Ravello e la "Settimana di Passione" VIDEO

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In questi giorni che ci introducono al Triduo Pasquale è di estremo interesse riproporre un articolo scritto negli anni Ottanta dal compianto M° Mario Schiavo sui canti della tradizione popolare tramandati oralmente in Costa d’Amalfi, echi di antiche melodie.

A Ravello i “Battenti”, eredi della pia devozione che ha animato il cammino delle Confraternite sin dal XV secolo, costituiscono ancora oggi la forma più spontanea e commossa di partecipazione popolare in questo tempo forte dell’anno liturgico. Nella notte tra il giovedì e il venerdì della “Settimana Santa”, notte di adorazione e di meditazione, la preghiera si dispiega per le vie della città, diventa canto che affida ai melismi del sacro corteo, in visita ai “sepolcri”, la tristezza dell’uomo innanzi ai Misteri della Passione, Morte e Sepoltura di Cristo.

I versetti accorati, tramandati di padre in figlio, si innalzano al cielo stellato del plenilunio e si diffondono nella luce livida che brilla nell’ oscura solitudine dell’uomo mentre l’odore soave della zagara si diffonde tra le contrade accarezzate da un candido fiume silente di penitenti incappucciati.

 

“Il Canto dei Battenti”, una pratica secolare che ci aiuta a riscoprire i valori fondanti della nostra Comunità, quell’intimo legame tra il presente e il passato, l’immenso patrimonio demo-etno-antropologico di una Città dalle “radici sante” che il M° Schiavo voleva degna “della sua nobile storia, meno provinciale nelle scelte culturali e artistiche, attenta ad evitare inopinate colonizzazioni”.

 

Luigi Buonocore 

 

 “E’ primavera e laggiù, sui monti degli Alburni, già si sono sciolte le nevi! Da quei rosei contrafforti degradanti sulla piana del Cilento – traslucenti, meravigliose “quinte” al Golfo di Salerno – giunge a noi, sulla costa d’Amalfi, un sole novello sotto il quale svaporano, in leggera nebbiolina azzurrognola, vigneti e agrumeti.

 

 E’ la stagione che coincide con la settimana cosiddetta della “Passione” e così, mentre per l’aria già vanno sottilissimi profumi di fresie e di viole a ciocche, ci par di sentire echi di antiche melodie, meste e dolenti, rievocanti, in maniera popolare, il compimento del dramma di Gesù sulla terra. A quanti anni esse risalgono? E’ difficile stabilirlo.

 

Ci siamo volutamente interessati per stabilirne le origini, esaminarne le strutture poetiche e musicali o considerarne le peculiari caratteristiche che le rendono preziose ed autentiche voci di una “liturgia minore”, piene di mistica espressività e di pietà cristiana, capaci di sopravvivere compostamente nell’alveo dei canti propri della Chiesa.

 

Da tempo immemorabile esse si cantano, si tramandano e si diffondono per le vie e per le piazze dei nostri paesi soltanto con l’iniziativa spontanea e fervorosa di gruppi di cantori locali . Ci è sembrato doveroso parlarne e renderci utili per una loro più perfetta esecuzione e conservazione.

 

Dalle melodie raccolte o dalle scelte fatte risulterebbe che le predette melodie erano già conosciute sin dalla fine del secolo scorso. Per alcune è alquanto opinabile sostenere che siano qui pervenute da regioni limitrofe né ci consta che tutte si conoscano fuori dall’area.

 

Quelle di cui ci interessa parlare sono: 1) “Coro dei Battenti”; 2) “Il pianto di Maria”; 3) “Stava Maria dolente”; 4) “Perdono mio Dio” 5) “Sento l’amaro pianto”; 6) “Veder l’orrenda morte”.

 

Poiché risultavano tramandati per memoria (o “ad orecchio”) abbiamo ritenuto provvedere ad una loro trascrizione grafica e ad un ripristino melodico-ritmico-armonico conservandone, il più possibile, la loro integrità originaria e la loro genuinità. Allo scopo, poi, di scongiurarne la perdita o eventuali deformazioni (immancabili nei casi di canti popolari) si è ritenuta utilissima la loro registrazione su nastro magnetico. Si raccomanderebbe, allo stesso scopo, un’eguale verifica sui testi letterari i quali, pur col rispetto della tradizione, andrebbero corretti in ossequio alle disposizioni emanate dalle autorità ecclesiastiche.

