AMALFI CON LA REGATA A REMI NELLA STORIA

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E’ la prima volta, da cinquant’anni a questa parte, che non partecipo ad una edizione della Regata ad Amalfi.A meno che fino a domenica non mi colpiranno nel profondo, più di quanto non facciano abiltuamente, lamine lancinanti di nostalgia. Nel qual caso salirò di corsa sul primo treno e via con il cuore ebbro di felicità a fare il mio carico di emozioni.D’altronde non sono nuovo a queste decisioni improvvise, soprattutto se mi coglie e sconvolge un amarcord smemore d’amore Allora la moviola aziona frammenti d’esistenza. come nel momento in cui scrivo queste note. E m’è ricordo, così,una notte a mezzo giugno a respirare iodio dal Pennello con gli occhi stupefatti ad ammirare Amalfi nella gloria delle luci ad arabesco di colline che corteggiavano ardite il cielo blu/lavagna nel tripudio di stelle. Dai Lattari s’affacciava e dilagava il plenilunio ad esplosione di sorriso pieno. Il mare s’increspava lieve a carezza di brezza e s’acquietava a nenia di risacca. Vagliendola esponeva il grappolo di case a conquista di Pogerola con il filo di croce del campanile di San Biagio.A sinistra petti di colline  con il carico dei limoneti a scivolo d’acqua fin laggù al Capo di Conca, che conserva segreti di nozze bigame di natura prolifica d’amore e di tesori nella grotta a pioggia di smeraldi.

 

A destra il Capo Luna rievocava difese contro i saraceni con la protezione del Santo Protettore, che veglia la città nel mezzobusto d’argento a carcere di stipa. Il convento/albergo conserva testimonia/passaggio del Santo Poverello nel chiostro umbratile a recupero di pagine prestigiose di storia. Il pino di Capodicroce veglia gli antenati affacciati ai loculi  a godere spettacolo di prodigio per l’eternità

 

In nessun altra luogo come qui l’incrocio tra terra ed acqua avviene con una reciproca metamorfosi. Le case, quasi rubate al fondale, vanno, audaci, all’assalto di rocce,bianche o nei contrasti degli smalti, nella rete dei brevi agrumeti. E con l’occho incantato mi sembra di seguire un passaggio di sardine d’argento o di alici, un colpo di pinne ed una direzione, tra il ramificarsi delle alghe. Le porte sono ingressi a  grotte dove la luce è verdissima tra finestre uguali a curve di fossili. “Dietro un faraglione precipita una stella marina, una madrepora si scioglie. le basi e i gradini sono di foraminiferi, le grate dei cancelli, sospesi dentro cornici di conchiglie barocche, ripetono le forme degli scheletri dei pesci. Le scaglie diventano lucide trame di armature medioevali dell’affondata potenza dei velieri“.E  forse è ancora negli abissi dei fondali buona parte della storia della Repubblica, scritta sulle rotte del Mediterraneo a tessere reti feconde di rapporti con i popoli dell’Oriente ed a sperimentare con l’intrapendenza dei mercanti i pericoli della navigazione da regolare,poi, con leggi che splendono nelle pagine della Grande Storia. Ne sa qualcosa Flavio Gioia, che, superbo nella barba, mi racconta di viaggi, aghi e stelle, di fondachi e caravelle cariche di spezie, tappeti, oro, sete, broccati, di reliquie false e santi veri nella danza sfrenata del tarì, che, ambiguo, esalta Cristo e Maometto e, ancora, dell’accavallarsi e turbinar di secoli nello sfarzo del duomo, di coscienze placate a fughe saracene, di guerre sante e canti di vittoria. E mi indica, alle sue spalle, l’orgoglio della città siglato ai muri di maioliche preziose “Contra hostes fidei semper pugnavit Amalphis”.

 

Nel minuscolo porto sonnacchiose le “galee” moderne ostentano ricchezza e indicano strade di futuro nella vendita dei beni immateriali sui mercati del turismo della cultura.

