Un ricordo di Anna Proclemer

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Per Anna Proclemer

 

di Paola De Vergori

 

 

 

Milano 2005,  Teatro Giorgio Strehler. Primo giorno di prove dello spettacolo “Diario privato” dello scrittore francese Paul Léautaud.

 

Interpreti Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer.

 

Avevo già lavorato con Giorgio, ma mai con Anna. Mi presentai e le parlai dandole del lei. Mi interruppe subito:”Chiamami Anna e dammi del tu”. La sua voce perentoria e decisa non dava adito a repliche.

 

Poi ogni giorno insieme per i 4 mesi della tournée. Debutto al Teatro Argentina di Roma, Perugia, Salerno, Napoli, Catania, Modena, Ferrara…in giro per tutta l’Italia.

 

Imparai a conoscere il suo carattere scabroso ma sensibile e generoso. Una sera, a Perugia dopo lo spettacolo, mi chiese di accompagnarla a far fare una passeggiata alla sua inseparabile cagnolina. La portava con sé ovunque andasse. Quella sera, durante la recita, la cagnolina era scappata dalla porta del camerino che qualcuno aveva lasciata aperta, presentandosi sul palcoscenico! Breve attimo di smarrimento di noi tutti e di imbarazzo negli occhi di Anna, inchiodata sulla poltrona semovente che Luca Ronconi aveva immaginato per lei e Albertazzi. Ma il pubblico nemmeno se ne accorse, pensando ad un artificio di scena. Ne ridemmo fino all’una di notte.

 

Era rigorosa nella sua recitazione e precisa in modo quasi morboso. Le sue battute erano perfette, né una parola di più né una di meno di quanto dettava il copione. E si contrapponeva al dialogo con Albertazzi il quale, nella sua magistrale estrosità e ineguagliabile bravura,  a volte andava “a braccio”, lasciandola per una frazione di secondo interdetta nella sua replica, tanto che una volta mi disse: “Ma insomma, di’ a Giorgio di rispettare il copione!”.

 

Che attrice, Anna! Che coppia, con Albertazzi! Mentre recitavano si guardavano negli occhi e paradossalmente le parole parevano superflue. Si sorridevano, si capivano, si insultavano, si criticavano, si lodavano, si volevano bene, si amavano.

 

L’ho rivista due settimane fa. Era nel camerino di Albertazzi. Le sono andata vicino, le ho preso la mano, le ho detto:”Anna, ti ricordi?”. Lei mi ha rivolto un sorriso mite e dimentico e mi ha fatto cenno di sì. Ma non sono sicura che fosse un sì consapevole. Sembrava essere al di là di ogni cosa terrena, forse disinteressata a ciò che la circondava e ansiosa di un’altra vita.