MAGGIO, MESE DELLE ROSE E DELL´AMORE

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 Il Bannista è un giornale online. Lo fanno i ragazzi del Forum di Trentinara, il mio paese di nascita. Una iniziativa lodevole. E’ in rete il numero di maggio, il 4° della serie. I ragazzi ne vanno giustamente orgogliosi, perchè il giornale è confezionato bene, con pezzi scritti bene e, quel che più conta, legati al territorio, alla sua storia ed alle sue tradizioni. Mi sembra giusto e doveroso che dessi una mia prova di attenzione. L’ho fatto sin dal primo numero e continuo a farlo. Nel numero, da oggi in rete, è presente un mio pezzo, che pubblico anche qui di seguito, invitando i miei e tanti lettori di Positanonews a leggere anche Il Bannista come segno di attenzione e di incoraggiamento per i ragazzi del Forum che sono entusiasti e motivati (basta cliccare Il Bannista, giornale online).

 

 

C’è una bella canzone napoletana che in due versi straordinariamente musicali esalta le caratteristiche del mese di maggio “Chisto è ‘o mese d’ ‘e rose/ chisto è ‘o mese ‘e l’ammore“.

 

Io personalmente ho sempre avuto un rapporto privilegiato con la rosa, riconoscendole il primato di regina dei fiori. Sarà perchè mamma ne aveva una pianta bellissima sul terrazzo di casa che esplodeva nel rosso dei colori e nell’intensità dei profumi allo scialo della fioritura in un bel vaso di terracotta con le greche nel bordo, leziosità di maestro vasaio nel mio mondo contadino. Era la conferma del trionfo definitivo della primavera anche sulle ultime code di inverno brumoso: giochi e ruzzoli garantiti a lungo all’aria aperta con i compagni di birbonerie innocenti! In campagna, a ridosso di una casupola, deposito degli attrezzi da lavoro e ricovero d’emergenza per la calura eccessiva come per i temporali improvvisi, c’era il pozzo a garanzia di irrigazione dell’orto con i solchi di geometrica fattura a produzione di peperoni rossi, gialli e verdi, di melanzane violacee, di pomodori e fagioli al palo. E, ad arredo, non mancava mai una siepe rigogliosa di rose “carmosine” all’abbraccio di muretto in pietra viva con carrucola e secchio multiuso: approvvigionamento idrico e  contenitore del raccolto di primizie. Queste schegge di memorie d’infanzia accendono fotogrammi alla moviola della vita ora che, sul semicerchio di terrazzo della casa, “esilio dorato” al quartiere Parioli di Roma, ho creato un surrogato di miniorto/giardino, in cui fa bella mostra una rosa rigogliosa di fioritura. E, a percorso a ritroso di memoria, mi ritrovo studentello di prima  media alle prese con l’ABC del latino a cantelinare, come tutti la rosa/rosae della prima declinazione con nell’aria immagini di luce e folate di profumi nella fredda aula illuminata, però, dal sorriso di una compagna brunetta vispa e maliziosetta, a cui facevo il filo e, nell’ora d’aria dell’intervallo, nello slancio impetuoso di una galanteria precoce, regalai un bocciolo strappato con violenza dalla siepe che ornava il giardino della scuola. La sua faccia una vampata di rossore sotto lo sguardo apparentemente severo, ma in effetti tollerante e comprensivo della professoressa di Lettere, che io, impertinente ed impiccione, avevo sorpreso in atteggiamenti inequivocabilmente  molto “confidenziali” con il professore di ginnastica, bello e tenebroso nel fisico aitante.

 

Più grandicello, con le maree del sangue in perenne agitazione, mi eccitavano di desideri e di fantasie erotiche i versi dei lirici greci, di Archiloco soldato ma anche amante: “Aveva un ramoscello di mirto e gioiva/ e un fiore bello di rosa/ la chioma le ombreggiava gli omeri e le spalle…”;  ma anche Saffo dolce e divina  maestra di grazia, di eleganza e di sottile erotismo per le ragazze del gineceo di Lesbo: “Tu sei più bella del latte/ e più tenera di una rosa…………………/ Quante corone di viole/ e di rose e di salvia ti ponevi sul capo………../ Che intrecci di ghirlande al collo delicato – erano fatte/ dei fiori della primavera!…./ sfogavi sopra morbidi letti desideri di tenere compagne

 

E i miei occhi ardenti di desiderio si appuntavano sul viso di fuoco e sul seno in fiore della compagna che mi ricambiava attenzione e interesse. Fu una love story breve ed intensa, interrotta bruscamente dal trasferimento del padre, maresciallo dei carabinieri, in un’altra città. Non l’ho più rivista, anche se spesso, il ricordo mi ha terremotato cuore, anima e pensieri, anche quando il mio mestiere di professore di latino e greco mi ha portato, per alcuni anni, a commentare Archiloco e Saffo con qualche giustificato turbamento nei ricordi.

 

Nel nostro territorio fiorì la civiltà di Poseidonia/Paestum, la mia Itaca, di cui ho indagato con rigore e passione la storia. Ho scoperto che qui le rose erano profumatissime e vi fiorivano due volte all’anno, come testimoniano Properzio, Marziale e Virgilio, tanto per citarne alcuni.

 

Forse anche per questo le rose restano per me i fiori più apprezzati. Ed ogni qualvolta Massimo Ranieri, o qualche suo epigono, intonano “Rose rosse per te…”, il pensiero corre alle tante donne a cui nella mia vita ho inviato rose, che restano, per me ma credo non solo per me, il simbolo di maggio, della primavera e dell’amore. E mi sboccia ancora un tenero sorriso con un tonfo al cuore per quella compagna di liceo strappatami da un …trasferimento militare, alla quale in un impeto incontrollato ed incontrollabile avevo recitato con inequivocabili intenzioni i versi di Cielo D’Alcamo :”Rosa fresca aulentissima ch’appar’ inver l’estate/ le donne ti disiano, pulzelle e maritate“.  E fu, quel trasferimento, come una violenza su una rosa in esplosione di grazia e di profumo sullo stelo in un maggio di tanti anni fa. Ma mi stuzzica il cuore e mi sollecita, e solletica la fantasia anche un bel canto popolare, che gli innamorati del mio paese dedicavano alla donna del cuore come “serenata” sotto la finestra nelle notti di luna piena quando più intenso si fa il desiderio di comunicare amore. Sono versi bellissimi, dolcissimi e delicatissimi ed hanno il ritmo e la musicalità di uno strambotto provenzale: E rosa siti e Rosa ve chiamati/ e lu colore re le rose aviti/ Quanno a ssa fenestrella v’affacciati/ lo sole miezo l’aria ntratteniti/ Ma quale pena a lo core me dati/ quanno veriti a me ve nne trasiti!

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it

 

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