Danilo Rea sulle tracce dei Beatles

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Questa sera alle 21,15 il pianista sarà ospite dell’ Auditorium Niemeyer  insieme al contrabbassista Ares Tavolazzi e al batterista Ellade Bandini, per una riflessione in jazz sui “Fab Four”

 

 

 

Di OLGA CHIEFFI

 

La primavera del «Ravello Dieci\12», prestigioso preludio al festival estivo, dopo l’omaggio a Giuseppe Verdi tributato dall’Orchestra e dal Coro del Teatro di San Carlo, stramba verso il jazz, proponendo, questa sera, alle ore 21,15, nell’incantevole cornice dell’Auditorium Niemeyer i voli musicali del pianista Danilo Rea, il quale in compagnia dei un’eccellenza del contrabbasso internazionale, l’amico di sempre Ares Tavolazzi e del batterista Ellade Bandini, s’ incammineranno sulle tracce dei Beatles. Il tema del viaggio è il marchio di fabbrica del pianista romano, un viaggio che fa tappa in ben sicuri porti, appunto Beatles, dai quali però partirà per schizzare il suo sfaccettato universo musicale Beatles, un viaggio che è naturalmente trasgressione e contaminazione, con protagonista un wanderer, di schubertiana memoria, che segue un cammino non dirigendosi verso qualcosa di connotabile fisicamente, verso un “luogo” reale, tangibile, ma nelle vesti di avventuriero dello spirito, di un essere che va alla ricerca di sé stesso, o meglio dell’indefinibile, di ciò di cui una lontana eco del proprio animo rende certi dell’esistenza, sfuggente ad ogni più rigorosa disamina razionale. Il pianoforte lirico di Rea sarà contrappuntato dal contrabbasso di Tavolazzi .La fantasia di Danilo Rea, assolutamente libero da cliché, sempre estremamente lirico e comunicativo,  l’approccio al ritmo estremamente creativo di Tavolazzi che sfrutta a pieno le colorazioni timbriche del suo strumento, ma ritorna puntuale nel seguire la strada indicata da Rea e a proporre egli stesso delle deviazioni, saranno gli ingredienti di questo spirito attualizzato del proporre le melodie più amate dei Fab Four: la bellezza del jazz sta nell’infinità di soluzioni, nella libertà dell’improvvisazione, nel divertimento che nasce tra i musicisti quando si suona sapendosi ascoltare, divertissement che si  trasformerà in una conversazione strettamente familiare tra i tre solisti e l’attenta platea di Ravello. Che la musica di Danilo Rea sia sostenuta dal pensiero più che dall’istinto, lo si è intende sin dalla sua entrata, dal suo sedersi sulla panchetta del pianoforte, con una compostezza senza pari, confermato nelle eccellenti melodie, in cui ha ricamerà una fine ornamentazione assieme al contrabbasso di Tavolazzi, dal fraseggio puro e giocato nota dopo nota, quasi creando un microcosmo caro all’interpretazione barocca, e la batteria di Ellade Bandini regalandoci una straordinaria qualità di esecuzione, esaltata dalla freschezza, sempre mantenuta vivissima, dalle soluzioni espressive, dalla perfetta combinazione di lucida razionalità e di poetico abbandono, in un miracolo di interazione dei tre musicisti, in un simpatetico, ferace interplay, fondato sul piano cantante, dalle lunghe, flessibili linee melodiche. Un trio, questo, il cui procedimento creativo si basa su di una scelta estetica di improvvisazione collettiva, piuttosto che sul solito schema di un assolo dopo l’altro: un gioco sostenuto particolarmente dalla batteria di Bandini, che sarà protagonista assolutamente alla pari, il quale sarà in grado di produrre una notevole varietà di colori e di situazioni, in particolare negli scambi di fours con il pianoforte, sempre, però, rigorosamente funzionali all’insieme.Su queste tracce, Danilo Rea troverà il modo di scivolare con la sua raffinata eleganza, in un fluxus di idee in continua evoluzione nel loro sviluppo. E se il leader, lirico di gran razza, coniugante l’espressività con la bellezza della forma, con un senso ritmico palesato in modo sempre naturale, che saprà catturare l’ascoltatore in modo delicato, Tavolazzi e Bandini sapranno perfettamente assecondare il pianista, suggerendo e completando le sue architetture, ricche di luci, di segni, in una iridescente e caleidoscopica creatività, formante un mosaico affermazione di spontaneità, feeling, semplicità, in tempi in cui il linguaggio jazzistico diventa sempre più complesso e lo sviluppo di una diversa articolazione strumentale, l’affrontare strade nuove, deve anche poter significare non dovere, ad ogni costo, cancellare i legami con un luminoso passato.