Il clarinetto e la continuità del ricordo

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La classe del M° Giovanni De Falco ha firmato la colonna sonora della presentazione della Associazione “Marco Amendolara”, svoltasi nel chiostro dell’Archivio storico del comune di Salerno

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

Qualche giorno fa un incontro nel chiostro dell’ex convento di San Lorenzo ha celebrato la nascita dell’Associazione Marco Amendolara. Marco giovane poeta, letterato, intelletuale, artista, decise per l’estrema libertà nel caldo luglio del 2008. Il messaggio che ha lasciato, attraverso i suoi scritti, i suoi versi, i suoi fiori e che l’associazione intende divulgare, far vivere, è conservare intatto, anzi accrescere di continuo, nell’arte, il nucleo vivo e insopprimibile di quel messaggio “civile”, operando sopra la mente degli uomini, attraverso i suoni, e le immagini, le parole e i gesti, così da ricondurli, oltre ogni sospensione e rottura, empirica e provvisoria, alla volontà e alla capacità di modificare le proprie convinzioni e convenzioni, le idee e le percezioni, reinstaurando la fedeltà a quella visione del mondo che Marco ha proposto, ristrutturando il consenso a quell’utopia, reinducendone la tangibile praticabilità. Il problema è quello di riversare sopra il vissuto quotidiano, nell’azione sociale di ognuno, quanto l’arte addita in forma simbolica ma reale, fornendo modelli sperimentabili di nuove relazioni con gli uomini e con le cose. Non sarebbe né importante né appassionante sforzarsi di modificare l’arte, di innovare il linguaggio, se non ci fosse, più che la speranza, la certezza che, modificando l’arte, si modifica la mente, e si può così avviare una vera e progressiva rivoluzione dei comportamenti sociali, onde pervenire a mutare il mondo, a cambiare la vita. Marco ha cambiato la sua vita e oggi continua a cambiare le nostre vite, “Perché non – ha affermato il presidente dell’Associazione Alfredo Nicastri – è mai venuto meno al compito fondamentale della ricerca. Ha sempre cercato ostinatamente, talvolta disperatamente, il senso ed è la ricerca in sé a dare un significato all’esistenza”. Poi, la lettura di alcune traduzioni da Tibullo, Catullo, Ovidio, da parte di Barbara Alberti, e l’affermazione che nessuno avrebbe potuto cambiare il corso della vita di e ancora la lettera di Rubina Giorgi, la sua libertà, il suo praticare l’impossibile, il massimo esercizio filosofico di una mente interessata al cambiamento che si interessa precisamente alle cose che sono poste agli estremi. “Se non andiamo agli estremi, non arriveremo da nessuna parte” (John Cage). E’ stato scelto il clarinetto per dar voce musicale a queste idee: quale espressione di un’ancia a cui da sempre è affidata la continuità del ricordo, basti pensare al secondo atto di Traviata e la stesura della lettera di addio di Violetta e alla celebrata introduzione di “E lucevan le stelle”, in cui è proprio il clarinetto a caratterizzare il tempo psicologico trasportando l’ascoltatore nel coacervo emozionale del personaggio. Il suono del clarinetto ha punteggiato l’ intenso reading dell’opera di Marco Amendolara, offerto da Giancarlo Punzi, evocato dalla classe del M° Giovanni De Falco, il quale ha il dono di far scoprire ai propri allievi i mezzi che consentono ai suoni di essere se stessi. Ecco allora il sorriso del giovanissimo clarinetto di Marco Frasca, il quale si è cimentato nel virtuosistico studio di Gaetano Donizetti, il silenzio sovrastare, quale condizione essenziale del suono e della sua stessa purezza, la Rapsodia di Giacomo Miluccio, omaggio dell’ “allievo” De Falco al suo maestro e alla scuola clarinettistica napoletana di cui è illuminato erede, eseguita da un Andrea Caputo, in stato di grazia la riflessione e la gioia contemporanea di Flavio Testi, in  Jubilus, un melisma sull’origine di questa parola, “pronunciata” nitidamente da Simone Sorvillo. Gran finale con i perfetti ensemble, con un Paganini che strizza l’occhio al crossover , per mano di Wilson, le turcherie di Mozart, che proprio al clarinetto ha consegnato il suo testamento spirituale nel largo del celebre concerto, e l’ ottetto composto da Filomena Costa, Salvatore Dell’Isola, Luca Papalino, Simone Vuolo, e ancora Frasca, Sorvillo e Caputo, con un clarinetto basso d’eccezione, suonato da Francesco Di Domenico, che ha tenuto banco in particolare nei due brani di Astor Piazzolla che hanno chiuso la serata, lo struggente Adios Nonino e l’ossessivo Libertango.