Il poeta fanciullo

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Poiché il governo italiano, allo scopo di  evitare un dispendio di danaro in un momento di crisi economica,  ha deciso di non dare luogo a celebrazioni  per  il centenario della morte di Giovanni Pascoli, avvenuta il 6 aprile
1912, noi della prima A e della seconda B della Scuola Secondaria di Positano  abbiamo  deciso di ricordare questo avvenimento.

 Questa nostra decisione nasce dal fatto che abbiamo imparato ad amarlo attraverso la lettura di alcune sue poesie, quali “La mia sera”, “La quercia caduta”, “La cavalla storna”, “L’ aquilone”, “X agosto”, e siamo stati
profondamente colpiti dalla sua vicenda personale (Pascoli aveva perso il padre e aveva affrontato una vita irta di difficoltà).

 Le poesie di  Giovanni Pascoli  ci sono apparse fin dal primo momento molto semplici e facilmente comprensibili grazie al loro linguaggio, che è anche pervaso da una grande musicalità.

 Inoltre a insistere su questo autore, come solo un fabbro sa fare con il suo martello su un ferro rovente,  è stata la professoressa  Cinque,  particolarmente appassionata delle sue liriche.

 Abbiamo scoperto  una poesia semplice, malinconica, nostalgica, i cui temi sono la natura, la famiglia, i ricordi del passato e, in generale, le piccole cose di ogni giorno, che nel loro più  profondo significato ci
rivelano  frammenti di verità  e diventano simboli di concetti  e sentimenti profondi (ad esempio il nido diventa nella sua poesia simbolo della famiglia).

 Dai versi de “La cavalla storna” viene fuori l’immagine di un animale estremamente intelligente e fedele, che non obbedisce  all’ istinto di scappare per lo spavento,
anzi rallenta il suo corso affinché Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, faccia in pace la sua agonia, e alla fine con il suo nitrito si fa accusatore dell’ assassino  del suo padrone.

 Emozionante è stata la lettura  del “X agosto”,  in cui le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo diventano un pianto del cielo su una terra inondata dal male.

 Interessanti sono stati anche i versi de “La quercia  caduta”, in cui il poeta ci invita a riflettere su una realtà molto triste:  gli  uomini riconoscono la grandezza e la bontà dei loro simili solo dopo la morte, quando ormai è troppo
tardi.  

 Ne “La mia sera” il poeta parla di una sera calma e serena, che segue una giornata di tempesta, facendo riferimento alla sua vita e ritenendo la sua vecchiaia un momento di pace e di tranquillità, seguente una
gioventù difficile e tempestosa.

  Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino, esplicitata in un testo di 20 capitoli, in cui viene detto che riesce ad essere poeta colui che fa parlare il fanciullino
che è dentro di lui.

 Questo fanciullino “rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce; egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella; piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri
sensi ed alla nostra ragione”; guarda tutte le cose con stupore e con meraviglia, non coglie i rapporti logici di causa – effetto, ma intuisce; “scopre nelle cose le relazioni più ingegnose”; riempie ogni oggetto
della propria immaginazione e dei propri ricordi, trasformandolo in simbolo.

 Per tutto ciò che abbiamo detto, riteniamo che sia giusto ricordare Giovanni Pascoli, uno dei più grandi poeti italiani, a cento anni di distanza dalla sua morte.

 

Classi I A e II B

 

Scuola Secondaria di Positano