Renato Barisani, l´arte sinonimo di libertà

0

Le parole solcano il foglio come un anarchico pentagramma, un flusso di pensieri che si snoda in tutte le direzioni, costeggiando masse colorate ora addensate, ora ridotte a linee. Raccontano il bisogno di una creazione che liberi l’intelligenza e la fantasia, il ripudio di ciò che è convenzione e ricordo, dogma e imitazione, l’abbattimento dei pregiudizi. Sono le prime inquadrature di “L’arte, un viaggio infinito verso l’ignoto alla scoperta del futuro”, il video che Fabio Barisani ha dedicato al padre Renato, scomparso nel 2011 e presentato con successo presso la Fondazione Filiberto Menna nell’ambito di “Arte di sera. Un artista, una città”, il progetto a cura di Stefania Zuliani. Nell’incontro, arricchito dagli interventi di Angelo Trimarco e Olga Scotto di Vettimo, curatori di due mostre a lui dedicate a Castel dell’Ovo nel 2000 e al PAN, Palazzo delle Arti nel capoluogo partenopeo nel 2008, l’opera ha ricostruito agilmente le numerose fasi lungo le quali ha preso corpo l’itinerario del celebre artista legatissimo alla sua Napoli, passato dal figurativo, al concreto informale, al periodo meccanico, fino a un’astrazione più sintetica ed organica in cui la progettazione e l’improvvisazione si uniscono. La scelta di ricorrere ai materiali più disparati alla luce di un impegno continuo dell’arte a incidere sulla realtà porta quello che Massimo Bignardi ha definito “un inglese napoletano” per il rigore e che. secondo Mario Costa, è apparentemente assoggettato alla forma, per liberare la genesi delle forme stesse, a un lavoro che non produce oggetti, ma esperienze, in cui il coinvolgimento del pubblico è cruciale. Il “Grande Arco” a Castel dell’Ovo e la scultura “Ritmo nello spazio” presso la stazione Salvator Rosa –che ricorda il ritmo del jazz- sono tutti progetti che ridefiniscono gli spazi di Napoli, facendo della struttura e del suo contesto le forze di un dialogo sempre aperto. Le scene che mostrano graffiti e usura del tempo sulla realizzazione nei giardini presso Piazza Quattro Giornate al Vomero testimoniano concretamente come ciò che l’artista crea sia sempre in prima linea, esposto senza limiti a tutte le sollecitazioni possibili. Il racconto visivo, che riunisce materiali di interviste e opere che guardano a correnti diverse, mostra Barisani in tutte le fasi del lavoro che precedono un quadro o un manufatto e la macchina da presa interroga con amorevole pazienza l’oggetto del suo sguardo, senza che ciò escluda un vivo dinamismo nel montaggio. La necessità di mettersi in gioco traspare lucidamente da ogni fotogramma. Lo stesso Barisani sottolinea a più riprese come non abbia l’abitudine di accontentarsi di una qualsiasi soluzione. Ciò a cui dà vita è un lavoro compiuto e al tempo stesso il punto di partenza verso nuovi approdi. Indifferente al successo facile o alle mode, ha costruito la sua credibilità di interprete dei fermenti del suo tempo, abbattendo qualsiasi frontiera tra prassi espressive eterogenee, lontano da categorie asfittiche. L’etica dell’arte diviene sinonimo di orgogliosa autonomia, prova incondizionata del talento. “Non devi pensare alla politica, alla religione o ai soldi se vuoi fare arte -dice in un passaggio del video- Devi essere totalmente libero”. Nelle ultime fasi la proiezione indugia sulla pagina bianca della raccolta di pensieri critici del protagonista presentata all’inizio. Non il vuoto della morte, ma l’attesa di nuovi percorsi in quel discorso senza fine che è  il pensiero artistico. Gemma Criscuoli