DIEGO MARADONA A POSILLIPO DA BRUSCOLOTTI A MANGIARE MOZZARELLA

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Diego non si smentisce mai. Ha i suoi tempi, oggi più di ieri. Dopo aver visto in tv la partita del Napoli, lunedì sera si era addormentato. Poi, si è svegliato di colpo e ha voluto andare al ristorante «17 maggio 1987» del suo amico Bruscolotti. Per questo, il giorno dopo non ce l’ha fatta a svegliarsi in tempo per la conferenza stampa delle 11: l’appuntamento alla sala «Masaniello» di corso Umberto slitta di un’ora. Ancora canti, centinaia di ragazzi sotto l’hotel Continental Royal, quando Diego entra in auto con gli avvocati Angelo Pisani e Angelo Scala. Stesso copione, quando arriva all’ingresso della sala per la conferenza stampa. Il traffico al corso Umberto va in tilt.
Eccola, la città di chi allora era piccolo, o non era ancora nato. Eccolo, l’entusiasmo verso chi è, piaccia o no, un’icona napoletana. Diego arriva con gli occhialoni scuri, vestito grigio, camicia bianca e cravatta azzurra. Prende posto al centro del tavolo sul palco. L’avvocato Pisani spiega: «Sottoscriverà un’istanza, che presenteremo in Tribunale, per estendere anche a lui la decisione favorevole a Careca e Alemao. Non è un evasore, non gli è mai stata notificata una cartella esattoriale, l’inchiesta penale su di lui è archiviata».
L’atto di delega ai difensori viene firmato sotto i flash dei fotografi. Poi c’è Napoli, la città dove Diego arrivò nel 1984, restandovi sette anni. Diego ne parla molto. Esordisce: «È da tanto che volevo essere a Napoli, rivederla. Amo questa città, la sua aria. Ero in campo per far felice i napoletani, con una mia giocata, un mio gol». E ancora: «Non sono una vittima, ma sto pagando senza sapere perché. Non ho ammazzato nessuno e lo ripeto mettendoci la faccia. Non capisco la giustizia italiana, non c’ero nella stanza dove firmavano i miei contratti».
C’è il grazie alla gente, all’affetto che gli ha reso impossibile muoversi per strada. Vuole tornare ancora a Napoli, portarci le figlie, Giannina e Dalma, il nipote Benjamin. «Voglio fargli vedere quello che ha fatto il nonno, in questa città. Io ricambio l’affetto ai napoletani, la città ha memoria. Questa è un’ingiustizia».
Si erano dette tante cose sull’arrivo di Maradona a Napoli, qualcuno aveva ipotizzato un incontro con il sindaco De Magistris. Il commento di Diego è a metà tra l’ironico e il realista: «Oggi il sindaco ha tanti problemi da risolvere, figuriamoci vedere Maradona. Io sono un uomo che tiene alla libertà, andai via da Barcellona perchè il presidente Nugnes voleva comprarmi la vita. Ora dico, voglio portare qui Giannina che era troppo piccola quando andammo via e non ricorda nulla».
Era corsa anche voce di una richiesta di incontro inviata al presidente Napolitano. Ora Diego spiega bene gli ambiti di quella notizia: «Vorrei parlare con tutti, non posso forzare nessuno a parlare con me. Se il presidente Napolitano vuole parlare con me, sono pronto a spiegargli tutto». Ha pianto, Maradona, ha pianto quando ha sentito dei ragazzini cantare gli inni dell’epoca. «Sì, vero, mi sono commosso», conferma. 
Poi parte il suo vero, più grande, messaggio d’amore a Napoli e ai napoletani. Comincia sulla legalità: «L’illegalità non è caratteristica di questa città, in tutto il mondo c’è questo problema. In Argentina, per la droga i ragazzi commettono di tutto. Io dico che i giovani devono allontanarsi dalla droga, fare sport aiuta. Io ho vissuto momenti bruttissimi».
La droga, l’esperienza personale, l’invito a non finire nel tunnel della droga. Maradona ci crede, si emoziona: «Dalma e Giannina mi vedevano in coma profondo. Giannina mi diceva che dovevo vivere per lei e il figlio. I bambini e i ragazzi devono pensare che la vita è una sola e tenersela stretta. Darsi allo sport, al calcio».
Un uomo nuovo, ma sempre imprevedibile. Che non rinnega, né ha vergogna a raccontare le sue debolezze. E aggiunge: «Se devo chiedere scusa a qualcuno, lo farò. Ma in questo momento, sul fisco, non so a chi chiedere scusa». La battaglia con l’Agenzia delle entrate («controparte in un contenzioso tributario», ribadisce Pisani) sarà proseguita dagli avvocati. È difficile, per Diego, lasciare corso Umberto. Ressa, traffico. Nel pomeriggio resta nella camera del Continental Royal. Con gli avvocati ordina una pizza a «Canta Napoli». Poi, in macchina per Fiumicino. L’aereo per Dubai è alle 21. C’è tempo per la visita a Scampia, saltata il giorno prima. Diego si fa il segno della croce in piazza Giovanni Paolo II, guarda le Vele. Gli mostrano anche il campo in polvere tra Scampia e Piscinola. Commenta: «È uno schifo, come si fa a giocare qui?». Attorno, centinaia di motorini e gente. Picchiano sull’auto dell’avvocato Pisani, la carrozzeria avrà bisogno di riparazioni. È l’affetto dei giovani napoletani alla loro icona. Un tuffo nel passato. Maradona saluta Napoli. «Un arrivederci, non un addio», promette.

