Benedetto XVI: la metafisica del Cristo nel mistero e nella fede. Contributo di riflessione di Pierfranco Bruni.

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo un altro testo, che partecipa al dibattito sulle dimissioni di Benedetto XVI, di Pierfranco Bruni, Consulente Culturale della Presidenza della Camera dei Deputati, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.   

 

Il Miracolo, la Grazia, la Fede oltre il potere teologico della Chiesa. 

Benedetto XVI: la metafisica del Cristo nel mistero e nella fede. 

di Pierfranco Bruni 

 

Ritorno sulla questione delle dimissioni di Benedetto XVI. Ho avuto l’occasione di affrontare, in modo dialettico, il problema in un recente convegno su “Ragione, Storia e Fede”. La mia posizione resta quella già menzionata. Anzi, ancora di più diventa “forte” e distante dalla posizione e dalle giustificazioni del relativismo storico delle chiese.

Una provocazione? Ho detto: prendete tutto come provocazione ma non esistono verità assolute tranne la simbolica metafisica della cristocentricità che è oltre il sistema della chiesa. Di una chiesa liturgia, teologia, storia, potere, dolore. 

Cristo non è la chiesa. È stato più volte ribadito nelle mie sottolineature. E non lo è soprattutto alla luce delle dimissioni del Santo Pontefice. Io sto con Benedetto XVI. Cristo è sceso dalla Croce e ha indicato la via della storia e della ragione contrapponendola a quella del mistero in Cristo. 

Non c’è una chiesa potere e una chiesa del dolore. La chiesa è unica. Potrebbe esserci una chiesa dell’utopia. Condivisibile ma andiamo oltre. Ho ribadito che la teologia, e questo è un dato pregnante di significati, spiega ed ha bisogno di ubbidienza e quindi come tale necessita  di una ragione storica. Se manca l’ubbidienza si è fuori. Anche il marxismo ha una sua teologia. 

Benedetto XVI va oltre la ragione storica. D’altronde i suoi libri su Gesù sono una testimonianza in cui l’antropologia dell’umanesimo supera l’antropologia della ragione. Non può esserci condivisione tra elementi nascenti dalla ragione ed elementi vitali nel sacro. 

La ragione è la contestualizzazione dell’uomo storico che dilania ogni metafisica e sa di poter contare sull’ideologia. Il sacro non ha bisogno della storia perché ha la fede. La fede è l’incontro, e se vogliamo lo scontro, tra la certezza e il dubbio in nome di una ontologia dell’anima che è la salvezza. 

Cristo è la salvezza nella fede ma è anche il dubbio stesso della salvezza nel momento della domanda fatale del Dio perché mi hai abbandonato. Ma Cristo è fede. Occorre riabituarsi alla fede. Questo non significa teorizzare la fede attraverso l’assoluto della teologia. La teologia, in fondo, è una versione di una prassi. 

Benedetto XVI rompe la prassi teologale e si affida completamente alla solitudine di Cristo che è l’esempio della salvezza che si incarna nella ricerca degli uomini in una testimonianza di mistero. Certo, nella ragione può albeggiare la carità. Ma la carità laica è completamente diversa da quella cristiana. 

Benedetto Croce è distante dalla fede perché ha la consapevolezza di averci educato al richiamarsi al Cristo cattolico, ovvero  “perché possiamo non dirci cristiani”? Ma possiamo essere, come direbbe Francesco Grisi, cristiani volenti o nolenti? Necessariamente cristiani? 

La chiesa carità passa dentro la chiesa potere. È pur vero che non c’è soltanto una chiesa. Ma la chiesa in senso prioritario è fedeltà alla teologia. Cristo non è teologia. 

Il Concilio Vaticano II è stato il segno di una rottura epocale ma anche epicale tra due mondi cattolici. Doveva rispondere alle chiavi di lettura di un mondo completamente socializzato dalle ideologie. Doveva rispondere ad una domanda posta dalla ragione nella storia. Il Vaticano II, da me non accettabile e quindi non condivisibile, è stato il trauma nell’uomo cristiano in Cristo nell’età degli smarrimenti contemporanei. 

La vera malattia mortale che risponde alla agonia kierkegegaardiana trova la sua caduta proprio nel vortice del Vaticano II. Ed è in questi anni che il marxismo non viene rinnegato, che il comunismo domina il mondo, che la ragione marcusiana prende il sopravvento che il muro sartriano demolisce la grazia dettata da una Cristina Campo. 

Il rapporto tra letteratura e teologia esiste. Gli equivoci di Ravasi sono dimostranti. C’è una chiesa potere sul sublime della cristianità. Chi è riuscita a leggere la caduta camusiana dell’uomo in rivolta dell’età contemporanea non è la teologia muta e cieca, ma è la letteratura perché dentro la letteratura il mistero, la disperazione, il dolore della morte come fine, come suicidio, come perdita e non come consolazione ha preso il sopravvento. 

La teologia ci “spiega” la resurrezione? La morte, la Passione, la Resurrezione sono nel mistero divino. La teologia ha bisogno della storia e della ragione per esistere. Cristo ha bisogno della rivoluzione per vivere e farsi sentire. 

Il dibattito è molto duro. Ma viviamo in un tempo di sradicamenti e la memoria non ci aiuta e neppure ci salva. Abbiamo bisogno di esempi costanti in cui l’ambiguità, l’ipocrisia, il doppiogiochismo possono essere vinti solo dalla ribellione, dalla metafisica dell’anima, dalla rivoluzione antropologica dell’umanesimo.

 La chiesa deve farsi carico delle sue gravi responsabilità. Non bastano più i codici. Occorrono gli esempi. Il miracolo è un esempio e non lo compie la teologia. La grazia è un esempio metafisico ed cristiano, la fede è un segno del divino. Aspetti sui quali nessun può offrire spiegazioni. 

La storia vive fino a quando il mistero di Cristo resta nel silenzio. Nel momento in cui Cristo decide di scendere dalla Croce la teologia viene sconfitta e prende corpo la grazia oltre la ragione. Benedetto XVI: la metafisica del Cristo dentro il mistero miracoloso. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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