La conquista del Sud – di Carlo Alianiello

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 Salve a tutti, voglio proporre uno stralcio del libro “La conquista del Sud” di Carlo Alianiello, con l’intento di capire sempre meglio le ragioni della caduta di uno stato indipendente qual era il Regno delle due Sicilie. Buona lettura.

dal capitolo primo: “LA NEGAZIONE DI DIO”

 

« … ed io non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse infrangere le leggi non scritte e immutabili degli dèi; poiché non sono di oggi ne di ieri, ma sono eterne » (Sofocle, Antifone, 433-437).

 

Da cosa nasce cosa; magari da una passeggiata, da un matrimonio sbagliato o da un affare di zolfo, zolfatare e bizze patronali.

 

Questa storia comincia ufficialmente (ma già aveva messo radici e qualche germoglio prima) con la troppo famosa lettera di lord Gladstone, inviata, per la precisione, a lord Aberdeen in data 17 luglio 1851, e diffusa largamente nei mesi successivi in ogni angolo d’Europa, soprattutto per opera dei rifugiati all’estero dal Regno delle Due Sicilie, i cosiddetti emigrati: mazziniani, ex carbonari, massoni, murattiani e via dicendo, spalleggiati e sostenuti dalla stampa inglese e piemontese. Ma la diffusero soprattutto le varie ambasciate e legazioni britanniche, sparse per tutta Europa e per ogni Paese che non fosse patria soltanto di illetterati.

 

La centrale di diffusione era nella stessa Napoli, proprio nelle intime stanze dell’ambasciata (o legazione che fosse) di Gran Bretagna presso il Rè delle Due Sicilie. […]

 

Che cosa diceva quella lettera tremenda? In verità, in luogo di accuse precise e prove irrefutabili, si lasciavan cadere notizie vaghe, insinuazioni sottili, ma esagerate, artefatte, gonfiate. Tutto un nebuloso «si dice», confermato e sostenuto come verità sacrosanta.

 

Il Gladstone doveva avere inteso, o tramite biglietti furtivi o a voce, fra sussurri e fiati mozzi e incerti, di segrete sotterranee, di torture, di celle sepolte sotto il livello del mare, di aguzzini bastonatori e di galantuomini bastonati. Immaginando forse d’esser tornato per magia ai tempi di Tiberio e di Diocleziano, così concludeva la sua missiva: «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissimo volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo».

 

Oggi si sa che il Gladstone non visitò mai ne una prigione ne una segreta, e non ebbe modo di parlare con nessuno dei prigionieri. Si sa soltanto, anzi si dice, che passasse in barca al largo di un’isola, forse Ponza, forse Nisida, in compagnia di carissimi amici, tutti più o meno registrati nei libri della polizia.

 

Purtroppo nessuno, tranne s’intende il governo napoletano, mise in dubbio quelle fantasie traboccanti d’indignazione puritana […].

 

C’eran dei torbidi in Italia? Bene. C’erano incomprensioni e ostilità fra governo e governo? Benissimo. Interessi contrastanti? Ottimamente. Tra mazziniani e monarchici? Meglio di così! Tra Torino e Napoli? Era tutta provvidenza; provvidenza protestante, si capisce. Dagli dunque sotto ad accendere zolfanelli, a metter fiamme, a suscitare odi e sdegni. Invano il governo napoletano, rappresentato a Napoli dal Fortunato e a Londra dal Castelcicala, aveva smentito a voce e per scritto tutte quelle smerlettature narranti di bieca ferocia; invano aveva invitato chiunque lo volesse a guardar bene nelle sue istituzioni carcerarie, nelle sue leggi, nei codici, nelle grazie. Non era valso a nulla: Gladstone dixerat.

 

Se poi si considera che il medesimo era fratello [massone, ndr] di lord Palmerston, il grande, l’immenso statista che nessuno osava contraddire, la faccenda si fa più chiara. […]

 

Quest’uomo si guardava bene dal togliersi la trave conficcata nel suo occhio, mentre accusava implacabilmente il fuscello tra le ciglia del suo prossimo d’oltre Manica. […]

 

In Irlanda il boia funzionava a dovere. Riferirò una delle tante notizie, che allora erano note in tutta Europa: soltanto qualche anno prima della lettera di Gladstone, «in seguito alla cosiddetta cospirazione di Donesaile, il solicitor-general [procuratore generale di Stato] John Doberty non esitava a far condannare a morte da una giuria attonita e tremante quattro disgraziati, e poi due, e altri due ancora, accusati solo da falsi testimoni messi su dalla polizia. […]

 

