Il gruppo Alvi e i 13 milioni mandati indietro dalla banca

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Al processo sul fallimento ricostruita la crisi della famiglia Villani dal curatore fallimentare SALERNO — Se il gruppo Alvi dell’ex presidente della Provincia di Salerno, Angelo Villani, avesse avuto la disponibilità di 44 milioni non sarebbe fallito. Avrebbe sanato il debito di bilancio e sarebbe stato in grado anche di far fronte alla crisi economica. Il curatore fallimentare, Tommaso Nigro, al banco dei testimoni della prima sezione penale di Salerno, lo ha detto senza mezzi termini. Così come ha ribadito, durante l’esame condotto dall’avvocato Giuseppe Fauceglia, che rappresenta i creditori delle dieci società controllate dal gruppo aziendale di famiglia travolto dal crac, che quei 44 milioni di buco in bilancio non avrebbero scatenato il depauperamento che il pm Vincenzo Senatore imputa a tutti i componenti della famiglia Villani. Ci sono tre dati che emergerebbero dalla relazione del curatore fallimentare. Primo: nella voce ricavi dell’atto di bilancio mancherebbero 33 milioni. Secondo: il debito previdenziale in quattro anni si è raddoppiato, passando dai 2 milioni e 641 mila del 2004 ai 5 milioni e mezzo del 2008. Contributi previdenziali, insomma, mai versati. Terzo: è lievitata anche la situazione debitoria tributaria. Nel 2008 l’azienda doveva allo Stato 8 milioni e 400mila euro. Ma è nel 2009 che la situazione precipita. La Banca della Campania manda indietro assegni per 13 milioni e ad agosto 2009 si apre una voragine finanziaria che porterà al fallimento. E l’unica giustificazione che viene mossa alla famiglia Villani è di essersi resi conto troppo tardi della grave situazione economica. Non troppo, continua a sostenere l’accusa, se la cessione di alcuni rami d’azienda dall’Alvi alla SuperAlvi è servita solo a distrarre il patrimonio della società madre. E anche a permettere ad Angelo Villani di incassare 300 mila euro anche quando non era più amministratore della società. Ed è a questo punto che interviene la difesa dell’ex presidente. Gli avvocati Gennaro Lepre e Felice Lentini hanno cercato di dimostrare che Villani aveva diritto ad una piccola percentuale sul fatturato dell’azienda e che in realtà l’attività dell’Alvi si è interrotta nell’agosto 2009 e non ad ottobre come sostiene il curatore. C’è infine un altro particolare: la valutazione di stima del supermercato “gonfiato” da 60 a 110 milioni secondo la Procura. La difesa ricorda al curatore che nei calcoli deve rientrare anche il valore maggiorato dall’avviamento.

FONTE CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

INSERITO DA ANGELA CECERE

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