Ercolano. Giuseppe Di Dato non è sparito, l’hanno ucciso. Svelato un caso di lupara bianca

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Ercolano. Ci potrebbe essere la mano della camorra, l’ombra della cosiddetta «lupara bianca», dietro l’incredibile scomparsa di Giuseppe Di Dato, l’uomo con problemi psichici sparito da Ercolano la notte del 17 ottobre 2008 e – fino a oggi – rimasto irrintracciabile. Una storia ai limiti della realtà che – a cinque anni dalla misteriosa sparizione dell’uomo – si arricchisce di un’ipotesi agghiacciante che arriva direttamente dalla voce di uno dei ras della camorra di Ercolano: Giovanni Durantini, reggente del cartello criminale associato al clan Birra-Iacomino. E’ proprio il boss della droga, l’uomo che portava la cocaina nei vicoli di Pugliano, a sostenere dal carcere la possibilità che dietro la scomparsa di «Pepp ‘a Parella» – così era soprannominato Giuseppe Di Dato – ci potesse essere la mano di Natale Dantese, boss del Canalone e reggente della famiglia «benedetta» dagli Ascione-Papale. Una possibile vendetta per gli atteggiamenti e le provocazioni dell’uomo ai pusher del clan che, in ogni caso, non rientrerebbe nella «guerra privata» tra Dantese e Durantini per il controllo di Pugliano: Giuseppe Di Dato venne visto per l’ultima volta a Ercolano da suo fratello, mentre vagava in strada parlando da solo. Una scomparsa denunciata dal padre e dal fratello con cui conviveva, prima alle forze dell’ordine e poi addirittura alla trasmissione televisiva «Chi l’ha visto?». Appelli caduti nel vuoto, nonostante ancora oggi, sul sito del programma in onda su RaiTre, campeggi la scheda dell’uomo, con tanto di foto, dettagli fisici e indicazioni sugli attimi che hanno fatto da sfondo alla scomparsa. Secondo le indicazioni fornite dai familiari, Giuseppe Di Dato viveva un momento difficile e «aveva smesso di prendere i farmaci che regolarmente assumeva per la sua terapia», come raccontato dai parenti alla redazione di «Chi l’ha visto?». Una scelta dettata anche dalla ferita aperta dalla recente morte della madre, deceduta per ragioni naturali. «Diceva che sua madre era stata uccisa – si legge nella scheda redatta sul sito della trasmissione di RaiTre – e che lui voleva andare con lei». Una storia piena di angoli oscuri, enigmi e dubbi dietro cui si potrebbe nascondere la mano della camorra. «Ma che fine ha fatto Pepp o’ pazz?», chiede il boss in carcere nel corso di un colloquio con la moglie Luisa Di Dato e con il fratello Francesco Durantini. «A quello secondo me gli hanno fatto la cartella», ripete “Boninsegna” da gennaio 2013 sottoposto al regime di carcere duro, riferendosi proprio a Giuseppe Di Dato, come chiarito dai magistrati tra le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ottobre 2012 a carico di 21 presunti affiliati alle due cosche in lotta per il controllo del territorio. Lo scomparso che, nonostante l’omonimia con la moglie di Durantini, non era parente della famiglia di “Boninsegna”, era comunque una persona conosciuta dal clan di Pugliano, come confermano anche le parole pronunciate in carcere da Luisa Di Dato. «Quello zio Ferdinando – la signora Di Dato si riferisce a Ferdinando di Dato – lo dice sempre che sono stati quelli là». «Quelli là», come chiarito anche dagli investigatori, sarebbero i componenti del gruppo di fuoco messo in piedi da Natale Dantese, boss in ascesa del clan Ascione-Papale. Una tesi, quella della «lupara bianca», avvalorata, in parte, anche dalla data della scomparsa di Giuseppe Di Dato: avvenuta proprio in uno degli anni più caldi della sanguinosa faida di camorra tra gli Ascione-Papale e gli Iacomino- Birra. Un periodo in cui la vita nei vicoli di Pugliano valeva poco, specie se ci si metteva contro «quelli del Canalone». Indizi a cui si aggiunge l’inquietante profezia sussurrata dal boss in carcere. «Io sono convinto che gli hanno fatto la cartella – ripete Durantini – lo hanno portato sul Vesuvio, lo hanno ucciso e lo hanno buttato dentro». Immagini inquietanti, ripetute senza rammarico o tristezza dal boss in carcere che trova nell’atteggiamento offensivo di Giuseppe Di Dato nei confronti di «quelli del Canalone», le ragioni del possibile agguato. «E quello diceva sempre ‘io te lo metto in bocca’ sul Canalone lo diceva sempre». Un giallo da romanzo che, a cinque anni dalla scomparsa dell’uomo, potrebbe essere illuminato dal «candore» della «lupara bianca»: la luce della camorra che rischia di trasformare una «semplice» scomparsa in un delitto avvolto dal silenzio per circa cinque anni. (Ciro Formisano – Metropolis)