Il Quartetto Galilèe alle soglie del Novecento

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Questa sera, alle ore 21, la formazione sarà ospite del teatro Verdi di Salerno. In programma musiche di Dvoràk, Webern e Debussy

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

Il cartellone concertistico del teatro Verdi, sarà inaugurato questa sera, alle ore 21, dal prestigioso Quartetto Galilèe, composto dai violinisti Agnès Crepel e Philipp Laurent, dal violista Jonathan Nazet e dal cellista Jean Ferry. Sicuramente coinvolgente il programma che vedrà l’esecuzione di celebri pagine dedicate a questa formazione di Antonin Dvoràk, Anton Webern e Claude Debussy. Dei dieci Quartetti di Dvoràk,  l’op. 96, che ascolteremo in apertura di serata, è di gran lunga il più noto.Gli schizzi della composizione risalgono al giugno 1893, nei giorni fra l’8 e il 10, un lavoro che Dvorak conclude entro il mese nel suo soggiorno di vacanze estive a Spillville, una piccola città dello Iowa in America. Qui a Spillville Dvorak ritrova così presso gli emigranti cechi le sue radici nazionali e scopre al tempo stesso la musica dei neri, i loro canti di preghiera così, come i canti di festa o di dolore. L’opera è nota anche  per questo con il titolo di “Americano” o “negro”. Diverse sono le suggestioni che troviamo in questa composizione: quella della natura, del ruscello presso il quale Dvoràk era solito passeggiare alle quattro di mattina e che richiama, all’inizio,l’incipit della scena analoga che ispirò Beethoven nella sua Sinfonia Pastorale, ma, ancora la stilizzazione del canto degli uccelli che Dvoràk ricordò esplicitamente  così come c’è un richiamo alla scrittura organistica, lo strumento al quale Dvoràk componeva nella chiesa del paese dopo il rientro dalle sue passeggiate mattutine. C’è poi una testimonianza del figlio di Dvoràk, Otakar, che ci parla del contatto del compositore con  le popolazioni indiane che danzarono e  fecero musica per lui più di una volta. Un confronto, quello con la musica nativa, di cui il compositore ebbe modo di parlare molte volte in America in diverse interviste giornalistiche. Così in quella al New York Herald del 15 dicembre 1893 possiamo leggere:  “Da quando sono arrivato in questo paese mi sono profondamente interessato alla musica nazionale dei negri e degli indiani. Il carattere, la vera natura di una razza è contenuta nella musica nazionale. Per questo motivo la mia attenzione si è rivolta verso queste melodie native”. Il rapporto di Anton Webern  con la classica formazione del quartetto d’archi  è stato uno dei più ricchi e tormentati del Novecento musicale, e riflette senz’altro il profondo senso della tradizione di questo grande compositore, ovviamente della scuola “viennese”. L’intera carriera compositiva di Webern è costellata di singoli movimenti, completi o in abbozzo. Di tutta questa produzione un solo brano è entrato stabilmente nel repertorio quartettistico: il cosiddetto Langsamer Satz (Movimento lento) del 1905, che verrà proposto dal Quartetto Galilèe. La genesi del brano, senza dubbio uno dei motivi per cui esso è oggi ben conosciuto,  è legata a colei che sarebbe diventata la moglie di  Webern: Wilhelmine Mörtl. Nei primi mesi del 1905 Webern fece con lei una gita di cinque giorni nella pittoresca regione del Waldwinkel, nella Bassa Austria.  «Il cielo  è straordinariamente azzurro» scrive Webern nel suo diario «camminare per sempre tra i fiori, con la persona più cara accanto, sentirsi totalmente un tutt’uno con l’Universo,senza pensieri, liberi come l’allodola nel cielo sopra di noi  – Che splendore!». Sotto l’effetto di queste emozioni, il compositore scrisse Langsamer Satz, caratterizzato da quell’ atmosfera espressiva e stilistica, simile a quella del celebre sestetto di Schönberg Verklärte Nacht (1899), che Webern prese evidentemente a modello. Atmosfera lirica, espansa, in deciso contrasto con l’essenzialità aforistica che sarebbe di lì a poco diventata carattere saliente della poetica weberniana, ma il movimento mostra comunque una ricchezza di artifici contrappuntistici – come ad esempio l’inversione del tema principale – che sarebbero divenuti parte integrante del linguaggio maturo del compositore. Finale affidato al Quartetto op.10 di Claude Debussy in Sol minore, datato 1893, che innesta gli elementi di una sua, ormai, raggiunta originalità stilistica nella forma e nello stile consolidati del genere tardo-romantico; in particolare la forma ciclica di César Frank, mentre nella timbrica e nell’articolazione dinamica ed espressiva le somiglianze più evidenti sembrano essere con la musica da camera di Brahms e Dvoràk. L’ambiguità di questa mistura si nota fina dall’Animé et très décidè, in cui un unico tema viene di volta in volta variato , ma secondo quella raffinata trasfigurazione del Prèlude à l’après-midi d’un faune. Assimilabile a uno dei pezzi parnassiani del giovane Debussy è l’Assez vif et bien rythmé , mentre l’Andantino doucement expressif passa dal lamentoso tema iniziale ad un animato crescendo, per chiudere con un’estenuata coda in pianissimo. Il finale Très modéré, pare sia stato ispirato dall’ascolto del Christus di Liszt e riporta l’intero quartetto ad una certa, anche se un po’ forzata unità stilistica e strutturale.

 


 

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