Guernica

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La storia dell’arte del XX secolo potrebbe essere riscritta attraverso le opere di Picasso. Personaggio leggendario, temperamento vigile ed inquieto, ha inventato e reinventato modalità espressive, stili, procedimenti tecnici e perfino movimenti. In altri termini ha fagocitato quasi un secolo di storia dell’arte. Con lui l’arte ha cessato di porsi problemi conoscitivi; si è cominciato e si continua tuttora a fare un’arte rifatta dall’arte. Ha dipinto opere memorabili il cui valore è riconosciuto come patrimonio dell’umanità: la monumentale Guernica, la cui riproduzione è un’icona delle Nazioni Unite, vale per tutte. Rimane famosa una battuta di Picasso. All’apertura dell’esposizione ad un generale tedesco, che con disgusto per la  tecnica usata, gli chiese se fosse opera sua, l’artista rispose:”No, è opera vostra!”. La genesi dell’opera è ormai universalmente riconosciuta: nel 1937, in un’atmosfera torbida ed instabile, si apre a Parigi una grande Esposizione Universale. Il legittimo governo spagnolo vi partecipa allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla guerra civile che dilania la Spagna e affida a Picasso il compito di rappresentarla con un grande dipinto murale. Ma il 26 aprile del 1937 (è un venerdì santo, giorno di mercato), per vincere la resistenza dei repubblicani, Francisco Franco ordina all’aviazione tedesca di bombardare a tappeto la città basca di Guernica provocando un massacro tra i civili, generando orrore fra quelli che considerano la vita umana sacra ed inviolabile risvegliando la coscienze assopite di quanti non volevano accorgersi del mostro che si stava impossessando dell’Europa. Quando apprende la notizia del massacro, Picasso decide di rispondere con coraggio alla viltà di un gesto così assurdo e cambia soggetto in preparazione. L’opera prende le mosse dalla convinzione che il massacro di una popolazione inerme cessa di essere un fatto tragico locale e diviene il manifesto dell’insensatezza di tutte le guerre in ogni luogo e in ogni tempo, un feroce monumento alla disillusione, alla disperazione, alla distruzione irrazionale. Con lungimiranza l’artista è convinto che la tragedia di Guernica non sia soltanto un fatto isolato e raccapricciante, ma l’avvio di quella tragedia collettiva che insanguinerà il Vecchio Continente, lasciando dietro di sé milioni di morti. La costruzione dell’opera si basa su una struttura classica di tipo tradizionale cinquecentesca. Di grande forza comunicativa il dipinto si caratterizza per il rigore compositivo, il segno incisivo che deforma le figure e il deciso contrasto del bianco e nero con variazioni di bianco e grigio, ispirato a pagine di quotidiani e alle foto del bombardamento pubblicate su questi giornali. La guerra è morte, non ha colore, perché il colore è vita. Leggendo il capolavoro da sinistra a destra, possiamo dividerlo in quattro segmenti verticali, più uno verticale, che comprende tutta la fascia inferiore. Nella prima si vede un toro dalle sembianze quasi umane, simbolo stesso della Spagna ferita nei suoi miti e nella sua cultura, che incombe su una madre lacerata dal dolore per il figlio morto che sorregge tra le braccia. Per una madre non c’è dolore più atroce, più lacerante, più innaturale di quello della morte di un figlio. Il particolare richiama alla memoria la Pietà di Michelangelo, conservata nel Vaticano, a suggellare che il dolore di una madre  per un figlio morto è un dolore classico che viene da lontano: non c’è madre che possa soffrire più di un’altra. Ce lo ricorda qui la Madre delle madri (Mito/Simbolo/Pietà). Al centro l’orrore è nell’assordante nitrito del cavallo, il quale raccoglie tutte le sue energie partendo dalla tragedia che si consuma ai suoi piedi. L’animale strabuzza gli occhi stravolti ed emette un urlo terrificante, che si diffonde per l’universo alla ricerca delle orecchie delle coscienze assopite. Sopra un occhio/luce illumina la scena per richiamarci alla verità storica (urlo cosmico). Una donna si sporge da una finestra con in mano un lume a petrolio: è la regressione verso la quale ci fanno sprofondare le guerre. E qui conviene ricordare i versi di Quasimodo “sei ancora quello della fionda e della pietra, uomo del mio tempo”. A destra, mentre tutto crolla, una donna con le braccia protese al cielo si chiede: “Perché?”. E’ la stessa disperazione di chi sotto la croce non trova la ragione del supplizio di un Innocente. Qui è il popolo spagnolo a subire la crocifissione e ciò segna la fine di un’illusione secolare di civiltà e progresso. Nella fascia inferiore, mentre si consuma la carneficina, Picasso ci dà un messaggio di speranza. A terra martoriato giace un partigiano, che stringe ancora in mano l’elsa di una spada spezzata; sembra un testimone che aspetta di essere raccolto dalle future generazioni, per il quale egli si è sacrificato. Un fiore nasce sopra questa morte. Un messaggio di fiducia che ci fa porre la domanda:”Sapremo farlo crescere ed onorare questo fiore, che ci è stato donato da chi ha sacrificato la vita per farci vivere in un mondo migliore?”

 

 

 

N.B. Questo è il resoconto di una lezione di storia dell’arte, tenuta dal nostro grande prof. Giacomo Palladino.

 

 

 

I ragazzi della III A della scuola secondaria di Positano