Meyerbeer, inquieto sperimentatore

0

 


 

Questa sera, alle ore 21, il sipario del teatro Verdi si leverà su Robert Le Diable, il suo più amato grand opéra, eseguito in forma oratoriale dalle masse orchestrali e corali dirette da Daniel Oren

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

Appuntamento insolito questa sera, alle ore 21, al teatro Verdi di Salerno, che saluterà l’esecuzione del grand opéra di Giacomo Meyerbeer  “Robert Le Diable”, secondo titolo commissionato per la realizzazione di un cofanetto in distribuzione per la Brilliant. Daniel Oren sarà alla testa dell’ Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi” e del coro, una specie di lettura, per lui che sarà il direttore della nuova produzione di quest’opera, della Royal Opera House di Londra, la cui prima verrà vissuta il 6 dicembre di quest’anno. Robert Le Diable ha una particolare e fascinosa fisionomia, caratterizzata da una trama a doppio intreccio, tipica del grand opéra, sebbene la duplice dimensione sia qui incanalata su di un binario teologico-filosofico, più che storico-sociale. Ad un’azione principale, incentrata sul cruciale problema della scelta che si compie nell’animo di Robert (il tenore Bryan Hymel), tra Bene e Male, impersonificati dal binomio Alice (il soprano Carmen Giannattasio) e Bertram ( il basso Alastair Miles), s’intreccia un’azione secondaria, in cui si svolge la vicenda amorosa di Robert e Isabelle ( il soprano Patrizia Ciofi), a più riprese ostacolata dalle diaboliche macchinazioni di Bertram, che si conclude con la felice unione della coppia. A completare la galleria di personaggi, Alberti, Carlo Striuli, due chevalier Angelo Nardinocchi e Paolo Gloriante, le maitre de cerimonie Francesco Pittari, una dama Elena Memoli. Con quest’opera Meyerbeer imbocca una strada che non avrebbe più abbandonato nei suoi lavori di maggiori proporzioni, e che avrebbe anzi proseguito con sempre maggiore convinzione e consapevolezza. Acutamente Wagner aveva individuato già nel 1837 il principio fondamentale del teatro di Meyerbeer nella tensione verso il progressivo avanzamento della forma e del linguaggio operistici, a cui corrispondeva il compito di esaurire l’ultimo tratto della sua espansione secondo le “vecchie” regole. Wagner attribuiva dunque a Meyerbeer una funzione storica, anche se in contrasto con le proprie idee (che in seguito lo attaccasse violentemente, dipendeva solo dal fatto che queste idee erano passate alla fase realizzativa, e ciò escludeva necessariamente il modello e la presenza ingombrante di Meyerbeer). Se non le deduzioni, il punto di partenza era però corretto: Meyerbeer rappresenta la massima conclusione di un’epoca della storia del teatro musicale ottocentesco. Generalmente si è soliti identificarlo con il genere del grand-opéra, al quale sono associate pregiudiziali negative: grandiosità fine a se stessa, dispersione drammatica, accumulazione di effetti, correità verso i gusti dominanti del grande pubblico. Per Meyerbeer il teatro non fu mai una religione, ma il terreno di applicazione di concreti principi costruttivi ed espressivi, volti alla comunicazione e alla rappresentazione. La stessa drammaturgia delle sue opere, che mira a contrapporre sfondi storici e storie individuali, ambienti e personaggi, forme e funzioni, si arresta volutamente nel momento in cui il contrasto è portato al limite estremo, configurando una sorta di blocco che non conosce trasfigurazione o catarsi: la musica tocca quel limite, e lì si ferma. Il gigantesco impiego di mezzi va nel senso di un esaurimento del materiale a disposizione per raggiungere un ideale di staticità che, se pur portato all’eccesso, ha in sé una misura classica, una evidenza assoluta. E nella mancanza dello scioglimento finale, del giudizio morale o della presa di posizione di fronte agli eventi, sta la vera natura dell’atteggiamento teatrale, eminentemente rappresentativo, di Meyerbeer. Ciò spiega perché egli sia stato scavalcato da altre concezioni del teatro che giungono per vie diverse non solo al teatro del Novecento ma anche alla nostra stessa idea di teatro. Ma se la favola non offre che un interesse mediocre, il libretto complesso offrì al compositore una tavolozza ricca di svariatissimi colori, prestandosi a vari ed opposti generi di musica, dalla vivace Siciliana al diabolico valz, dalla sentimentale aria di Isabella, alla musica funeraria della processione delle monache, dai ritmi languidi ed eroticamente provocanti delle danze fantastiche, alla patetica, severissima preghiera del penultimo atto, dalle strofe agresti di Alice al drammatico terzetto finale. Diverse creazioni, in cui Meyerbeer si rivela pittore insuperabile, aggiungendo alla efficacia dei colori più disparati quella mirabile unità che è dono raro e proprio del genio.