Ken Follet, la star mondiale dei libri, in concerto a Positano. Intervista prima dell´evento

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Positano e la Costiera amalfitana attendono l’evento letterario-musiclae dell’anno. Lanci Ansa, Repubblica, Corriere, una copertura mediatica immancabile, e oggi un servizio sulle pagine della cultura de Il Mattino di Napoli, principale quotidiano della Campania e del Sud Italia, a firma di Roberto Carnero. Chi lo conosce come scrittore, autore di best-seller internazionali tra i più fortunati, con 100 milioni di copie vendute, si sorprenderà a vederlo questa volta nelle vesti di musicista. Parliamo di Ken Follett, che domenica sarà a Positano terrà un concerto, insieme con la sua band che si chiama «Damn right I’ve got the blues». È l’appuntamento più atteso di «Positano Mare, Sole e Cultura», la rassegna letteraria presieduta da Aldo Grasso e organizzata da Enzo D’Elia, che alza il sipario con una riflessione sulla mutevolezza dei linguaggi. Si intitola infatti «Il mare aperto della parola» l’edizione del 2013, che si svolgerà fino al 24 luglio. L’ultimo libro del celebre scrittore inglese – classe 1949, autore di gialli e thriller di spionaggio (tra i suoi titoli storici “La cruna dell’ago”, “Il codice Rebecca”, “I pilastri della terra”) – costituisce la seconda parte della trilogia The Century e si intitola “L’inverno del mondo” (Mondadori) e ripercorre la storia del Novecento dagli anni precedenti la Prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino (il primo volume è stato “La caduta dei giganti”, mentre il terzo e ultimo è atteso in libreria, sempre per Mondadori, per l’anno prossimo). Raggiungiamo Ken Follett al telefono nella sua casa londinese, mentre sta preparando la valigia per Positano.

Mr. Follett, è già stato da queste parti?

«No, sarà la mia prima volta in Campania e devo dire che sono molto curioso, perché ho sentito dire meraviglie della vostra regione e in particolare della costiera amalfitana».

Dunque la ascolteremo suonare?

«Sì, il basso, il mio strumento preferito».

Come è nata questa avventura della musica?

«È nata quando a 14 anni comprai una chitarra e imparai a suonare le note di ”Blowing in the wind“. Da allora non ho più smesso, ho suonato in diverse band di amatori e tuttora lo faccio».

Un secondo lavoro o semplicemente un hobby?

«Direi senz’altro la seconda cosa. Nella band con cui suono attualmente siamo tutte persone che hanno un altro lavoro come attività principale. Ci esibiamo gratuitamente e quando capita che la gente paghi un biglietto per ascoltarci devolviamo tutto il ricavato in beneficienza».

Veniamo alla letteratura: ci vuole anticipare qualcosa del suo prossimo libro?

«Sarà l’ultimo della mia trilogia sulla storia del Novecento e avrà per tema la guerra fredda. La trama ha inizio nel 1961, l’anno della costruzione del Muro di Berlino, e ha per protagonista una famiglia berlinese che da un giorno all’altro si trova questo muro davanti e si accorge di essere dalla parte sbagliata, cioè nella zona sovietica. Attraverso le vicende che riguardano i suoi membri seguo lo svolgimento degli eventi storici fino al 1989, l’anno dell’abbattimento del Muro e della fine della guerra fredda».

Allora cessò la conflittualità accesa e a tratti drammatica che dal secondo dopoguerra aveva contrapposto Usa e Urss. Ma la fine della guerra fredda ha davvero disinnescato la rivalità tra queste due superpotenze?

«La fine della contrapposizione frontale ha senz’altro risolto molti problemi su scala mondiale e soprattutto ha tolto di mezzo la minaccia di un olocausto nucleare che per alcuni decenni era stata molto tangibile. Una rivalità di fondo credo che continui a esistere anche oggi, ma del resto esiste anche, da secoli, tra Inghilterra e Francia».

Lei è d’accordo con chi accusa la Russia di Putin di una sostanziale mancanza di democrazia?

«È corretto affermare che la Russia non è una democrazia compiuta. Ma creare una democrazia non è una cosa semplice, ci possono volere secoli, quindi non deve stupire che negli ultimi vent’anni in Russia non ci siano riusciti».

A proposito di democrazia e di guerra fredda, che idea si è fatto del caso Snowden?

«Immagino che mi chieda un commento su questo per i miei trascorsi di autore di libri di spionaggio. Le devo confessare però che non ho un’opinione precisa sul caso specifico».

Ma pensa che svelare all’opinione pubblica i segreti di stato sia un aiuto alla trasparenza delle istituzioni e quindi alla stessa democrazia oppure soltanto qualcosa di pericoloso per la sicurezza?

«Penso che sia tutte e due le cose insieme. Quando decidi di mettere on-line dei dossier riservati violando i sistemi di sicurezza con cui gli Stati si proteggono, probabilmente finirai per offrire, a chi leggerà, informazioni utili per migliorare il livello democratico di una nazione, ma anche informazioni utili a qualche malintenzionato, come ai terroristi. Sarebbe un po’ ingenuo pensare che organismi complessi e articolati come i governi dei più grandi Stati del mondo possano sopravvivere senza una certa quantità di segreti e senza la presenza di strutture pensate per mantenere questi segreti. Il problema è che tali strutture, penso ai servizi segreti, spesso vanno al di là degli scopi per i quali sono state costituite e diventano a loro volta centri di un potere senza misura e senza controllo».