LA´ DOVE IL CILENTO SA DI GRECIA

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Nel Cilento ci sono stati i Greci. E vi hanno lasciato tracce del loro passaggio e della loro stanzialità. Sono segni fisici, di Beni Culturali nella loro materialità, ma anche, e forse soprattutto, di quelli che vengono definiti Beni Immateriali e che attengono ai miti, alla storia, alla cultura, alle abitudini, alle usanze della vita quotidiana, alle ritualità religiose, alla gastronomia, alla lingua, insomma a quel complesso di comportamenti, che vengono dal profondo, perchè metabolizzato ed interiorizzato dalle tradizioni dei secoli e che costituiscono la “civiltà” di un popolo e ne connotano ed esaltano la identità. Ebbene sì, la civiltà cilentana viene da lontano, ha radici antiche e sa di Grecia. Poseidonia/Paestum ne è una testimonianza nella maestosità dei templi dorici che brillano al sole nell’ombra delle scanalature delle colonne, stupisce  nelle pitture delle lastre tombali, comunica forza a potenza nelle mura ciclopiche che racchiudono terme e teatro, case e taverne lungo la squadratura geometrica di cardo e decumano con strade di vasoli levigati dai passi dei secoli. Si tratta di testimonianze che gonfiano di meraviglia il visitatore e gli materializzano nella memoria una delle più fastose e potenti città della Magna Grecia:  approdo e snodo delle rotte del Mediterraneo, recitandovi un ruolo da protagonista. Ma non meno importanti sono le testimonianze della  kora pestana, su cui gli abitanti della città esercitarono di sicuro influenza e, forse, anche dominio. Si tratta di un vasto territorio, su cui i nostri Padri antichi svolgevano intense e feconde  attività economiche: agricoltura e commercio, innanzitutto, e che si espandevano al di là delle quattro porte: ‘Aurea sulla pianura verso il fiume Sele, che costituiva il limite di confine con gli Etruschi di Picentia e di Marcinna (l’odierna Vietri sul Mare), la Giustizia, che penetrava a Sud lungo la costa fino ad Agropoli e Tresino, la Marina, a controllo di traffici e commerci sulle movimentate rotte del mare e la Sirena che consentiva i rapporti con le  popolazioni italiche delle colline e delle montagne ricche di sorgenti per l’approvvigionamento idrico e dove  i Lucani, pastori e guerrieri, sempre inquieti, facevano pressione per uno sbocco al mare.

 

Sa certamente di Grecia Elea/Velia, che conserva un’area archeologica che non cessa mai di stupire e che è destinata a regalarci nuove e straordinarie sorprese di tesori nascosti, al pari della Porta Rosa, dei mosaici colorati di una villa ellenistica, dei Porti Velini, e della strada del sale che penetrava nella vasta kora, che dal mare trasmigrava verso le colline e le  montagne,  dove  stupisce il Frurion della Civiìetalla e non solo. Qui la Magna Grecia rivaleggiò in cultura con la sua Scuola Filosofica, che ebbe maestri riveriti e stimati in Parmenide e Zenone.

 

Ma questa grecità del Cilento è piuttosto conosciuta anche dai non addetti ai lavori, come dai tanti turisti che visitano il territorio sull’onda del richiamo della cultura. C’è grecità anche nei miti, che favoleggiano di viaggio ed approdo, alla foce del Sele, di Giasone in ritorno dalla Colchide con il vello d’oro e di Ulisse che subì il fascino delle sirene; Molpa, Camerota e Leucosia, di cui Omero cantò la bellezza e che ancora oggi incantano con rocce a catapulta sul mare di corallo.

