Chiesa: Così è se vi pare, tra crisi e rinascita: La nostra risposta all´editoriale di Eugenio Scalfari

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Ratzinger viene presentato come un papa di scarsa levatura, invece il suo magistero — che ha alla base l’amore di Dio e la gioia –  può aiutarci ad affrontare quest’epoca e quelle che verranno. Gesù pose a capo della Chiesa Pietro, l’apostolo che più di tutti incarna la fragilità e la debolezza umana, anche il Papa che ne è il successore e i suoi collaboratori lo è. La Chiesa è retta da uomini non da Santi ma basta con questo voler disprezzare tutto ciò che abbiamo, in questo caso la nostra Chiesa, noi italiani dobbiamo imparare ad amarci gli uni gli altri mettendo in risalto le nostre qualità non i nostri difetti (Anna Laudati)  

Le vicende che in questi ultimi giorni stanno sconvolgendo il Vaticano e le più alte gerarchie ecclesiastiche non ha precedenti nella storia recente della Chiesa o almeno i media si stanno impegnando il più possibile affinchè tutto quanto sta accadendo sembri ancor più fosco e oscuro. È ormai da diverso tempo che parte del mondo intellettuale e del giornalismo di matrice anticlericale si sta esercitando con una meticolosità a tratti quasi maniacale a dimostrare come il pontificato di Benedetto XVI sia l’apice di una lunga crisi della ormai « vecchia e superata Chiesa che propina ancora obsolete norme morali che per prima disattende ampiamente. » A questo proposito lo scorso 27 Maggio Eugenio Scalfari ha pubblicato un lungo editoriale su «La Repubblica» nel quale ha affrontato questo tema, in alcuni punti anche con una certa dovizia di particolari ed estrema precisione – che ha in alcuni tratti qualcosa di ossessivo nel rappresentare la Chiesa come un luogo di eterni complotti — in altri si è mostrato, a nostro avviso, stranamente superficiale nell’esposizione dei fatti, pervenendo spesso a conclusioni affrettate non degne della sua preparazione ed esperienza. L’articolo citato, che si intitola « Da Pacelli a Ratzinger la lunga crisi della Chiesa», prende le mosse raccontando la fine del Pontificato di Pio XII e la morte dello stesso Papa Pacelli viene interpretata come la fine di un’epoca «in mezzo a una corte disfatta di cardinali decrepiti, di astuti procacciatori d’affari, di monache fanatiche, di nipoti parassiti.» In questo modo viene mostrata l’immagine di una Chiesa arroccata su se stessa tesa solo a conservare vecchi privilegi. In merito all’età avanzata (e numericamente limitata) dei membri del Collegio Cardinalizio, bisogna ricordare che sin dai primi anni ’50 e fino alla morte avvenuta nel 1958, Pio XII cadde in una sorta di sindrome depressiva che lo portò a chiudersi sempre più in sé, ridurre i contatti con il mondo esterno e occuparsi poco del governo della Chiesa e quindi non nominando più nuovi cardinali. Inoltre è  noto che nella Chiesa, sin dai tempi più antichi, si sono spesso infiltrati personaggi d’ogni sorta alla ricerca di agganci e relazioni con i  ‘potenti’  vertici della Chiesa. Su questo punto il Vaticano, come ha precisato Andrea Riccardi, «è un luogo incredibilmente fragile» perché è facilmente penetrabile da parte di spie e forme di potere più o meno occulte che in essa cercano di insinuarsi. Tra tutte le affermazioni prima citate la più ingenerosa è quella rivolta alle suore, con evidente allusione alla religiosa che per tantissimi anni fu stretta e fida collaboratrice di Pacelli: Suor Pascalina. Questa energica monaca ebbe un ruolo determinante durante il Secondo Conflitto Mondiale all’interno del Vaticano al tempo dell’occupazione nazista, sia nella tutela dei Sacri Palazzi e della persona del Santo Padre, sia nell’ospitalità accordata a tanti ebrei ricercati dalle SS evitandogli un destino di morte nei campi di sterminio. Altrettanto ingenerose sono le accuse di populismo: «era un principe e come tale si comportò e come tutti i principi indulse anche al populismo: riceveva ogni sorta di categorie della società civile… » Anche i successori, soprattutto Wojtyla, hanno sempre ricevuto in udienza persone delle più svariate categorie sociali, perché la Chiesa deve essere sempre aperta ad ogni uomo, secondo anche il magistero del Concilio Vaticano II il quale insegna che la Chiesa è un popolo senza confini. È fuori dubbio che la morte di Pio XII