Nessuno legge gli articoli troppo lunghi sui giornali

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 In un articolo recente sulla
Columbia Journalism Review, che ha suscitato varie polemiche, Dean Starkman ha
analizzato il declino del cosiddetto ‘’longform reporting’’, quella forma di
giornalismo che si esprime in articoli e servizi di ampio respiro, con più di
2.000 parole-scrive lsdi- Secondo i suoi dati, un quotidiano come il Los Angeles Times l’
anno scorso ha pubblicato circa l’ 85% in meno di articoli di quella lunghezza
rispetto a dieci anni fa, e secondo Starkman questo declino comporta una perdita
rilevante sul piano della ‘’pubblica conoscenza’’. Ma si tratta davvero di un
declino preoccupante oppure quella forma di giornalismo si sta evolvendo?, si
chiede si chiede Mathew Ingram su Paidcontent, ricostruendo la polemica. Il
fatto che gli articoli lunghi siano diminuiti in giornali come il Los Angeles
Times, secondo Ingram, non dovrebbe destare sorpresa: la Tribune Co., il gruppo
proprietario del Times, da alcuni anni sta lottando contro il fallimento (si
dice che il giornale e altre attività della società siano in vendita). Il
Washington Post, in cui secondo la CJR gli articoli lunghi sono diminuiti di
circa il 50% dal 2003, e il New York Times – in cui secondo Starkman sono calate
del 25% – soffrono di un notevole calo degli introiti pubblicitari. In un
contesto del genere, la pubblicazione di servizi più brevi sembra una risposta
abbastanza naturale a un calo dei ricavi e quindi alla necessità di una
foliazione minore per risparmiare sulla carta. Ma il problema non è tanto
quello. Ingram ricorda in particolare il successo che il NYT ha ottenuto con un
ampio reportage che ha richiesto quasi sei mesi di lavoro: SnowFall. Significa
che il giornalismo di ampio respiro si sta evolvendo rispetto al tradizionale
modello carta-stampata su cui invece si concentrano i dati di Starkman. Come il
portavoce del Los Angeles Times ha osservato rispondendo all’ articolo della
CJR, gran parte dei servizi di cronaca dei giornali ora includono video, grafica
e altri elementi che erano assenti una decina di anni fa – e che non potrebbero
comparire in un semplice conteggio delle parole. “Negli ultimi anni, i nostri
servizi ampi includono in genere video di rilievo e gallerie fotografiche. I due
mezzi di comunicazione – stampa e pixel – sono perfettamente integrati in un
modo che nessuna ricerca di Factiva (il sistema di analisi dei contenuti della
Dow Jones, ndr) potrebbe mai registrare”. Come Jeff Jarvis ha sottolineato in
una risposta alle osservazioni di Starkman, la semplice lunghezza – osserva
Ingram – non è un fattore determinante della qualità complessiva dei servizi sui
quotidiani. In molti casi, quei lunghi servizi che venivano pubblicati dieci
anni fa avrebbero potuto benissimo essere un po’ tagliati – anche se alla fine
funzionavano bene come ”esca per i Premi”, come qualcuno li aveva definiti. La
stampa non è l’ unica fonte di giornalismo di ampio respiro Se giornali come il
Post, il Times e il Wall Street Journal sono stati più giudiziosi nell’ uso
dello spazio, cercando di dedicare tempo e risorse a un numero minore di pezzi
lunghi ma puntando a realizzare maggior valore – osserva Ingram – , è senza
dubbio una buona cosa. La diagnosi di Starkman invece si sarebbe concentrata sui
quotidiani su carta, ignorando tutte le innovazione che si stanno verificando
nel campo del longform journalism al di fuori dell’ industria dei quotidiani,
attraverso servizi come Byliner, Longreads e Atavist. I servizi in stile
magazine di Byliner, oppure gli articoli di ampio respiro che i lettori possono
condividere su Longreads non possono certo sostituire integralmente tutte le
funzioni dei quotidiani, ma riescono comunque a soddisfare un bisogno. Questa
necessità diventa evidente quando si guarda ad alcuni degli articoli più
‘salvati’ con la funzione “read it later” di servizi come Pocket. Molti di loro
sono servizi lunghi tratti da riviste e altre testate (anche se forse molti di
coloro che li salvano non li leggeranno mai). Insomma, secondo Ingram, i
giornali stanno giocando su un campo molto più ampio rispetto a quello in cui
erano abituati a muoversi in passato. E questa maggiore concorrenza accresce la
necessità di concentrare il loro tempo e le loro energie su servizi che possono
vivere facilmente online, come SnowFall per il New York Times. E se questo
significa meno parole in meno pezzi – conclude Ingram -, forse