 

Ma non tutti, anzi pochi, sanno che nei paesi del Cilento da quelli pigramente adagiati nelle anse di mare a quelli che ricamano case, castelli e chiese nel verde dei crinali delle colline, ai tanti che sfavillano nella gloria della luce a volo d’abisso dai cocuzzoli dei monti, agli altri, infine, che si stendono sonnacchiosi nella umbratilità delle valli a margine di brevi corsi d’acqua, aridi e ciottolosi d’estate, limacciosi e fragorosamente torrentizi d’inverno, qui, in tutti o quasi, inconsapevolmente, si parla un dialetto/lingua che sa di Grecia. Il tema è interessante e meriterebbe addirittura un saggio. Ma non so e non voglio fare il saggista storico o, addirittura il glottologo. Non è il mio mestiere. Però non posso esimermi da qualche accenno fugace, non fosse altro che per stimolare la ricerca a chi ne ha voglia ed ama il genere. Nel linguaggio comune gli abitanti del mio Cilento, soprattutto i contadini usano termini come: arteddeca,(irrequietezza, argento vivo), cato (secchio), catuoio (cantina e o stalla dell’asino), lippo (muschio), spara (pezzo di stoffa attorcigliato a cerchio usato dalle donne per portare ceste pesanti in testa), tompagno (pezzo di legno levigato a forma di quadrato dove si spiana la pasta fatta in casa), trupeia (violento temporale estivo improvviso), zimmaro (caprone, becco). Ebbene tutti questi termini e tantissimi altri sono di chiara derivazione greca.

 

E, per finire, un’altra curiosità a dimostrazione di come lingua e usanze greche abbiano influenzato anche la gastronomia della civiltà contadina cilentana. Il 1° maggio si ripete da tempo immemorabile l’usanza di cucinare tutti i legumi che sono sopravvissuti al consumo familiare del lungo inverno: fave, fagioli, ceci, cicerchie, piselli, dolache, farro ecc. Si dà sotto a quel che resta nella dispensa, si fa cuocere a fuoco lento, lo si condisce con grasso di maiale (lardo, longa, ventresca ) con l’immancabile punta abbondante di peperoncino piccante e ne vien fuori uno dei più prelibati piatti della tradizione della cucina povera della civiltà contadina. Questo piatto è diffusissimo in tutti i paesi anche se assume nomi diversi da zona a zona: Cecciata nei paesi della kora pestana  (Capaccio, Trentinara, Giungano, Cicerale) Cicci ‘mmaretati nella Valle del Calore, e nell’alto corso dell’Alento (Monteforte, Magliano, Sio Campora ecc.), cuccia nel Golfo di Policastro, dove addirittura se ne fa una festa/sagra, per la gioia dei turisti nel mese di luglio/agosto, ad Ispani nella frazione di S.Cristoforo a volo di mare. La festa del 1° maggio si carica di valore simbolico perchè mette fine all’inverno ed apre la grande stagione dei raccolti delle leguminacee nuove, le fave innanzitutto. E in questo giorno è tipica la scampagnata fuori porta con il picnic sull’erba fresca dei prati alla carezza della brezza profumata, a base di fave, ricotta salata e pecorino.

 

Ebbene che si chiami cecciata, cicci ‘mmaretati o cuccia si tratta di una usanza ricca di simbologia e di ritualità carica di propiziazione per gli dei dell’agricoltura (Pan, Cerere, Demetra, Persefone, Era, ecc.) praticata dai nostri Padri Greci e che, come ci testimonia autorevolmente Platone nel Timeo, si chiamava panspermia (pas, pasa, pan: tutto e sperma: seme) festa di tutti i semi e quindi festa della vita che rinasce e che dalla natura si trasferiva a quella dell’uomo e lo coinvolgeva.

 

Mi piacerebbe se in qualcuno dei territori del mio Cilento nella ricorrenza del 1° maggio ci fosse qualche amministratore locale, sensibile alla cultura e alla tradizione che se ne ricordasse e ne facesse un evento. D’altra parte la processione/pellegrinaggio con le “cente” come ex voto al Santuario della Madonna del Granato il due di maggio si carica anch’essa di questa simbologia e si rifà alla contaminazione tra ritualità pagana e ritualità cristiana. Ma questa è un’altra storia e reclama una riflessione a parte, articolata , ampia e documentata.

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it