Sul mistero divino

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Io non so che cosa determini realmente l’incessante evolversi del tempo e dello spazio nelle gelate tundre siderali, né conosco le regole che definiscono l’altalenante alternanza della vita e della morte sull’azzurro pianetino alla periferia della Via Lattea; non so perché sia necessario che una falena sbatta vorticosamente le sue ali o che un leone diffonda il suo cupo ruggito nella Savana assolata e neppure riesco a comprendere l’intimo motivo per cui un neonato debba morire nella culla o un giovane proiettato nel futuro debba finire tragicamente maciullato sull’asfalto. Intuisco tuttavia – e mi guardo bene dal fare della mia intuizione un dogma – che dietro le fumose cortine galattiche c’è un qualcuno di infinitamente grande e diverso da tutto ciò che conosciamo con i nostri limitatissimi sensi, e già definirlo “qualcuno” è un azzardo, giacché sto parlando dell’incommensurabile, dell’impalpabile, di un quid che non potrei circoscrivere ed identificare neppure col più alto volo della fantasia creativa. Non potendo definirlo, ho difficoltà anche a parlarne, ma la ragione e l’intuitività mi suggeriscono con insistenza e forza che questo qualcuno, il grande alieno cosmico, esiste davvero. E se esiste, vorrà pure dire che ci guarda e ci osserva, forse ci spia o semplicemente ci tollera dall’alto del suo imponderabile regno, o peggio, ci ignora del tutto. A lume di logica (umana, evidentemente), e senza scomodare alcun testo sacro ante o postdiluviano, anche un infante in via di maturazione può intuire che al fatto corrisponde un fattore, al creato un creatore, e di solito chi crea si affeziona al suo elaborato. Da qui alla cerebrale speranza (o spirituale certezza) che Dio ci ami, il passo è breve, ed è un passo non da poco, in quanto da esso discendono disciplina, rispetto, solidarietà, riguardo verso ciò che io sono , in quanto (piccola) emanazione divina e ciò che rappresento – nel mio continuo divenire- verso gli altri e dal punto di vista degli altri. In altre parole, se ipotizzo (e di più proprio non posso) che esista un Dio, e quindi un Cristo suo figlio, devo a quel punto ipotizzare anche una benevola volontà creativa da parte di un Dio padre verso i suoi figli “creati”. Capisco che tale prospettiva è simile a chi, arrampicandosi sugli specchi, voglia dimostrare al mondo che tutto va bene e la vita è bella. Il fatto è qui, siamo partiti dall’assunto di non voler dimostrare niente, anzi, di non prendere niente per dimostrato; ma il fatto stesso di sconfessare le dogmatiche certezze delle varie chiese, in quanto portatrici accanite di presunte verità (presunte proprio perché indimostrabili), non esclude paradossalmente che tali (tutte o alcune o solo una) verità per dogma debbano in qualche modo dimostrarsi poi veritiere. Gandhi diceva che nessuno conosce la verità assoluta e pertanto nessuno ha il diritto di punire, cioè di ergersi a giudice. Parafrasandolo, io intendo dire che nessuno – al di là di puerili fiabesche pretese- può dimostrare di avere quotidiani incontri con il Padreterno , nessuno – Papa compreso, anzi proprio partendo dal Papa- può ergersi ad interprete e saggio conoscitore di imperscrutabili volontà dell’Ente Supremo. Ed allora nessuno ha il diritto di vantare un improponibile primato nei confronti di Dio, nessuno può dirsi più eletto di altri, nessuno e nessun popolo possono accampare una sorta di titolo preferenziale rispetto alle altre razze o alle altre religioni. Un ebreo non è migliore di un cristiano, e questi non è migliore di un mussulmano, e quest’ultimo non è migliore di un buddista. Siamo tutti uguali, tutti ugualmente sbattuti dal mare in tempesta, malamente stipati sulla barchettina dell’esistenza, stremati dal male che ci attanaglia e che ci vorrebbe tutti nel gorgo vorticoso della disgregazione, un male che viene da lontano, dall’oscuro prevalere della materia istintiva (ai primordi dell’umanità) sulla debole luce della spiritualità e sull’ancor più fioca fiammella del raziocinio. All’arroganza dell’ignorante rispondiamo col pacifico dubbio, alle certezze dello scettico con un candido sorriso. T.R.