«Un uomo da cancellare» di Gabriel Garcia Marquez al Teatro del Giullare di Salerno

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di Lorenzo De Donato

 

 

«Il fatto è che la felicità non è come dicono, che dura un solo istante e non si sa di averla avuta finchè non è finita. La verità è che dura finchè dura l’amore, perché finchè c’è l’amore persino morire è bello». Si può amare una persona per una vita intera senza essere ricambiati? Può una donna amare un uomo dedicandogli l’intera sua anima senza essere a sua volta riamata? E’ ciò che accade ad Amelia, protagonista di «Un uomo da cancellare», ultimo appuntamento di quest’anno che chiude la stagione teatrale 2011-2012 del Teatro del Giullare di Salerno, diretto da Andrea Carraro, con quattro repliche andate in scena gli ultimi due week-end di maggio. Un lungo, intenso, appassionato monologo di una donna tradita dal marito e dalla vita, una donna che ha donato tutta se stessa senza ricevere nulla in cambio, interpretata da una Amelia Imparato in ottima forma, affiancata da Mimma Virtuoso nel doppio ruolo della domestica e della suocera, in uno spettacolo liberamente tratto dall’unica opera teatrale scritta dal celebre scrittore e romanziere colombiano Gabriel Garcia Marquez, nobel per la letteratura 1982, intitolata «Diatriba d’amore contro un uomo seduto» e rappresentata per la prima volta in Argentina nel 1988. Graciela, Amelia nella versione salernitana, è una donna di bassa estrazione sociale, proveniente da una famiglia povera e umile, che è riuscita ad elevarsi culturalmente, socialmente ed economicamente grazie ad un forte impegno negli studi e al matrimonio con un uomo benestante proveniente da una famiglia molto agiata. Un uomo che ama, ma che l’ha condotta all’altare unicamente per non incappare nella pubblica vergogna di un figlio senza matrimonio, un uomo che in venticinque anni è stato capace di donarle ogni tipo di bene materiale, la ricchezza, l’agiatezza, la notorietà, il rispetto sociale, tranne ciò che ella più di tutto avrebbe voluto: il suo amore. «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo», scriveva Tolstoj, e l’infelicità di questa famiglia, di questa donna, è provocata da un uomo incapace di donare alla sua donna l’amore, il rispetto, la dedizione, la devozione, in grado anzi di esporla al pubblico ludibrio per le numerose amanti con cui si intrattiene senza curarsi di nascondersi. Ed è per tutti questi motivi che Amelia, dopo venticinque lunghi faticosi anni di amore e dolore, il 3 agosto, giorno del loro venticinquesimo anno di matrimonio, le agognate nozze d’argento, in un’atmosfera resa magicamente cupa dai deliziosi costumi di Stefania Pisano e dai particolari giochi di luce di Virna Prescenzo, trova il coraggio di reclamare il suo bisogno d’amore e vomitare addosso al marito, muto e indifferente, seduto in poltrona a leggere il giornale, tutte le sofferenze e le frustrazioni causate da quel quarto di secolo di ipocrisia e tradimenti. Finchè non gli comunica la sua decisione, proprio il giorno della festa, a poche ore dall’inizio dei festeggiamenti: la decisione di andar via, per sempre, irrimediabilmente, perché se il loro è «il più grande e sventurato amore che possa esistere in questo inferno», tanto vale uscir fuori nel mondo a cercare un altro uomo, un’altra vita, un altro amore. «E se non troverò un nuovo amore, non importa. Preferisco la libertà di rimanere per sempre a cercarlo che l’orrore di sapere che non esiste un altro che io possa amare come ne ho amato solo uno in questa vita». Appuntamento il 29-30 giugno, 6-7 e 13-14 luglio nel suggestivo scenario dei Templi di Paestum per la consueta rassegna estiva di teatro classico organizzata dalla Compagnia del Giullare, con «Le troiane» di Euripide, «Adriano» tratto dal romanzo di Marguerite Yourcenar e l’«Edipo re» di Sofocle.

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