Nostoi, la poesia del ritorno

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Successo per la prima dell’ oratorio interpretato da buona parte degli artisti salernitani

 

 

 

Di GEMMA CRISCUOLI

Tornare illudendosi che la meta sia in vista. Popolare gli occhi di sogni antichi prima di arrendersi al buio. E su tutto il sentimento di non appartenere più a ciò che resta addosso come un rimpianto. “Nostoi”, l’oratorio di voci e strumenti presentato da Gilda Ricci con cui Attilio Bonadies, regista e presidente dell’Associazione Otia, ha ricordato il fratello Giannicola, ha posto i versi di Giorgio Seferis al centro di una drammatizzazione che si è avvalsa delle musiche di Antonello Mercurio eseguite al piano da Biagio Pizzuti per la voce di Eleonora Claps. Con le scenografie e i costumi di Bruna Alfieri, i dipinti di Marco Vecchio, visibili  grazie a una proiezione, hanno fatto da sfondo nel loro cromatismo ipnotico alle otto stazioni, corredate da un prologo e un epilogo, che hanno scandito il percorso narrativo. Non esiste però sterile autocompiacimento in Seferis, come ha ricordato Alfonso Amendola: “Non è trafitto dal chiaro di luna, ma si sporca le mani. La dimensione onirica ed evocativa è legata alla pratica del quotidiano e nella sua parola pietrosa vi è l’inquietudine di una terra perduta”. E poiché la lingua del poeta è quella del demiurgo, è stata la voce dell’autore greco a riecheggiare, assecondata dal linguaggio dei segni di Antonella Bertone, perché il suono si trasmuta in visione, ricordo, sentiero. Le immagini legate a eventi cruciali del Novecento, tra cui la guerra in Vietnam, hanno dimostrato come la memoria sia un archivio di anime che non cessa il suo dialogo. In “Memorie” Andrea Bastolla, regista e interprete, ha illustrato la solitudine di chi vorrebbe riconoscersi nella propria vita. In “Partenze e approdi”, diretto da Anna Nisivoccia, quest’ultima ha raccontato con Rossella Massari l’accorata ricerca di un approdo che si arena in se stessa. Igor Canto e Cristina Recupito hanno rivissuto in una luce beffarda e trepida il mito di Odisseo, dove il velo blu che avvolge il viaggiatore e chi vuole sedurlo li rende protagonisti e pedine dell’immaginario. Tonia Filomeno e Gina Ferri, dirette da Nadia Baldi, hanno espresso nel controcanto di “Naufragi” il lento struggimento dell’abbandono tra immagini del mito non più consolatorie. L’ansia della speranza che si affievolisce è emersa nell’interpretazione di Vania De Angelis in “Corse” per la regia di Antonello De Rosa, mentre Pasquale De Cristofaro, che ha diretto “Il re d’Asine” con la coreografia di Loredana Mutalipassi per Gerarda Ferruzzi, ha dato vita al bisogno di penetrare nel mistero dell’esistenza. Molto intenso “Parvenze”, il dittico di Marianna Esposito e Carla Avarista che ha visto come regista Bruna Alfieri, racchiuse in nicchie contrapposte a esprimere il grado di separazione tra la memoria che vorrebbe sopravvivere a se stessa e il lento nulla che la imprigiona. La poesia della dissoluzione e della perdita, in cui ci si incammina verso le tenebre misteriose sotto il peso della propria umanità, ha percorso “Ultimo approdo”, diretto da Vania De Angelis e interpretato da Alessandro Giordano, Geppino Gentile e Attilio Bonadies.