Capri uccisero a botte Stefano Federico condannati vigilantes

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«La sentenza è arrivata il 9 maggio; lo stesso giorno in cui Stefano avrebbe compiuto 35 anni, una incredibile coincidenza, un segno dal cielo?», chiede Gino Federico, il papà del ragazzo morto dopo un pestaggio che gli imputati avevano cercato di far passare per una morte per overdose. L’altro giorno la sentenza del giudice Giovanni Pentagallo presidente della IV Sezione della Corte d’Assise di Napoli e della giuria popolare: otto anni di reclusione per i quattro uomini della vigilanza del porto di Napoli riconosciuti colpevoli di omicidio preterintenzionale in concorso. Il 17 gennaio del 2011 Stefano Federico (nella foto), trentaduenne caprese, per raggiungere più rapidamente Calata di Massa, in prossimità della partenza della nave per Capri, si era incamminato in un’area portuale interdetta al transito dei non addetti ai lavori. Il giovane, durante il percorso era stato inseguito da vigilantes su un’auto che, dopo averlo bloccato, lo avevano picchiato lasciandolo esanime sul selciato. In seguito era stato fatto credere che il giovane fosse rimasto vittima di una overdose. Ma Stefano la droga non l’aveva mai usata; quel giorno tornava a casa al termine della sua settimana di lavoro alla reception dell’Hotel Vesuvio dove era stato assunto per la sua conoscenza di diverse lingue. Era, Stefano un giovane che scriveva poesie, amava la cultura del Giappone, paese dove aveva vissuto a lungo, e la musica. Così da subito nessuno aveva creduto all’ipotesi di una overdose. Un’attenta attività di indagine avviata dalla Procura di Napoli e il ruolo fondamentale svolto dalla polizia marittima fecero emergere la verità. I quattro vigilantes Marco Gargiulo, 35 anni, Carlo Berriola 43, Armando Davino, 32, Vitale Minopoli di 45 anni, oltre alla condannata a otto anni di reclusione sono stati colpiti anche da interdizione perpetua dai pubblici uffici e risarcimento di danni. Nell’immediato è stata fissata una provvisionale, in solido alla società di cui erano dipendenti, di 100mila euro per Gino Federico, padre di Stefano, e 25mila per il fratello Marco, entrambi costituitisi parte civile e difesi dall’avvocato Fabio Greco. La condanna ad otto anni emessa, riduce quella chiesta dal pm Luigi Sandulli che nella sua requisitoria aveva avanzato una richiesta di condanna a dieci anni per tutti i partecipanti al pestaggio. «Quello che ferisce – dice Gino Federico – è la mancanza di sensibilità e di rispetto verso la nostra famiglia; non una parola, un gesto di cordoglio da parte dei vigilantes. Una vicenda che fin dall’inizio era stata coperta dalla menzogna dei protagonisti. Spero che almeno siano perseguitati dal rimorso di aver tolto alla nostra famiglia l’amatissimo Stefano. Mi piace ricordare mio figlio – conclude commosso – quando, seduto in salotto, suonava la mia chitarra poi, subito dopo, confezionava i suoi bellissimi Origami che regalava a parenti ed amici quando poi scriveva in Giapponese delle brevi poesie o pattinava felice nel terrazzo di casa». Anna Maria Boniello , Il Mattino