Non dire gatto se non ce l´hai nel sacco / 3.

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Di Last

Gatto Amore Tabby, tabbycat, gattosoriano.

Come mi piaceva il tuo avvicinarti lento e snob al cibo. Mai ingordo mai affamato, mai una sbavatura, piccoli bocconi, quanto bastava per vivere. Dopo tanta gioiosa giocosa leggerezza un intervallo di serietà. La vita del gatto domestico.

Vi presentiamo oggi due brani “seri” di una di noi, gattofila a tempo pieno e scrittrice a tempo perso.


I gatti di Pancole

Mentre il mio pensiero vagava libero, il mio corpo era rimasto su una panchina davanti alla Biblioteca del Poderino di Pancole e cinque micetti due neri, due soriani e uno color nuvola giocavano sul dondolo e si rincorrevano sugli alberi. Ne vorrei uno, vorrei portare a casa il micetto più piccolo che tanto assomiglia a quello che ha passato tutta la sua vita con me, tutta la sua vita dentro la mia casa, confinato, definito, limitato. Gli sarà pesata la non libertà di uscire? Gli sarà bastata la libertà di fare tutto dentro i confini della mia casa?

Libero dal dovere di cercarsi un cibo, un riparo, una compagna (cosa mai sarà?) caro mio amato Tabby, tabbycat, gattosoriano, che salivi d’un sol balzo sui davanzali e sui ripiani di marmo dei termosifoni. Come era bello il tuo guizzo. Arrivavi con passo sciolto e distratto: ti fermavi solenne-immobile, dalla punta del naso alla punta della coda, lo sguardo da predatore sulla quota precisa in cui intendevi arrivare e poi dopo un istante di concentrazione e uno scatto atterravi esattamente sul piano che avevi mirato, non un millimetro più in alto non un millimetro più in basso, le tue zampette silenziose si appoggiavano come piume. E ogni volta che ti vedevo rimanevo ammirata incantata dalla tua forza e misura e eleganza. Lo hai fatto fino a quando la vecchiaia ha limitato la tua capacità di saltare tanto in alto e allora ti ho messo, e tu hai trovato e -chissà se ti sei chiesto ‘come mai?’- una sedia o uno sgabello davanti a ogni davanzale, davanti a ogni termosifone, e così l’unico grande balzo veniva spezzato in due, e poi ancora di piccole decadenze in piccole decadenze…

Non saltavi più.

Ancora mangiavi.

Come mi piaceva il tuo avvicinarti lento e snob al cibo. Mai ingordo mai affamato, mai una sbavatura, piccoli bocconi, quanto bastava per vivere. Dopo avere smesso di saltare hai cominciato a mangiare di meno, a muoverti di meno, di piccole decadenze in piccole decadenze. Un giorno ti addormentasti e non ti svegliasti più. Come era diventato piccolo il corpo del bel gattone che aveva vissuto con me tutti i suoi diciassette anni. Qualcuno direbbe che la morte ha liberato la tua anima dal vincolo corporale. Io dico che la morte ha posto fine alla tua libertà di vivere. Non finisce forse la libertà nel momento in cui la signora con la falce taglia il soffio vitale che fa la differenza tra l’animato e l’inanimato? Tra il finito e l’infinito.

Laura Franco
Vuoi scrivere sulla libertà?
Eupolis gennaio giugno 2007


Oblomov gatto australe

Oblomov australe non fa differenza tra estate e inverno, sempre tutti i giorni, rimane fermo e alterna grandi sonni a grandi sbadigli e a grandi pulizie del suo pelo. Angelina lo incita a spostarsi, a muoversi, ma neanche chiamato per nome si alza, la sola cosa che lo fa scendere dalla poltrona è il rumore dei croccantini versati nella sua ciotola. Angelina un po’ si intenerisce per questa matassa di pelo pigra e passiva, con lo sguardo sempre sognante, come se vedesse molto oltre i limitati confini del mondo concreto, un po’ si stizzisce perché le sembra che la vita meriti di essere vissuta.

Laura Franco
Angelina nel deserto
2011

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