Un´ occasione perduta per Silvio Orlando

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 Mutilato il dialogo “Il nipote di Rameau” di Denis Diderot, in scena al teatro Verdi sino a domenica, con il protagonista in veste di regista che ha posto l’occhio unicamente sulle parti che maggiormente rispecchiano il momento politico attuale

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

“Il nipote di Rameau” con Silvio Orlando protagonista in scena e regista stesso della riduzione teatrale del celeberrimo dialogo di Denis Diderot, ha accontentato buona parte della platea del teatro Verdi. Silvio Orlando è buon istrione, sa farsi ben volere dal grande pubblico, ma stavolta chi ha avuto la fortuna di leggere in originale l’opera dell’ enciclopedista francese è rimasto deluso per i grossi tagli infertigli, in massima parte la completa demolizione della stroncatura dell’ opera francese del tempo. “Solo il grido animale della passione può dettarci la linea che fa per noi. Occorre che le espressioni si incalzino; che la frase sia breve; che il senso sia come rotto, sospeso; che il musicista possa disporre del tutto e nello stesso tempo ciascuna delle sue parti, omettere una parola o ripeterla, aggiungervene un’altra che gli occorra, voltarla e rivoltarla come un polpo, senza tuttavia distruggerla. Diderot: Come accade che con un gusto così fine, con una così grande sensibilità per le bellezze dell’arte musicale, siate così cieco alle bassezze morali, così insensibile al fascino della virtù? Lui: Evidentemente, per esse vi è un senso che io non possiedo, una fibra rallentata che si ha un bel po’ pizzicare: non vibra; o forse è perché ho sempre vissuto con buoni musicisti e con pessima gente, ragion per cui l’orecchio si è raffinato, mentre il cuore s’è fatto sempre più sordo. E poi, è anche una questione di sangue. Il sangue di mio padre e quello di mio zio sono lo stesso sangue; il mio è quello di mio padre: la molecola paterna era dura e ottusa, e a questa mia molecola prima si è assimilato tutto il resto”. Cassando completamente questo tipo di battute viene tradita la doppia anima del “Nipote di Rameau”, personaggio che ha incantato Goethe, il quale ha visto in lui Mefistofele, o il “pensiero che nega” in veste di motteggiatore pezzente,  Hegel che sottolineò la Dialettica o la contraddizione sistematica inerente e immanente alla esistenza assoluta dell’uomo,  distillandone lo spirito del caos e dell’intenzionale disordine speculativo del dialogo in un celebre capitolo della Fenomenologia e ancora, la nuovissima rivelazione-rivoluzione della “Coscienza vile” ovvero la visione ideale dell’ Uomo-Cosa –Che –Mangia – che continuamente tanto genera quanto soffoca le rivoluzioni della “coscienza nobile; l’ esperienza simultanea del transfert e dell’inibizione del transfert, ossia la performance psicanalitica quanto la sua revisione critica, ovverosia, ancora, l’esperienza della guarigione impossibile. Il nipote di Rameau, prodotto sul piano etico della corrotta e sofisticata nobiltà parigina dello scorcio del secolo, si fa dunque portavoce di un gusto che sembra agli antipodi della sua personalità etica. Il compositore fallito ha funzione chiaramente demistificatoria, nell’ipocrita società di cui si presenta come prodotto, come vittima, ma anche come lucida coscienza accusatrice. In fondo il problema più grosso che si cela sotto la brillante e scintillante satira, problema che si può configurare generalizzando, come il problema del rapporto tra arte e moralità. Diderot, non attacca nessun particolare sistema filosofico, ma piuttosto contrappone il sistema all’esperienza, così come vuol dimostrare che nessun sistema può assolvere pienamente ai bisogni di un essere umano in carne ed ossa. Forse la chiave interpretativa del “Neveu de Rameau” ci viene da Diderot stesso nel Salon ove scriveva”… pensavo dunque, che se vi è una morale propria ad una specie, forse nella stessa specie vi è una morale propria ai diversi individui o per lo meno alle diverse condizioni o gruppi d’individui simili; e per non scandalizzarvi con un esempio troppo impegnativo, una morale propria agli artisti o all’arte, e che questa morale potrebbe ben essere in contrasto con la morale comune. Sì, amico mio, temo proprio che l’uomo va dritto incontro all’infelicità per la via che conduce l’imitatore della natura al sublime. La via dell’intemperanza, ecco la regola del poeta. Conservare in tutto il giusto mezzo, ecco la regola della felicità. Non si deve mai fare poesia nella vita…..”. Silvio Orlando avrebbe potuto e dovuto osare di più, magari senza restare nel celebre Cafè de la Régence, dove giocavano i maestri della scuola scacchistica francese, Légal ( famoso il suo matto messo in versi dal conte de Cambray Digny) o il Philidore, spariti anch’essi dalla drammatizzazione scenica e fare un balzo deciso nel tempo, oltre il pur buon clavicembalo di Luca Testa, ponendo meglio in luce il doppio volto del protagonista che sa rischiarare il suo sfrontato cinismo solo a contatto con l’arte che resta comunque l’unica uscita di sicurezza da questa nostra società oggi come ieri, falsa, devota e antifilosofica.