Le notizie di come si istruisse un processo fasullo il buon Gladstone aveva agio di conoscerle perfettamente dai brogli di casa sua, perciò molto probabilmente non esitò ad applicarle integralmente ai fatti di casa nostra. Soprattutto contro l’odiato Reame di Napoli, così poco corretto verso l’Inghilterra da non volerle concedere con appassionata dedizione il monopolio degli zolfi di Sicilia, industria che allora fruttava molto, essendo la Sicilia l’unica (o quasi) terra conosciuta che giacesse su quella gialla e maleodorante coltre, della quale il nuovo progresso, allora ai primi passi, voleva e doveva giovarsi, e molto.[…]

 

Nell’Italia meridionale non c’era da scialare, ma nessuno moriva di fame, almeno a quei tempi. Diremo più innanzi delle provvidenze borboniche per i bisognosi, per i contadini, per gli zappaterra, mentre non solo in Irlanda ma in tutta l’Inghilterra l’uomo del terzo stato, il plebeo, conduceva un’esistenza infinitamente più squallida e miserabile, quale mai lazzarone napoletano o pastoriello di Calabria o Basilicata conobbe. In Irlanda, invece… […]: «Gli anni della carestia non erano davvero tempo adatto a preparare ribellioni in mezzo a un popolo che aveva appena la forza di stendere la mano per il cibo. Per due stagioni successive mancò il raccolto di patate; nel 1846 e nel 1847 il primo compito era quello di salvare otto milioni di vite irlandesi. I contadini, abbandonato l’inutile lavoro dei campi, si accasciavano per le strade, provandosi a spaccare pietre per ottenere qualche sussidio, ma spesso venendo a morire lentamente di fame… Il continuo tributo di emigrazione in America, che era divenuto un costume di quel popolo, ridusse la popolazione dell’Irlanda da otto milioni nel 1841 a sei milioni e mezzo nel 1851 e a meno di quattro e mezzo nel 1901… L’esodo economico, se era in gran parte necessario, avvenne in tali condizioni politiche e sociali che i discendenti degli immigrati in America divennero necessariamente nemici ereditari della Gran Bretagna… ».

 

E con questo mare di guai in casa loro, o appena fuor dell’uscio, i signori Palmerston e Gladstone si lasciavano intenerire dalle situazioni un po’ difficili dell’avvocato Poerio o del professor Settembrini! E il signor Gladstone si regalava un bel viaggio a Napoli per prendersi cura di quattro intellettuali rimasticanti qualche dottrina illuministica rinsecchita, o magari qualche brandello del secentesco duello giurisdizionalista tra Chiesa e Stato! Questi intellettuali accusavano il Rè di non voler rispettare un trattato che essi, per quanto li riguardava, avevano già dichiarato di non voler rispettare a nessun costo, a meno che non fosse loro concesso ogni privilegio, tutto il potere. Poiché il Rè aveva fatto sapere che egli non stava al gioco, lo dichiararono traditore della patria. Bene faceva dunque il Gladstone a correre in diligenza sulla via di Napoli: era giunta l’ora che all’emigrazione irlandese dei villani si accodasse quella meridionale dei cafoni. Non a caso un bei giorno i nostri zappaterra fuggirono di casa e riempirono di nostalgia e di fatica città e campagne d’America dietro gli irlandesi; ma ciò non avvenne mai finché sul trono di Napoli regnarono re indigeni; furono i piemontesi sopraggiunti che vi portarono la fame e la miseria. […]

 

Certo è che il diplomatico inglese si dette un gran da fare. Quando scese in Italia correvano i giorni in cui si iniziava il processo, presso la Gran Corte Criminale di Napoli, contro la setta dell’Unità d’Italia e gli imputati dei moti del 15 maggio 1848. Il Gladstone non si recò a corte, dove pure era stato invitato, ne interrogò a proposito i ministri e funzionari; il suo covo era la legazione inglese e i carissimi amici o complici, lo sparuto gruppetto dei liberali o, se si vuole, dei congiurati ancora in attività di servizio. Con sulle spalle quel grosso debito verso l’umanità, l’onesto Gladstone si permetteva di chiamare niente-popodimeno che negazione di Dio un pacifico Stato dove tutti più o meno vivevano in un mediocre benessere o, se si preferisce, in un mediocre bisogno, almeno negli ultimi anni di re Ferdinando II, uno Stato che si faceva – è il caso di dirlo – i fatti suoi, unico tra gli Stati italiani!

 

E che cosa era mai l’Inghilterra? Che cosa faceva in Irlanda? Che cosa andava facendo in India? […] quando il Gange si tingerà di sanguigno e quando a Cawnapore nel 1857, dopo la sconfitta dei sipoys, il sangue salirà fino al ginocchio? E in patria? E nei quartieri poveri delle città, nel lurido intrico dei vicoli presso il Tamigi a Londra, nelle campagne sparse di miseri casolari di strame dai quali i lords cacciavano i contadini per crearsi comode e ricche riserve di caccia?

 

Ma tutto ciò non interessava Gladstone; lui si occupava soltanto del regno borbonico e degli amici liberali o mazziniani. Fu lui stesso a confessarlo candidamente: «Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la nostra rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, con la buona occasione che egli tornava da Napoli, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari».

