100 ANNI DI PAROLE CROCIATE

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Raffaele Aragona «Io sono talmente occupato da avere costantemente molta carne al fuoco: una commedia, la trama di un film, una novella, un romanzo…, tuttavia, quando nel pacco della posta quotidiana trovo un giornale di mots croisés, nessuna potenza umana – né divina – potrebbe impedirmi di abbandonare in fretta e furia il normale lavoro cui sto accudendo per consacrarmi anima e corpo alla deliziosa ricerca del 3 orizzontale o del 6 verticale…». È la «confessione» di Tristan Bernard circa l’amore per le «parole incrociate» cui egli dedicò molto del proprio tempo e del proprio talento. Una febbre che contagiò lo scrittore francese così come altri illustri letterati e un pubblico sempre più vasto a partire da quel lontano 1913 quando, per il numero natalizio di Fun, supplemento domenicale del «New York World», Arthur Wynne, giornalista inglese trapiantato negli States, inventò il word cross puzzle. È quest’anno, quindi, che il gioco popolare più diffuso nel mondo davvero festeggerà il primo secolo di vita. Qualcuno tornerà a teorizzarne le origini: a parte il cólto riferimento al quadrato di Pompei, ne era stato certamente anticipatore il quadrato di 16 caselle bianche a firma di Giuseppe Airoldi sul «Secolo illustrato della domenica» del 14 settembre 1890. La vera e decisiva novità di Wynne, però, fu l’introduzione delle caselle nere. Dopo una notevole diffusione negli USA, dove andavano invadendo tutti i quotidiani, compreso il «New York Times», le parole incrociate attraversarono l’oceano e, nel 1925, fecero il loro ingresso in Italia su «La Domenica del Corriere» che dedicò all’avvenimento una delle famose tavole a colori di Achille Beltrame; il risultato fu strepitoso, provato dalle ottantamila risposte dei lettori. Il successo si propagò e altri periodici istituirono analoghe rubriche; la Mondadori pubblicò addirittura un album intitolato Cruciverba, ricco di esempi e di una insolita prefazione in stile cinquecentesco di Valentino Bompiani cui pure si deve il conio del vocabolo «cruciverba» rimasto nel tempo distintivo del gioco, croce e delizia di tanti appassionati. Un altro dei periodici pronti ad accogliere i cruciverba fu «Il Mattino Illustrato» che li incominciò a proporre nel numero 48 del 1927, ponendo in palio per gli «abili solutori» ben cento lire! Cinque anni dopo, nel 1932, nacque il primo settimanale italiano di parole incrociate, «La Settimana Enigmistica», primo per nascita, diffusione e qualità. Da allora, ebbero inizio i numerosissimi tentativi d’imitazione di quella rivista che deve soltanto farsi perdonare l’uso dell’aggettivo «enigmistica» causa dell’equivoco, ormai consolidato in Italia, per cui il termine non rinvia più tanto al vero e originario significato legato all’enigma. Le parole di Tristan Bernard potrebbero essere fatte proprie anche dai tanti solutori della «Settimana», di quelli che per oltre trent’anni si sono appassionati a quel diabolico «schema libero» di pagina 41 di Piero Bartezzaghi. In Italia i «danni» da cruciverba non sono mai stati tanto gravi; a parte l’innegabile occasione di distrazione per impiegati poco impegnati, ai solutori di cruciverba non si è mai guardato con preoccupata attenzione, se non da parte di qualche intellettuale che ha addirittura parlato di danni causati alla nostra lingua; giudizio senz’altro azzardato poiché non si può sostenere che i cruciverba facciano cultura ma è certamente eccessivo ritenerli responsabili di guasti linguistici. Sono stati e saranno comunque tanti i denigratori di questo «sano passatempo»; a cominciare dagli enigmisti che, cultori di veri enigmi, l’hanno sempre guardato con malcelato sussiego, tanto da indurre Beniamino Foschini, napoletano illustre e avvocato eminente, a inventare la frase anagrammata: parole incrociate? = cielo, per carità, no!). Forse, chissà, nel chiuso delle loro case, il cruciverba non veniva neppure del tutto disdegnato. Le parole incrociate, però, possono anche assumere il carattere dell’enigma quando la ricerca delle definizioni è volta a scoprire affascinanti ambiguità della lingua. La ricerca affascinò il linguista lituano Greimas che le dedicò una parte del suo testo Du Sens; e interessò anche lo scrittore francese Georges Perec che fu anche autore di due raccolte di Mots croisés. È evidente il «salto di qualità» quando, ad esempio, per «ghigliottina» venga data la definizione «la capitale francese» o quando per «greca» si indichi «classifica generale». Un fenomeno, insomma, questo delle parole in croce, del quale sono da scrutare le implicazioni in vari campi come la sociologia, la semiotica, la letteratura, così come ha fatto diffusamente Stefano Bartezzaghi nel suo libro L’orizzonte verticale (Einaudi, 2008).