SULLE ORME DEI MONACI – AD EREMITI TRA I RESTI DELL´ABBAZIA DI SANTA CECILIA

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Continua il mio viaggio sulle orme dei monaci alla scoperta di una bella ed interessante pagina di storia del Cilento, non sempre conosciuta ed opportunamente valorizzata. Io non sono uno storico. Cerco di fare al meglio il mio mestiere di giornalista e, quando ci riesco, di scrittore/poeta nel ruolo di “operaio di sogni”, come scriveva con bellissima ed efficacissima imagine il mio Amico e Maestro, Salvatore Quasimodo. Spero di riuscirci e mi auguro fortemente di incuriosire miei conterrannei e di stimolarli a conoscere di più e meglio la storia del territorio. Ma il segreto è quello di conoscerlo per amarlo, difenderlo e propagarlo.

 

Di qui il mio invito alla lettura come atto di conoscenza e, quindi, d’amore .

 

 

 

 

 

Futani, fino a pochi anni fa, era noto ai più per l’improvvisa interruzione della “Cilentana” e l’inizio di una via crucis lunga dieci chilometri per tornanti di rara bellezza paesaggistica tra uliveti e macchia mediterranea che si aprono alla vallata del Lambro. Ma quanta fatica prima che la strada si aprosse agli slarghi del Mingardo ed ai contrafforti del Bulgheria, scivolasse giù verso l’abisso della “Valle dell’inferno”, imboccasse la comoda “Mingardina”, per correre a godere dello spettacolo del mare della Molpa e Palinuro!

 

Da tempo il supplizio è finito e la “Cilentana” è una realtà da percorrere speditamente lungo l’intero tracciato nel cuore verde del parco fino all’apertura da visibilio di bellezza verso l’arco lunato del Golfo di Policastro.

 

Ma fino ad alcuni anni fa probabilmente le migliaia di turisti che hanno pensato a Futani come ad un miraggio, per chi tornava, e ad un incubo, per chi andava, non hanno avuto il tempo e la voglia di apprezzare quel luminoso terrazzo naturale sulla vallata e il mare e, soprattutto, di tentare l’itinerario alternativo lungo la vecchia strada che s’inerpica verso Castinatelli ed Eremiti e prosegue giù verso S.Nazario e S.Mauro La Bruca per puntare, poi, tra Caprioli e Palinuro.

 

E’ la vecchia  “strada dei monaci” ed è ricca di suggestione non tanto e non solo per l’alternarsi di paesaggi tra castagneti che scalano le montagne ed incombono sui centri abitati ed uliveti secolari che inargentano colline e vallate, quanto, e forse soprattutto, per il patrimonio storico, religioso, umano che si legge sui muri screpolati dei vicoli anneriti, su qualche portale pretenzioso che resiste all’usura del tempo, sulle volte a lamia di un supportico che vanta pittura e stemma gentilizio, testimonianza di antichi splendori.

 

Ad una svolta, con l’occhio al burrone ad evitare un volo a precipizio con macchina ed autista, l’insegna sconnessa e violentata dalle intemperie indica “Eremiti”. Ed il pensiero corre lontano nei secoli ai monaci italo-greci, che popolarono questo territorio di “celle” e “laure”, di “cenobi” ed “abbazie” e strapparono terra alle montagne e dissodarono macchie ed insegnarono ai contadini nuove colture  e nuove tecniche di agricoltura. E sulle montagne i castagneti diedero frutti abbondanti e saporiti e sulle colline crebbero uliveti fiorenti e vigneti generosi; e sugli appezzamenti a terrazza, spalancati sul gigante addormentato della Molpa, fecero bella mostra i fiori blu-celestino del lino, che macerò nelle anse dei fiumiciattoli e fornì materia prima alle mani esperte delle donne ai telai. E fu lino di prima qualità quello che i monaci d’oriente insegnarono a coltivare ai contadini della zona.

 

E l’Abbazia di Santa Cecilia di Eremiti fu centro di culto e di preghiera sì, ma anche mercato settimanale, scuola e farmacopea. E fu importante e potente l’igumeno-abate che la governava e che estendeva il suo dominio su Abatemarco  e Massicelle, su Futani e San Nazario e amministrava acque e mulini, sovrintendeva su scambi e commerci, esigeva tributi ed ingrandiva i possedimenti.

 

Oggi l’Abbazia di Santa Cecilia è poco più che uno scheletro, testimone muto di un passato di gloria. Eppure a frugare negli archivi e nelle biblioteche verrebbero di sicuro alla luce testimonianze preziose su uomini ed avvenimenti di una bella pagina di storia, quella della bizantinizzazione del Cilento interno e del monachesimo italo-greco, ancora tutta da esplorare. Ed il recupero di un monumento storico-religioso di notevole importanza offrirebbe un contenitore di prestigio da utilizzare per manifestazioni culturali, espositive e ludiche. E le forse, le intelligenze, le professionalità  e l’entusiasmo non mancano.

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it