Turchia la rivolta di Istanbul partita dalla difesa degli alberi

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 Turchia la rivolta di Istanbul partita dalla difesa degli alberi per finire poi a contestare il sistema illiberale e le ristrettezze economiche del paese. La storia di questi giorni, di quelle non abbastanza interessanti per essere in primo piano, non riguarda più solo la coscienza ambientale ma le conseguenze della controversa politica interna turca che con il passare del tempo diventa sempre più dura. di aldopalmisano Istanbul, ci risiamo. C’è un parco nel mezzo della centralissima area fra Asker Çaddesi e piazza Taksim, molti lo hanno definito “l’ultimo spazio verde e pubblico dell’intero quartiere” di Beyoğlu (250 000 abitanti, oltre 3 milioni di persone ci passano ogni giorno). Il governo ha in mente di “ri-sviluppare” quest’area con nuovi investimenti che i manifestanti rifiutano nella maniera più assoluta; è molto facile immaginare che in un’area con un così elevato prezzo al metro quadro, gli unici investimenti possibili coinvolgono strutture alberghiere o commerciali, proprio accanto ad un Hilton hotel ed a due passi dal Marmara hotel. Nel documentario “Ekümenopolis” di Imre Azem ci si domandava: “è possibile costruire un hotel nel mezzo di Central Park a New York? Ovviamente no! La gente sa che quello spazio è necessario alla città per respirare, è necessario alla terra per assorbire l’acqua piovana. Invece adesso si cerca di far passare il messaggio che è ecologico costruire parcheggi al di sotto dei parchi o, peggio, piantare alberi sui balconi; in questo modo si continua a perdere suolo”. Il movimento “occupyTaksim” è dal 28 maggio in picchetto permanente all’interno del parco per impedire che le operazioni di “bonifica” delle ruspe vadano a compimento e di fronte alla violenta risposta delle forze di polizia sempre più persone (ieri si parlava di diecimila) si sono unite alla protesta lamentandosi di un governo che, come durante i governi militari di quarant’anni fa, sta tornando ad essere uno stato di polizia. Questo parco è l’emblema della tesissima situazione fra popolazione e governo. La Turchia è un paese in netto sviluppo economico, i dati di Trading Economics parlano di un aumento +4% del PIL nel 2012, gli investimenti provengono da tutto il mondo e per il momento la grande penisola sta vivendo un boom simile a quello italiano negli anni ’50. Questo sviluppo però sembra trascinare due grosse zavorre: la prima riguarda il fatto che la quasi totalità degli investimenti è fatta ad Istanbul, Izmir ed Ankara nel tentativo di creare dei grossi centri urbani su cui poter attirare ulteriori investimenti; ciò fa sì che il flusso migratorio che negli ultimi 50 anni ha portato 11(!) milioni di persone ad Istanbul sia tutt’altro che interrotto. E’ facile immaginare i drammatici problemi sociali e demografici, di speculazione edilizia, di danneggiamento ambientale; è quasi sorprendente pensare ad una città (nel 2010 già la 4° più popolosa al mondo) dove basta spostarsi anche solo di 20 km dalla zona storica per ritrovarsi in quartieri poverissimi da paese del terzo mondo. In sintesi, i frutti di questa crescita sono gestiti malamente. La seconda è la pericolosa inversione del processo democratico. Micheal Rubin (National Review) scrive che il primo ministro Erdoğan ha trasformato la Turchia da una democrazia imperfetta basata sulle regole della legge civile in uno stato sempre più dittatoriale guidato dalla religione. La stampa è tutt’altro che libera: è possibile arrestare un giornalista senza una motivazione precisa, tanto che Reporter senza Frontiere ha definito la Turchia come la più grande prigione al mondo per giornalisti. Le minoranze etniche e religiose soffrono costantemente di soprusi, uno fra tutti l’aver obbligato la minoranza religiosa alevita a frequentare scuole sunnite. Le donne sono state scalzate dagli importanti impieghi lavorativi, si sta cercando di far ritornare loro al vecchio ruolo di casalinghe e madri. Su un muro del quartiere periferico Ayazma un tempo c’era scritto “Entreremo nell’Unione Europea sulle spalle dei deboli?”. Questa domanda sembra non aver ricevuto una risposta, anzi a giudicare da quanto sta succedendo a Istanbul, la domanda sembra rivelare sempre di più una profezia.

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