 

E la fantasia corre all’Oriente lungo la via della seta che conobbe una stagione straordinaria di scoperte nel viaggio di sola andata con il veneziano Marco Polo che ne ritornò carico di esperienza e ne rivelò i segreti,  che i Padri Amalfitani avevano già conosciuto prima  e monetizzato in un interscambio fecondo di sinergie di mercati e di meticciato di cultura. Oggi c’è un via della seta di ritorno con i nuovi ricchi d’Oriente, indiani, cinesi, giapponesi, che riscoprono i mercati europei ed approdano ai porti del nostro Sud incantati dalla nostra arte, dalla nostra storia e dalle nostre bellezze. E ci indicano le nuove frontiere del nostro turismo, se avremo l’intraprendenza e la lungimiranza di attrezzarci al meglio per l’accoglienza.Oh, le opportunità straordinarie di ricca prismaticità della nostra mediterraneità, se  attingeremo ai tesori della nostra storia per costruire eventi di grande spessore culturale e di sicuro impatto mediatico!!!!

 

Uno spunto di riflessione creativa ce lo offrirà il Corteo Storico delle quattro Repubbliche Marinare domenica pomeriggio,quando i numerosi figuranti, belli di sole del meriggio ed orgogliosi del fasto dei costumi, riemergeranno dalla penombra della Piazzetta di Atrani e scenderanno, con regalità, dal palcoscenico naturale che da Capo Luna,nella gloria di luce e di bandiere,  conquisterà,  tra apllausi, consensi e stupore di ammirazione, il  Duomo e relativa piazza,  prima ,e la spianata di mare su cui veglia silenzioso il padre Flavio e fremono di vanità presenzialista le autorità, dopo.Avranno il meritato momento di gloria “la sposa d’Amalfi”, la veneziana Caterina Cornero, il genovese Guglielmo Cap’e maglio e la eroica pisana Kinsica. C’è da incantarsi alla rappresentazione festosa e fastosa di una bella e prestiosa pagina di Storia Italiana. Proprio così: è un esempio straordinariamente intelligente della storia che si fa spettacolo e dello spettacolo che teatralizza la storia.E, con o senza la mia presenza fisica, sulle ali della brezza volerà con l’orgoglio d’identità e di appartenenza, il canto della mia poesia “E’ proprio bella chesta sposa ‘Amalfi/cu nu vestito arricamato d’oro/cu nu diadema nfronte e l’uocchie ‘e sole/è na regina nata ncopp’ ‘o mare/ cu ‘na carezza ‘e viento dint’ e capille/ è ‘nu tesoro fatto pe’ guardà”:

 

Un attimo di pausa per riprendersi dallo stupore della grazia, dell’eleganza, del fasto e della bellezza e  occhi e cuori sono tutti concentrati sullo specchio d’acqua della gara sportiva. Tambureggiano le maree del sangue  di vogatori e pubblico.All’unisono nel silenzio totale! Ed è difficile capire se rumoreggiano di più  i battiti del cuore o i colpi ritmici dei remi sull’acqua.L’atmosfera per tutti è quella tante volte intensamente vissuta e per me anche emotivamente cantata:“E’ na festa mmiez’o mare/nc’è ‘na chiorma ‘e vugature/tene Amalfi dint’ ‘ore/ ed è pronta pe’ partì/Quanta gente ‘nterra’ a rena/ncopp”e logge, dint’ ‘e varche/p”e fenestre e mmiez’ e chiazze/ ch’è venuta pe’ vedeè/Sbatte ‘o rimmo. Ride l’onna./S’è fermato pur’ ‘o viento/Mo se sente sul’ ‘a voce /”Iammo belle! Voga,vò”/ Pur’ ‘o sole è chiù lucente/nnfacc’ ‘a chisti vugature/Saglie ‘a voce.E’ nu tremuoto./”Vince Amalfi! Evviva! Olè!”.

 

Il grido di vittoria volerà sulle ali del vento, brillerà nel pulviscolo della luce, sfiorerà, pettinandole, le onde del mare, dal Nord al Sud del Paese, dovunque batterà il cuore di un amalfitano in esilio ma incollato al televisore; e si fonderà nel tripudio di orgoglio con quello dei tanti altri a rumoreggiare nel “tremuoto“.  “Vince Amalfi! Evviva! Olè!”

 

Io ci sarò con il cuore in subbuglio e la voce a squarciagola a testimonrare la mia amalfitanità. Con la presenza fisica o solo con il pensiero conta poco

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it