La Teologia come poesia di Dio

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Applaudita la conferenza del Prof. Giulio D’Onofrio protagonista del terzo appuntamento del progetto promosso dalla Società Filosofica Italiana

 

 

Di Gemma Criscuoli

La conoscenza? È il mezzo per realizzare se stessi, il vincolo amoroso tra umano e divino. Il fascino del sommo poeta è stato illustrato con sagacia nella conferenza “La teologia poetica di Dante”, presieduta da Enrico Nuzzo e tenuta da Giulio D’Onofrio, ordinario dell’ateneo salernitano, specialista di storia del pensiero in età tardo antica e alto medievale, nel corso del terzo incontro del corso di aggiornamento e formazione per gli insegnanti di Filosofia e Lettere della scuola secondaria. Il corso, che si è svolto presso l’Aula Magna del Liceo Scientifico “Giovanni Da Procida”, è stato promosso dalla sezione salernitana della Società Filosofica Italiana, presieduta da Carmine Mottola, in sinergia, oltre che con il Liceo stesso, con l’ Università di Salerno Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale e il Laboratorio di Filosofia e Linguaggi dell’Immagine sotto l’egida del Miur. Considerato come teologo e  al tempo stesso poeta, l’Alighieri  vede nella scienza l’attuazione delle qualità dell’anima e il Convivio nasce dalla finalità educativa di condividere il sapere, ma non è un caso che rimanga incompiuto. L’opera è in fondo la celebrazione della propria gloria di sapiente e non viene conclusa, perchè l’autore capisce che deve espiare il rifiuto di partecipazione al bene, dato che non ha raggiunto la perfezione, intesa aristotelicamente come pieno compimento della propria natura. Attraverso precisi raffronti filologici, D’Onofrio ha proposto un’interpretazione affascinante dei passi cruciali della Divina Commedia. La selva oscura è tradizionalmente associata al peccato, interpretazione che sembra contrastare con il verso “per trattar del ben ch’io vi trovai”. I vocaboli usati dallo scrittore lo accomunano però a Bruno di Segni, monaco vissuto tra il X e l’XI secolo divenuto poi vescovo, che adotta l’immagine con riferimento alla complessa congerie di nozioni nella sua Expositio in Pentateucum. La selva allora diventerebbe equiparabile alla Sacra Scrittura, che il pellegrino non comprende, schiacciato da un senso di amaro disorientamento. Dal momento, inoltre, che dilectio è nel Medioevo sinonimo di caritas, lo studioso ha ritenuto che il “dilettoso monte” sia il Vangelo, il cui messaggio d’amore è stato precluso a Dante dalla ricerca di false immagini di bene. La bellezza invisibile, quella dello spirito, si cela poi dietro la bocca di Beatrice, indicata dalle virtù teologali in un altro passo della Commedia, così come il grifone è immagine cristologica perché reca in sé due nature. “Se il teologo è superiore al filosofo, perché la sua indagine parte dalla rivelazione, il poeta, per quanto incapace di riportare l’assoluto in tutta la sua bellezza, è superiore al teologo, perché solo lui può esprimere ciò a cui la ragione non giunge -ha precisato il professore- Qualsiasi avvicinamento alla verità è avvicinamento al creatore, fiducia nel superamento dei propri limiti verso un ordine superiore”. Non si può allora che dare ragione a Boccacio quando scrive  “La teologia niun’altra cosa è che una poesia di Dio”.