segna la fine di un’epoca con l’apertura della Chiesa al mondo moderno. Nel conclave del 1958 venne eletto inaspettatamente l’anziano Patriarca di Venezia Angelo Roncalli a tutti noto come Papa Giovanni XXIII. Venne scelto come papa ‘di transizione’ perché già da anni nella Chiesa si avvertiva una forte domanda di cambiamento per rispondere alla quale Pacelli non si sentì adeguato. Roncalli, seppure già attempato, convocò il Concilio Vaticano II, che però non riuscì a condurre a termine perché nel 1963 morì. È l’unico Papa verso il quale Scalfari ha parole meno amare e critiche anche se i fatti raccontati non sono privi di imprecisioni; è opinione diffusa – e lo stesso Scalfari sembra seguirne le orme – che Papa Giovanni sia stato l’ideatore di quella che fu la più grande novità del Concilio: la Messa celebrata nelle lingue nazionali e con il sacerdote rivolto ai fedeli. A onor del vero Papa Roncalli (nemmeno Paolo VI) non aveva alcuna intenzione di intraprendere questa riforma e ne è prova il fatto che l’ultima editio typica del vecchio Messale in latino di San Pio V in uso fino al 1967 fu curata proprio da lui. Alla sua morte, secondo le norme canoniche, il Concilio fu sciolto e riconvocato dal successore Paolo VI. Il fondatore de La Repubblica lo definisce «un Papa di interregno». La definizione è in fin dei conti giusta perché Papa Montini si trovò a dover portare a termine il Concilio senza farlo durare troppo e giungere comunque a delle conclusioni; dovette gestire la delicata fase post-conciliare, gli anni di piombo in Italia e l’irrompere della globalizzazione nel mondo. Appare poco aderente al vero il profilo disegnato da Scalfari: «il confronto con la modernità non lo portò avanti, ma impedì che ci fossero ulteriori arretramenti» dimenticando così che fu proprio lui a completare, almeno nelle intenzioni, il processo di apertura della Chiesa al mondo completando il Concilio. Inoltre alla sua azione si deve l’eliminazione di alcuni vecchi fasti vaticani, come lo scioglimento del corpo della Guardia Palatina di stanza in Vaticano e l’abolizione dell’antico rito dell’intronizzazione del Papa con l’imposizione della tiara. Le critiche più superficiali sono però quelle rivolte a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI. Papa Wojtyla viene banalmente definito «un papa attore» riferendosi alla sua capacità di comunicare con le folle e dei grandi gesti dei quali è stato ispiratore e protagonista. Ritorna da parte di Scalfari la critica rivolta a Wojtyla da vari ambienti anticlericali riguardo la questione dell’arcivescovo Oscar Romero e la repressione della ‘teologia della liberazione’. Si dimentica troppo spesso che tutto quanto è in sospetto di eresia, soprattutto pauperistica, viene respinto come rischio per la Chiesa perché può essere fonte di violenze e rivolte. Su Benedetto XVI Scalfari precisa che ha ingegno, dottrina e capacità, pur non considerandolo un grande papa – a differenza di Umberto Eco che lo definì «un teologo scadente e un filosofo altrettanto mediocre» — per la sua leziosità e le nomine, a suo avviso sbagliate, di Sodano prima e Bertone poi alla Segreteria di Stato. Bisogna precisare che un Pontefice, appena viene eletto al Soglio di Pietro, in genere conferma sempre le nomine del suo predecessore ponendosi in continuità con esso, modificando gradualmente in itinere quanto trovato in modo da non creare scossoni. Magari anche i politici seguissero questa prassi! Ratzinger viene in tal modo presentato come un papa di scarsa levatura, invece il suo magistero — che ha alla base l’amore di Dio e la gioia – ci sta aiutando ad affrontare quest’epoca e quelle che verranno. Per concludere bisogna rendersi conto che la Chiesa, sebbene stia attraversando un periodo di difficoltà interne dalle quali emergono scenari più o meno inquietanti, pur essendo santa perché voluta e fondata da Gesù, non è certamente immune da errori, sbagli a volte anche gravi proprio perché costituita da uomini, che in quanto tali sono fallibili. Se pensiamo che lo stesso Gesù pose a capo della Chiesa Pietro, l’apostolo che più di tutti incarna la fragilità e la debolezza umana, perché il Papa che ne è il successore e i suoi collaboratori non possano esserlo? La Chiesa è retta da uomini non da Santi. (Pier Francesco Bello)

Fonte: La Repubblica 27 Maggio 2012.