Camorre e scommesse inchiesta Golden Gol da Juve Stabia Sorrento alle intimidazioni alle Vespe

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Camorra e scommesse, giocatori della Juve Stabia aggrediti e l’ormai nota combine nel derby con il Sorrento nel 2009: la Dda di Napoli torna alla carica e chiede il processo per i 20 indagati della seconda puntata dell’inchiesta “Golden gol”. Agli inizi di giugno sarà il gup Roberto D’Auria del Tribunale di Napoli a decidere se i 20 indagati dovranno subìre o meno un processo su episodi che, almeno in parte, sono già al centro di dibattimenti o sentenze. E sì, perché anche in Golden Gol 2 la Dda si è occupata- per citare l’episodio centrale relativo al presunto riciclaggio di denaro del clan- della girandola di licenze che tra il 2008 e il 2009 ci fu tra agenzie e corner di Intralot a Castellammare: questione già affrontata, appunto, nei processi Golden Gol 1 che si stanno celebrando in primo e secondo grado, a seconda che gli imputati abbiano scelto il rito ordinario o abbreviato. Nelle dichiarazioni dei pentiti Giuseppe Di Nocera di Torre Annunziata e Salvatore Belviso, l’ex reggente del clan D’Alessandro, il pm Pierpaolo Filippelli della Dda di Napoli ha ravvisato gli elementi per contestare il coinvolgimento in quegli stessi episodi ad altre persone come il boss Vincenzo D’Alessandro e Concetta “Titti” Falcone, la funzionaria di Intralot che si occupava delle licenze commerciali. Oltre al riciclaggio di denaro sporc o d e l c l a n D’AlessandroD i M a r t i n o c h e s a re b b e avvenuto nei centri Intralot di Pioppaino e piazza Spartaco a Castellammare, di Gragnano e di Pimonte, la Dda contesta l’associazione di stampo camorristico e la violenza privata per le aggressioni che nel 2009 i giocatori della Juve Stabia furono costretti a subire. Di ritorno dalla gara con il Pistoia il pullman delle “vespe” venne accolto da tifosi esagitati che costrinsero i giocatori a spogliarsi perché ritenuti indegni della maglia che indossavano, mentre dopo alcuni giorni vennero accolti sul campo d’allenamento da manifesti mortuari con tanto di nome su e lumini. Tentativo di condizionare la squadra, sostiene la Dda, da parte di quella stessa camorra che aveva le mani nei centri scommesse Intralot. Ancora prima di affrontare l’esame del gip, questa tesi ha subìto una bocciatura da parte del Tribunale del Riesame. Che ha respinto- per la seconda volta dopo che l’aveva già fatto il gip alla fine di gennaio- la pezzo da novanta del clan di Scanzano. Belviso, invece, ha sostenuto che i D’Alessandro decidevano chi poteva aprire in virtù del rapporto di amicizia tra Maurizio Lopez e i fratelli-boss Pasquale e Vincenzo (accuse ripetute anche in aula). Secondo il Tribunale del Riesame le dichiarazioni di entrambi i pentiti sono generiche e, quindi, non se ne può valutare l’attendibilità. Nel caso di Di Nocera, inoltre, sono state rese dopo che erano scaduti i 180 giorni che la legge assegna ai pentiti per raccontare tutto quello che sanno intorno agli affari cui hanno partecipato. Per di più quando i giornali avevano ampiamente riportato la notizia degli arresti, nel settembre 2011, di Maurizio Lopez e degli altri indagati. Come se non bastasse, sottolinea il Riesame, non sono stati accertati contatti tra Di Nocera e Lopez. Generiche anche le dichiarazioni di Belviso, nessun accertamento su quanto ha riferito rispetto all’agenzia all’Acqua della Madonna (vedi altro articolo in pagina). Il riciclaggio. Il Riesame, inoltre, sottolinea che non spettava a Lopez decidere l’apertura di agenzie o centri: la stipula dei contratti era un compito di Bruno Lener, ascoltato nel corso del processo ordinario “Golden Gol”. Sarebbe stato lui, insomma, a favorire il clan D’Alessandro. Sempre se favore c’è stato. Ed è proprio questo il punto più sensibile che viene “demolito” dal Tribunale del Riesame, così come era già successo con la sentenza di primo grado emessa dal gup Dario Gallo al termine del processo con rito abbreviato sull’accusa di associazione e violazione delle norme sulle scommesse sportive. Il gup Gallo cancellò l’aggravante di stampo camorristico, ridimensionando di molto il quadro delle accuse e stabilendo che non ci fu riciclaggio di soldi sporchi, accogliendo su questo punto in particolare la tesi avanzata dall’avvocato Stefano Sorrentino, difensore di Francesco Avallone, ritenuto factotum di Carolei. Il Riesame ripesca esattamente questi passaggi del gup e ripete che non sono emersi elementi che portano a ritenere che ad investire il denaro nei centri scommessi sia stato il clan D’Alessandro e non soltanto Carolei in proprio. Nè ci sono stati contatti diretti tra Lopez e Carolei. Il funzionario Intralot sentì al telefono sì Avallone e il cognato del ras Gennaro Cascone per dare indicazioni sulla trasformazione della formula di gestione, da banco e co-banco. Ma i consigli, secondo il Riesame, non erano diretti a tutelare l’interesse del clan D’Alessandro, quanto piuttosto erano dati per far crescere un centro scommesse più che promettente- quello di Pioppaino aveva un fatturato annuale di 4 milioni e mezzo – e di conseguenza gli interessi della stessa Intralot. Anche per questi motivi il Riesame ha rigettato la richiesta d’arresti nei confronti di Lopez e della Falcone. richiesta di arresti avanzata dall’Antimafia napoletana. E’ nelle motivazioni della decisione che i giudici della libertà avanzano pesanti critiche agli elementi ritenuti decisivi dalla Dda. Vediamoli da vicino. I pentiti. Per la pubblica accusa, come dicevamo, le parole di Giuseppe Di Nocera e di Salvatore Belviso contengono nuovi elementi rispettivamente a carico di Antonio De Simone e Maurizio Lopez, entrambi funzionari stabiesi di Intralot. Il primo, nel ramo commerciale. L’altro, direttore dell’Ufficio Quote e Rischi. Il collaboratore di Torre Annunziata ha accusato De Simone di pretendere tangenti per l’apertura di centri scommesse, sostenendo che questi gli avrebbe fatto intendere che per le agenzie di Santa Maria la Carità, Gragnano e Scafati aveva pagato anche Paolo CaroleiFONTE METROPOLIS