 

Quando varca le porte del ristorante «10 maggio 1987» ad accoglierlo c’è la signora Mary Bruscolotti, la lady della «mascella di Sassano», più noto ancora come «palo ’e fierro», l’azzurro più fedele con le sue 511 presenze tra campionato e coppe. «Mi è venuto un tuffo al cuore, quanti ricordi con Diego, Claudia, le bimbe e quel Napoli strepitoso che vinceva sempre», sibila. Peppe è lì che lo trascina nel locale portandolo sotto il braccio: varca la soglia del locale di Posillipo in compagnia di Stefano Ceci, Angelo Pisani e del fratello Hugo. La sorpresa lo attende all’interno: c’è Salvatore Carmando, il massaggiatore che Diego portò persino ai Mondiali messicani, talmente lo riteneva abile e affidabile. Un tavolo con poche prelibatezze: «Perché Diego ama le cose semplici: una caprese, con la mozzarella che ci ha portato un amico di Caserta e poi un piatto di spaghetti con le vongole. Ci ho messo tutto il mio cuore per prepararlo», racconta la signora Mary. 
Casa Bruscolotti, negli anni d’oro, era il ritrovo degli azzurri. E la moglie del difensore era la regista delle serate trascorse nell’abitazione di via Petrarca: «L’ho conosciuto ad Arcidosso, in ritiro. È nata subito una bella amicizia. Poi ci riunivamo tutti a casa mia, cucinavo io e passavamo serate indimenticabili tutti insieme, con Diego e tutti gli altri: da noi la squadra cementò la sua amicizia». Un’amicizia che tiene ancora uniti Bruscolotti e Maradona. Peppe racconta la sua giornata con Dieguito: «Sono stato tra i pochi che sono potuti entrare nella sua stanza d’albergo. Non sono proprio così piccolo, eppure ho fatto fatica ad entrare nella hall: che entusiasmo, che euforia. Napoli non dimentica i grandi come Maradona». 
Il pibe fu conquistato dalla sincerità e dalla lealtà di Bruscolotti: era un leader dello spogliatoio, gli consegnò la fascia di capitano. Diego gli rispose: «Ti farò vincere lo scudetto». «Abbiamo visto la partita insieme, non gli è piaciuto molto il modo di giocare del Napoli di adesso. Mi ripeteva: ”Peppe, ma questi non attaccano mai?”». Sorride ancora Bruscolotti. C’è tanta nostalgia nel suo sguardo. «Ha visto il campo di Udine e si è ricordato del gol di mano fatto sotto lo sguardo di Zico, lì al Friuli. È scoppiato a ridere, ricordando anche del gol all’Inghilterra». Nella stanza dell’hotel sul lungomare spunta anche Alessandro Siani. «Diego sognava di conoscerlo da una vita, e lui lo stesso. È stato un incontro esilarante. Siani mi è sembrato anche un po’ emozionato al cospetto del Pibe». Ore e ore trascorse sul filo dell’amarcord: «Che fine hanno fatto Garella e Renica?», mi ha chiesto a un certo punto. Poi la cena, nel suo locale a Posillipo. «Ieri sono andato in albergo a salutarlo. Gli ho portato un bel po’ di chili di mozzarelle. Ci siamo commossi. Mi ha promesso che a Napoli tornerà presto: vuole organizzare una partita i vecchi amici del Napoli».

 

fonte:ilmattino

 

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