 

Su questi canti bisogna fare un discorso separato e cominciamo col primo, cioè: il “Coro dei Battenti”. E’ questo più interessante in ordine al pregio artistico, drammatico e genuinamente popolare. In quanto è più inedito e remoto pensiamo possa essere considerato affine a quei canti scaturiti dal sentimento popolare e che risalgono alle “sacre rappresentazioni” medievali o alle manifestazioni delle “compagnie dei flagellanti” o “battenti”. Non sarebbe difficile, indagando, ritrovare i nessi di connotati con quei filoni storici e civili, culturali e religiosi, concretizzatisi per via di influenze ed esperienze di popoli con cui si ebbero rapporti del medioevo, le cui arie di cultura sono ben conosciute (Sicilia e Puglia, Umbria e Toscana e più da vicino Napoli).

 

È singolare questo canto perché risulta l’unico esempio di canto corale avente caratteri nettamente diversi dai soliti canti “devoti” di genere “monodico” od “omofonico” (cioè un’unica melodia eseguita ad unisono da più voci). In esso compare un semplice ma interessante innesto di voci plurime su di una voce solista che prima ha vocalizzato lungamente in maniera melismatica quasi a guisa di nenia profana o di “tropo” liturgico.

 

Oltre all’ alternarsi del “solo” e del “tutti” (caratteristica questa già importante) vi è l’accoppiamento polifonico di tutte le voci in semplici ma austere combinazioni accordiali di terze, quinte e ottave, elementare procedimento che farebbe pensare a un tipo di “discanto” già noto nei secoli XII e XIII. È naturale che non si possa parlare di forma “contrappuntistica” evoluta, ma di un esempio nel quale il popolo, improvvisando liberamente, conosce il modo di unire, sovrapporre ed eseguire simultaneamente note diverse, discostandosi così, per libera “invenzione” o intuizione, da forme di “canto corale” sviluppatesi nella paesi meridionali ed insulari italiani .

 

Abbiamo poi la melodia de “Il pianto di Maria” che pure si discosta molto da altre sia perché è di una estrema espressività (un modo minore della sua semplicissima articolazione in un “giro armonico” basato sui tre accordi fondamentali) e sia perché, nella chiusura finale, si impreziosisce di un raro e caratteristico richiamo alla “seconda napoletana” piena di velata mestizia. Per questa ultima particolarità ci piace ricordare ciò che dice E. Gubitosi: “Questa scala in cui vive l’ellenico tetracordo dorico, si riscontra in non pochi canti popolari napoletane siciliani”.

 

Il canto “Perdono mio Dio”, dal breve periodo di otto misure, è pure esso in modo minore. Il popolo lo segue facilmente a due voci parallele onde riesce più suggestivo proprio per l’efficace complementarità della seconda voce.

 

Abbiamo ora, per ultimi, i canti “Sento l’amaro pianto” e “Veder l’orrenda morte” i quali, oltre a essere più estesi, si avvalgono anche di un accompagnamento strumentale. Il testo è ripreso dalle strofe della “Via Crucis” (IV e XII stazione) e la musica pare sia attribuita a un maestro dell’800 (Giacomo Tirabassi, padre del musicologo amalfitano Antonio?)

 

Questi due brani sono bellissimi e rappresentano, senza esagerazioni, quanto di meglio v’è nella tradizione corale popolare dei nostri paesi. Pur risentendo di un gusto un po’ melodrammatico, imperante nel secolo scorso e allorché essi furono composti, (il tema di “Veder l’orrenda morte” ha reminiscenze col tema della preghiera “Dal tuo stellato soglio” del “Mosé” di Rossini), rendono bene la grave e pietosa scena del Cristo Morto.

 

E qui concludiamo. Sulle note di questi canti, espressione familiare devota di nostra gente, ci par di rivedere volti di persone che furono, una folla di uomini di ogni condizione che s’accalca e s’appresta a cantare spontaneamente,un nugolo di bambini vestiti da “angeli” elevati o sciamati in processione nell’ora in cui “si copre il sole” e salgono verso il cielo che imbruna le ultime parole: Trema commosso il mondo / il sacro Vel si spezza / piangon per tenerezza / i duri sassi ancor”.