SULLE ORME DEI MONACI: IL CENOBIO BASILIANO DI SAN GIOVANNI A PIRO

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Una delle pagine di storia meno esplorate dagli studiosi è quella del monachesimo orientale e della sua diffusione nell’Italia Meridionale in  generale e nel Cilento in particolare. Eppure storici dello spessore e della levatura di Lenormant, di Batiffol e di Diehl affermano, non  senza fondamento, che uno dei fattori principali del processo di bizantinizzazione del Mezzogiorno fu proprio il monachesimo italo-greco.

 

I monaci giunsero nel Cilento a più riprese, o per via mare approdando ai Porti Velini o per via terra dalla Calabria e dalla Terra d’Otranto, risalendo il corso del Lao e penetrando nelle zone montuose del Gelbison e dell’Antilia, per ridiscendere, poi, verso la costa lungo i corsi del Mingardo e del Lambro. La migrazione più numerosa fu quella del 726, anno della persecuzione iconoclasta da parte di Leone III Isaurico.

 

Nel Cilento, come altrove, il monachesimo conobbe diverse fasi di sviluppo: quella “eremitica”, vissuta appunto negli eremi, per lo più grotte inaccessibili, cavità naturali o umili capanne in cui il monaco era appagato del suo rapporto con Dio in perfetta solitudine e completo ascetismo.

 

Seguì la fase “lauritica”, vissuta in comunità, chiamate appunto laure, formate da modeste capanne, grotte rupestri, raccolte per lo più intorno ad una chiesa, dove i monaci si riunivano per pregare. La preghiera in comune e le funzioni religiose costituivano l’unico momento socializzante per gli eremiti, che per il resto del giorno e della notte vivevano in totale solitudine, impegnati, nelle loro celle naturali, nella preghiera e nella meditazione.

 

Alla fase lauritica seguì quella “cenobitica”, vissuta appunto nel cenobio, luogo creato per la vita comunitaria dei frati, che era ancora scandita dalla preghiera e dalla meditazione, ma che si arricchiva anche del lavoro e delle attività della manualità in generale. E’ il periodo in cui la comunità monastica si apre all’esterno e diventa punto di riferimento per i centri abitati.

 

E per conoscere gli insediamenti  e l’evoluzione del monachesimo orientale nel Cilento un grosso aiuto ci è fornito dalla toponomastica.

 

Li Lauri”, “Laureana”, “Laurito”, “Laurino” portano già nel nome la testimonianza delle loro origini come nucleo di laure monastiche. Così come la frazione di Eremiti di Futani, Monte dei Monaci tra Rodio e San Nazario, la Chiusa dei Monaci a Cuccaro Vetere, il Vallone Lauri sul Monte della Stella rivelano, senza ombra di dubbio, insediamenti di comunità di monaci italo-greci.

 

Ma è sufficiente girare in lungo e in largo per il territorio per imbattersi in resti di chiese e di abbazie,che, nel nome dei santi e nelle architetture, richiamano passaggi e soste di egumeni potenti, di abati colti, di monaci santi. Da San Giovanni a Piro a Pattano, da Camerota a Licusati, da Celle di Bulgheria a Roccagloriosa, da Ceraso ai tanti paesi disseminati sui crinali del Cilento Antico è tutto un susseguirsi di  cenobi che hanno scandito i ritmi della vita religiosa, ma anche culturale ed economica del Cilento.

 

Ed infatti, quando i monaci lasciarono le grotte inaccessibili, con l’unico umile arredo di un letto di pietra per il riposo breve e la sacra icona per le lunghe preghiere, fondarono monasteri che, in un breve lasso di tempo, diventarono importanti centri con chiesa e coro, scriptorium e biblioteca.

 

E ci furono monaci che continuarono a dedicarsi alla vita ascetica, fatta di preghiera e meditazione, ma non mancarono i frati che studiavano le Scritture, quelli che si dedicarono all’arte, componendo inni sacri, copiando codici ricchi di straordinarie miniature, dipingendo icone, affrescando chiese.

 

E furono in tanti quelli che praticarono l’agricoltura, disboscando e dissodando terre incolte, sperimentando nuove colture, familiarizzando con gli abitanti dei centri vicini, per i quali il cenobio diventò luogo di preghiera, mercato per i prodotti della terra, farmacopea per i loro malanni.

 

Uno dei primi e certamente il più importante cenobio del monachesimo italo-greco nel Cilento è, fuori dubbio, quello di San Giovanni a Piro. Sorge a qualche chilometro dal centro abitato, là dove i terreni coltivati cedono il passo a castani, lecci, querce, ontani e consigliano una scalata al Monte Bulgheria.

 

C’è da incantarsi alla massiccia Torre merlata e ad un gioiello di chiesa in restauro. Il vento leggero che scompiglia il fogliame folto degli ulivi e delle querce fronzute, a corona dei ruderi della vecchia abbazia, narra di egumeni potenti e colti, a cominciare dal Cardinale Giovanni Bessarione, che in questo cenobio affinò pietà e cultura prima di legare il suo nome all’istituzione della celebre Biblioteca Marciana di Venezia e al tentativo di pacificazione ed unione delle due chiese, greca e latina, dall’autorevole cattedra del Patriarcato di Costantinopoli. Bella figura di letterato e principe della chiesa quella del Cardinale Bessarione, che a San Giovanni a Piro lasciò preziosi testi di cultura  classica e di tradizione religiosa.

 

Tra i ruderi si individua quella che fu una biblioteca ricca e frequentata, palestra di studi rigorosi, dove regnò sovrano Teodoro Gaza, nato a Tessalonica e qui morto e sepolto, autore di ben noti “statuti” con cui gli abati-baroni ressero le sorti della comunità religiosa e civile con saggezza, equilibrio e giustizia. E spuntano le tante figure di monaci santi, elevati alla dignità di vescovi e cardinali, di monaci colti che consegnarono ai posteri ponderosi volumi delle loro ricerche in  ogni campo, di monaci agrimensori che insegnarono ai contadini nuove tecniche di agricoltura, di monaci speziali che pestarono salute dagli umori delle erbe officinali nelle farmacopee annesse al monastero.

 

E, poi,…la fine con la dilapidazione di un enorme patrimonio di cultura e di storia. I numerosi volumi della biblioteca finirono in Vaticano, i tesori d’arte della chiesa e del cenobio finirono, svenduti da igumeni simoniaci, nelle cappelle e nei palazzi gentilizi. E ce ne sono molti a San Giovanni a Piro a dominio di slarghi, piazzette e vicoli in un centro storico dalla struttura urbanistica  compatta. Oh, le straordinarie sorprese del mio Cilento, che potrebbe attingere a piene  mani allo scrigno dei tesori del suo prestigioso passato per un’offerta turistica di qualità nel segno della cultura!

Giuseppe   Liuccio

g.liuccio @alice.it