A Piano dibattito sulla penisola sorrentina ed i vulcani del golfo

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La loro attività, la loro formazione e le conseguenze delle eruzioni

 

 

 

PIANO DI SORRENTO – Il quarto ciclo di ‘Piano di Sorrento – Una storia tra terra e mare’ è stato aperto dall’interessante conferenza nella quale si parlava della formazione sia della penisola sorrentina che dei vulcani del Golfo di Napoli. Un argomento che ha attirato l’attenzione delle persone convenute nella Sala Conferenze della Biblioteca Comunale della cittadina della costiera, che ha puntato i fari sulla nascita migliaia di anni fa della penisola sorrentina e dei vulcani attivi che ci sono non sono nella Baia di Napoli ma anche nel Mar Tirreno. Il geologo Osca Scala si è cimentato per più di un’ora e mezza in una soddisfacente esposizione nel descrive, per quanto poteva, due aree che sono su una crosta terreste che in alcuni punti ha un leggero diaframma che la divide dal magma incandescente sottostante. Il suo punto cruciale è stato quello di illustrare, tramite delle diapositive, e di farci conosce meglio il nostro territorio perché si possano fronteggiare le emergenze. La penisola sorrentina inizia circa 200 milioni di anni fa quando, alla fine del ‘Trias’, l’enorme continente denominato ‘Pangea’ incomincia a suddividersi in due grosse masse continentali: ‘Laurasia’ (America Settentrionale ed Eurasia) nell’emisfero boreale e ‘Gondwana’ (America Meridionale ed Africa) nell’emisfero australe, separate da un oceano in espansione detto ‘Tetide’. In questo oceano nel corso del ‘Giurassico’ si individua un tipico paesaggio sottomarino costituiti da grandi bassifondi detti ‘piattaforme carbonatiche’ (simili alla barrire coralline), alternati a profondi bacini oceanici. Da queste enormi barriere coralline e dai sedimenti deposti nei bacini che li separavano, hanno preso origine la catene montuose italiane, ed in particolare l’Appennino Campano-Lucano, del quale la penisola sorrentina sarebbe il lembo più occidentale. Da essa ai vulcani attivi sia nella Baia di Napoli che nel Mar Tirreno, il passo è breve ed il geologo illustra che nel Tirreno Meridionale, in particolare, ci sono molti ed i più grandi vulcani attivi sottomarini. Chi porta la bandiera è il ‘Marsili’, che si trova circa 140 km a nord della Sicilia e circa 150 km a ovest della Calabria ed è il più esteso vulcano d’Europa. È stato scoperto negli anni venti del XX secolo e battezzato in onore dello scienziato italiano Luigi Ferdinando Marsili, questo vulcano sottomarino è stato studiato a partire dal 2005 nell’ambito di progetti strategici del CNR per mezzo di un sistema multibeam e di reti integrate di monitoraggio per osservazioni oceaniche. Con i suoi 70 km di lunghezza e 30 km di larghezza (pari a 2100 chilometri quadrati di superficie), il Marsili rappresenta uno dei vulcani più estesi d’Europa. Il monte si eleva per circa 3000 metri dal fondo marino, raggiungendo con la sommità la quota di circa 450 metri al di sotto della superficie del mar Tirreno. I fenomeni vulcanici sul monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti. I magmi del Marsili sono simili per composizione a quelli rilevati nell’arco Eoliano, la cui attività vulcanica è attribuita alla subduzione di antica crosta Tetidea (subduzione Ionica). Si stima che l’età d’inizio dell’attività vulcanica del Marsili sia inferiore a 200 mila anni. Sono state inoltre rilevate tracce di collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini i quali potrebbero aver causato maremoti nelle regioni costiere tirreniche dell’Italia meridionale. Assieme al Magnaghi, al Vavilov e al Palinuro, il Marsili è inserito fra i vulcani sottomarini pericolosi del Mar Tirreno. Mostra, come già avvenuto per il Vavilov, il rischio di un esteso collasso in un unico evento di un crinale del monte.

 

Da un vulcano sottomarino ad uno sopra il mare, il Vesuvio che insieme all’attuale Monte Somma costituiva una sola alta montagna, il Monte Somma, dall’altezza forse di circa 3000 metri e che una forte eruzione, probabilmente quella del 79 DC, che distrusse Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia, divise nello stato quasi attuale. E proprio su questa catastrofica eruzione che è stato proiettato un filmato nel quale si vede anche la morte di Plinio il Vecchio, e proprio da lui e da Plinio il Giovane che questi tipi di eruzioni sono dette ‘Pliniane’. Quello di cui può vantarsi questo sonnacchioso vulcano, che potrebbe eruttare con un eruzione effusiva forse tra il 2020 ed il 2050, ed in qualche caso innescare un maremoto con onde alte 40 o 50 metri, è di essere stato il primo vulcano ad essere studiato sistematicamente (per volontà della casa regnante dei Borbone), studi che continuano tuttora ad opera dell’Osservatorio Vesuviano. Risale infatti al 1841 (per volontà del re Ferdinando II delle Due Sicilie) la costruzione di un Osservatorio (tuttora funzionante, anche se solo come dependance di più moderne strutture ubicate a Napoli) e si può ben dire che la vulcanologia, come vera e propria disciplina scientifica, nasca in quegli anni.

 

Nel suo esporre questo argomento, Osca Scala, ha fatto un salto anche nei Campi Flegrei e ad Ischia, due zone che sono fortemente sia sismiche che eruttive.

 

 

 

              Vulcani nel Mar Tirreno

 


 

GIUSEPPE SPASIANO