SULLE ORME DEI MONACI: A CASTELLABATE REGNO DEI BENEDETTINI, PATRIA DI ABATI SANTI E PRINCIPI INFLUENTI

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E’ un miracolo di vegetazione quella pineta che rovescia colate di verde sulla collina e sulla strada che sale a tornanti e, ad ogni svolta, riserva ebbrezze panoramiche nuove. Su, in cima, il borgo arroccato intorno al castello e alla Chiesa-Basilica accende bagliori al primo sole di una giornata  luminosa d’alba chiara sul mare a perdita d’occhio pettinato da una brezza lieve. E le  terre coltivate sono trionfo di generosità con gli alberi carichi di frutti di stagione. Dal Belvedere lo sguardo spazia  a 360 gradi sull’ansa di mare da Tresino a Licosa. In distanza il golfo di Salerno e la Costa di Amalfi!

 

 Sono a Castellabate ed il pensiero vola agli antichi Trezeni, che, a destra, sulla collina a dominio di mare, edificarono una città fortificata, i cui resti sono ancora visibili nei blocchi ciclopici, soffocati dai rovi, forse basamenti di un tempio agli dei del mare. A sinistra la collina sfregiata ostenta, in quello che fu un albergo-residence, insulti impuniti di camorra potente e di collusioni omertose. Più in là uno scoglio bianco ricamato da pinastri ricanta, con l’eco della risacca, la storia di amore e morte della sirena Leucosia. Miti e storie di terre e di mare si incrociano e si sovrappongono in un territorio che è stato teatro di grandi eventi. E pagine di storia nobile narrano le torri costiere di Tresino e Cannetiello, di Torricelle ed Ogliastro Marina, così come le chiese e i palazzi gentilizi, le dimore sfarzose dei Perrotti, Jaquinto, Belmonte e Matarazzo, arroccate sulla collina o adagiate nell’esclusività dei giardini lussureggianti a ridosso della marina.

 

E, a leggere nelle biblioteche private, negli archivi di famiglia, nei registri degli ospiti, c’è da esaltarsi a sorprese di eventi e personaggi che hanno fatto la storia del Cilento sempre e qualche volta anche la storia del Mezzogiorno e dell’Italia. Qui sono passati re, principi, nobiltà di rango, cardinali influenti, abati potenti. E sì, perché Castellabate è, soprattutto, terra di monaci e di abati,  come recita il toponimo. Lo è da quando, nel 10 settembre del 1120, su ordine dell’abate di Cava, Costabile Gentilcore nativo di Tresino, si diede il via alla costruzione di un  “castrum” sul colle sovrastante il casale di Santa Maria de Gulia, oggi scomparso. Ne è ricordo nella chiesa omonima.

 

I lavori procedettero a ritmo sostenuto, tanto che nello spazio di un anno il  castello fu ultimato, a riprova della volitività dell’Abate Gentilcore, da un lato, e della enorme disponibilità della Badia di Cava, dall’altro.

 

D’altronde i Benedettini beneficiarono di lasciti consistenti di dame e principi, che  fecero a gara per ingraziarsi l’abate, che, però, possedeva già molto di suo. Infatti suoi erano i porti del Pozzillo, di Ogliarola, di San Primo, di San Matteo ad duo flumina, nonché molti altri approdi disseminati lungo tutta la costa da Agropoli a  Velia. E le “saette” dell’Abate, grosse e veloci barche a vela, commerciavano con tutto il Sud ed anche in paesi lontani.

 

I casali sottoposti al castello dell’Abate, che nel 1276 erano appena tredici, nel XVII secolo erano diventati quarantadue, a riprova della capacità di espansione del dominio dei monaci benedettini nel Cilento. Monaci che, per la verità, non andavano tanto per il sottile e che, intraprendenti e   spregiudicati, concludevano affari nei commerci, pilotavano per mare le veloci “saette” e, all’occorrenza, impugnavano le spade per difendersi dai nemici predoni.

 

C’erano, certo, anche monaci  colti e santi, preposti alle biblioteche, alle farmacopee e all’evangelizzazione, ma il Castello fu soprattutto centro di potere e di attività economiche. E chi volesse scrivere la storia dell’agricoltura, del commercio, della pesca e della marineria del Cilento finirebbe per narrare anche buona parte della storia del monachesimo benedettino e viceversa.

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it