Salvatore Giannella tra sonatismo e arte della variazione

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Il pianista salernitano si esibirà domani sera, alle venti, al centro sociale “R.Cantarella” allo scopo di raccogliere fondi per gli atleti dello Special Olympics Salerno. Presentatore d’eccezione il M° Giovanni Carlo Cuciniello

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

In un Ginnasio ateniese, Platone confidava ai discepoli le ansie e gli abissi di quel suo viaggio incredibile e appassionato verso il mondo sublime dell’Idea, indicando loro i tratti salienti dell’educazione dell’Uomo d’oro: “Or con la ginnastica e la musica, a quanto prima dicemmo, noi li educavamo. …Ma essa (la musica), disse, era se ricordi, in simmetrica corrispondenza con la ginnastica, educando con abitudine i guardiani e conferendo con l’armonia un certo qual armonioso equilibrio, e col ritmo una euritmia”. (Repubblica 522). Sarà il raffinato pianoforte di Salvatore Giannella, pupillo di Franco Medori, nonché appassionato velista, ad offrire domani sera, alle ore 20, presso il Centro Sociale “Raffaele Cantarella”, la sua performance, in favore degli atleti del Team Special Olympics Salerno, un’iniziativa promossa dal Comune di Salerno, in collaborazione con l’Associazione Qu.I.S.S. per la campagna “Adotta un atleta”, che si propone di raccogliere fondi al fine di coprire il costo del soggiorno degli atleti, con disabilità intellettiva, ai prossimi Giochi Estivi Nazionali. Una serata questa, presentata dal M° Giovanni Carlo Cuciniello, ove saranno promuosse queste abilità, per agevolarle, renderle visibili, riflettere e scegliere diverse alternative come “Voglio provare a essere diverso, a fare qualcosa di diverso, ad interessarmi all’altro, com’è, cosa fa e cosa vuole fare” e ancora “voglio fare con l’altro per essere con, per fare con, per dare”, così una disabilità culturale potrà essere sostituita con una abilità all’integrazione, al completamento. Particolare la scelta del programma di Salvatore Giannella, il quale, nella prima parte, si dedicherà a un excursus sul sonatismo, aprendo la serata con due pagine di Domenico Scarlatti, la Sonata in Do Maggiore e la Sonata in Si Minore. ll carattere di queste opere è molto personale, a volte “sperimentale” sul piano tecnico: Scarlatti sfrutta a fondo la tastiera, inventando una nuova posizione delle mani, richiedendo un’eccellente indipendenza delle dita. Il virtuosismo quindi condiziona sovente la pagina, ma non danneggia la materia musicale, al contrario la nobilita, sottolinea le splendide risorse inventive. Il gusto per l’improvvisazione non è disgiunto da una rigida applicazione del contrappunto; l’impiego di ornamenti che possono abbellire il discorso non impedisce lo spiegamento di una cantabilità trionfante; il senso prestigioso del ritmo e degli effetti ossessionanti che esso può raggiungere va di pari passo con la poetica ricerca di suoni nuovi, di timbri, di registri strumentali impensabili fino ad allora sul clavicembalo. Sono dispensatrici di gioia queste sonate di Domenico Scarlatti, scoperta trepidante, sorpresa, gioco, talvolta forse un soprassalto di risa o un alone di tristezza, lento a dissiparsi dopo lo svanire dell’ultima nota. Un allievo di Ludwig van Beethoven, racconta che un pomeriggio del 1804 il Maestro era rientrato dalla solita passeggiata nei pressi di Döbling canticchiando e borbottando qualcosa d’indecifrabile, una sorta di ribollio continuo e sommesso; giunto in casa, senza togliersi nemmeno il cappello, Beethoven si era diretto al pianoforte, sul quale era restato curvo un paio d’ore a cercare sui tasti l’idea di quel mormorio inarticolato: e quando, alzatosi, aveva sorpreso l’allievo seduto in un angolo, lo aveva spedito a casa senza tante scuse: “Oggi non c’è lezione, ho ancora molto da lavorare!”. Stava nascendo la Sonata per pianoforte op. 57 in fa minore “Appassionata”, con cui Salvatore Giannella chiuderà la prima parte del récital. Qui Beethoven si abbandona completamente, la tempesta spazza incessantemente la pianura, è come una Fantasia, in cui tutte le forze si scatenano. Solo l’ascoltatore cosciente e riflessivo avverte anche qui la mano dominatrice, che si impone sull’infuriare selvaggio dei passaggi e sull’ampio arco delle melodie. In entrambi i movimenti estremi, tutti i temi sono in minore, con la sola eccezione di quel tema secondario del primo tempo sviluppato dal tema principale. Dopo questa ossessione del tono minore, giunge splendida la solenne quiete del movimento centrale, le cui Variazioni dimostrano quanto possa essere ispirata una pura figurazione. Ma la maggiore meraviglia dell’opera è sempre l’Andante con moto in re bemolle, variazioni su un tema che non ebbe altri esemplari della sua specie, né prima né dopo, una creazione che, nonostante la sua efficacia spirituale, sgorga incomparabilmente e il cui segreto consiste nell’incredibile maestria con cui, dagli elementi primordiali dell’armonia, si sviluppa una vera “Forma”, la cui maestà si impone anche su tutte le sfuriate demoniache dei due tempi estremi. La seconda parte principierà con l’ Impromptus op.142 di Franz Schubert, n°3 in Si bemolle maggiore, un Andante con Variazioni, tratto da uno degli Entr’actes per la musica di scena di Rosamunde, per poi passare al quarto ed ultimo Impromptu, un Allegro scherzando in Fa minore, una pagina d’inflessione popolareggiante, dagli accenti ritmici spesso irregolari, ricco di sincopi e di una esuberanza di modi perfino aggressiva, vagamente all’ungherese. A seguire l’opera inaugurale del catalogo ufficiale di Robert Schumann, le variazioni sul nome ABEGG op.1, datate 1831, con cui il compositore si accosta al trionfante biedermeier e con esso chiude rapidamente i conti. Schumann costruisce sul nome della dedicataria Pauline von Abegg un valzerino da salotto che sarebbe benissimo potuto entrare in un’opera buffa di Donizetti, e lo varia senza mai orzarne la natura e la collocazione sociale. In realtà Pauline è solo la donna dello schermo: la donna ispiratrice è la borghese Meta Abegg di Mannheim, conosciuta a un ballo, alla quale Schumann rubò il cognome senza ritenerla degna di figurare in prima persona in cima alla sua profumata opera prima. Finale dedicato al Felix Mendelssohn-Bartholdy  delle Variations sérieuses op.54 del 1842, variazioni non-brillanti come era d’uso, ma nel loro contenuto più che serie: ipocondriache, angosciate, tempestose, riflettenti un taedium vitae appena temperato da una variazione in modo maggiore.