Napoli nella parola di Toni Servillo

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L’ attore casertano ritorna domani sera al teatro Verdi di Salerno per un recital in cui ci donerà un piccolo saggio della più alta letteratura partenopea

 

Di Olga Chieffi

Ritorna al teatro Verdi Toni Servillo che, dopo il successo di Sconcerto, incontreremo da solo, in un récital in cui ci donerà la ricchezza infinita della parola partenopea. Da domani alle ore 21, sino alla pomeridiana di domenica, alle ore 18,30, la lingua napoletana e, con essa, la città stessa, racconteranno loro stesse, attraverso otto ingegni, tappe di un percorso che parte dal cielo per giungere al purgatorio, sino alla terra,
da “Lassammo fa Dio” di Salvatore di Giacomo,   a” Vincenzo De Pretore” di Eduardo De Filippo, poema in chiave drammaturgica, sino alla tenera poetica della “Madonna dei mandarini” per passare all’evoluzione della lingua, con “A’ Sciaveca” di Mimmo Borrelli e   “Litoranea” di Enzo Moscato, che passa da una pittoresca sfilata di imprecazioni ad   una passerella frenetica di sensazioni e volti, in cui intravvederemo una Napoli futurista;  babele di parole in lotta per emergere l’una sull’altra, sino all’evocazione di “’A livella di Antonio De Curtis. Voci e suoni  che saranno resi ancora più vivi dalle infinite tonalità e sfumature  della voce di  Servillo: novello Socrate, capace di incantare e ammantare di fascino la platea suscitandone al momento  sorriso e commozione. Uno spettacolo in cui la protagonista sarà la lingua, letteraria, dialettale che sia, ricca di musicalità, armonia, che passa dalla freschezza espressiva del dire di Salvatore Di Giacomo fortemente intriso di elementi letterari, cercati a tavolino, al dialetto di Eduardo, esempio di chiarezza espressiva e di organicità, dal tono dimesso e colloquiale, forte e pertinente proprio per il suo significato didascalico, sino a “Fravecature” di Viviani, che è tutt’altra cosa, popolare nel senso che usa termini ed espressioni legate alla tradizione del vicolo, del popolo, ( le “voci” sono proprio uno dei tanti esempi). Rumori, onomatopee, linguaggio allusivo, gergo della camorra, dei teatranti, pescatori, della strada, caratteristiche di una lingua che come nessuna risponde ad un criterio ritmico, che non va mai sottovalutato, al ritmo che sottende la parola, in un’altalenante prevalenza del parlato sulla musica e viceversa. Inedite e composte per la circostanza sono ‘O vecchio sott’o ponte di Maurizio De Giovanni, a raccontare l’inumano dolore per la perdita di un figlio, e Sogno napoletano di Giuseppe Montesano, in cui, dichiarata la dimensione onirica, l’apocalisse lascia il passo ad un salvifico, auspicato, risveglio delle coscienze. Entrambe si infrangono nella successiva sequenza, aspra e feroce, di Napule, crudo ritratto della città scritto da Mimmo Borrelli. Risulterà, quindi, non facile fissare la specifica identità della lingua di Napoli, come d’altra parte la sua canzone, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. La parola, il teatro, la poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, hanno espresso, come è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo. Il fatto singolare è che la lingua, “porosa” come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da parole e sonorità appartenenti ad altre culture la lingua napoletana, che non è solo semplicemente termine, parola, ma sa farsi danza, teatro, canto, urlo, è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, come l’unica uscita di sicurezza da quell’infernale paradiso chiamato Napoli.