 

[…] Palmerston aveva avuto motivi, e gravi, di astio se non proprio di odio contro Ferdinando II. Si era illuso che sua nipote, Penelope Smith, sposata a un Borbone, e precisamente a Carlo, principe di Capua, fratello minore di Ferdinando e un po’ (o molto) scavezzacollo, fosse ammessa, quale regale parente o almeno quale regale affine, alla corte di Napoli, col rango di principessa reale. Ma Ferdinando non volle in casa propria una borghese, bella o brutta che fosse. A parte tutto, era una straniera. Qualche sussurro poi alitava qua e là, e la parola «avventuriera» era stata pronunciata, magari sommessamente, in alto loco.[…]

 

In ogni caso, questo probabile rancore s’intrecciava con un rancore certo e feroce, nato quando Ferdinando aveva detto di no alle pretese avanzate sulle miniere di zolfo in Sicilia.

 

La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione più favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia.

 

Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae. Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrì, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. […]

 

Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. […] ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.[…]

 

Dunque, […] il nobile Lord se ne venne a Napoli e si ritrovò col Temple, cioè con don Riccardo, e insieme con i cospiratori e i liberali del luogo preparò la famosa lettera.

 

Ci andò o non ci andò il Gladstone nelle famigerate regie galere?

 

II Nisco ne è sicuro: « Eravamo da una settimana a Nisida… allorché l’illustre statista che oggi governa la Gran Bretagna, fattosi accompagnare da una giovinetta napoletana, plebea di nascita e nobilissima di anima e di costumi, Pasqualina Proto, la quale aveva a Nisida un fratello, pur per politica condannato, entrava inosservato nel bagno. Ivi, senza alcun sospetto della polizia e dei guardiani, avemmo col Gladstone man mano stretto colloquio».

 

Belle e piacevoli quelle prigioni dove entra chi gli pare e ne esce chi vuole! Gentili quei guardiani, simpatica quella polizia che lascia celle spalancate e permette colloqui di congiurati! Già, si dirà, ma i poliziotti non sapevano che colui che entrava con lo scappellotto era nientedimeno che un altissimo personaggio inglese, dal tenero cuore per i ribelli napoletani, duro e insensibile per quelli delle isole Jonie, dell’Irlanda e via dicendo. […]

 

E che cosa riferì quest’uomo che avrebbe voluto con la sua lettera rivoltare il bel Regno delle Due Sicilie? Voci raccolte a caso, pettegolezzi. E di quale gente? Di uomini onorati che, una volta in prigione, naturalmente non ci volevano restare ad ammuffirsi e perciò si proclamavano innocenti… Poteva dire altra cosa il Nisco, altra ragione portare lo Spaventa? Si crede a quello che si vuoi credere, anche se quel che si dice non collima perfettamente con la verità oggettiva… A guardar bene, nessuna verità umana e non trascendente può essere del tutto oggettiva. È vero soprattutto quel che ci fa comodo, specialmente quando una «spiritosa invenzione » può farci balzare da una scomoda cella al parlamento, alle università, alle cariche, agli agi, agli onori, in una parola, al potere. […]

 

A Napoli l’uomo era stato alacre e perfino pignolo, se non in prima persona, almeno attraverso l’amico e congiunto sir Temple, ministro d’Inghilterra a Napoli. Qui è necessario fare un passo indietro e tornare al tempo del processo contro la setta dell’Unità d’Italia. Erano accusati di cospirazione e di atti violenti Filippo Agresti, Salvatore Faucitano, Luigi Settembrini, il prete Barilla ed Emilio Mazza, Francesco Catalano, Lorenzo Vellucci, Michele Pironti, Carlo Poerio, Gaetano Romeo, Cesare Braico, Francesco Nardi, Francesco Cocozza ed altri meno importanti; quarantuno in tutto. Capo della polizia era allora il predecessore del Mazza di cui già si è detto, e cioè il ministro di Stato della polizia generale, comm. Gaetano Peccheneda, di fosca memoria per i liberali, giacché faceva il dovere suo e non s’intrigava con i supposti affossateti del regno. Era presidente della Gran Corte il consigliere Navarra, del quale il Settembrini (sincero spesso nel giudicare le persone quanto disonesto e mendace nel giudicare le istituzioni) parla con una certa comprensione, senza negargli un pizzico di umanità, mentre più tardi la cosca liberale verserà sulla sua non ingrata memoria tonnellate di stereo, di sangue e di oltraggi. […]

 

La maggioranza dei quarantuno fu condannata ai ferri. Agresti, Settembrini e Faucitano furono condannati a morte. La bontà di Ferdinando tramutò la pena capitale in ergastolo, il quale da condanna a vita fu poi accorciato a sei anni o poco meno.

 

[…]

Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editore 1982  ( http://www.ilportaledelsud.org )

 

 

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