiliazione, di legame tra il più piccolo e il più grande; tra quello che ha iniziato a compiere le rapine rispetto a chi invece ha fatto da apripista. Un esempio? Domenico Ronga, classe 1991, prova a difendersi dalle accuse di aver svolto un ruolo in quella maledetta banda: «Lo zingaro? Sì, l’ho conosciuto quando ho ottenuto l’affidamento in prova, dallo scorso febbraio». Difesi tra gli altri dai penalisti Sergio Simpatico e Antonella Regine, gli indagati raccontano anche i particolari apparentemente meno rilevanti. Ed è dalle ricostruzioni dei militari del comando provinciale del colonnello Giancarlo Scafuri, che emerge un segno distintivo. Parliamo di un tatuaggio. No, questa volta lo zingaro non c’entra, almeno a sentire uno di quelli finito in cella, che si è tatuato una scritta come segno di adesione al proprio modello, al proprio vate. Qual è la scritta? Parole ad effetto: «Di lasciarti non ci penso, morire per te mi dà un senso».Tanto basta per capire cosa è accaduto quel pomeriggio di aprile a Maddaloni. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)