ALLARME CAMORRA NELLA COSTA D´AMALFI E NELLA PIANA DEL SELE-POLITICA ANTIPOLITICA APOLITICA.

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Le inquietanti notizie della penetrazione/occupazione della malavita organizzata nella Costa d’Amalfi con il conseguente inquinamento delle attività produttive nel settore del turismo lanciano un allarme sinistro sul futuro del territorio e ne feriscono a morte l’immagine. Ed è stupefacente il silenzio assordante della politica locale che, a sua volta, non dà prova di trasparenza, ma se mai di complice arroganza, nella gestione della Cosa Pubblica (Amalfi docet). La stessa cosa succede a Paestum, nella Piana del Sele, dove la fetta degli affari è più cospicua ed investe non solo il turismo ma tutte le attività produttive. Non possiamo e non dobbiamo tacere con la passività colpevole. Urge alzare la guardia. Non possiamo dimetterci da cittadini nel senso più pieno del termine. A chi è ancora fecondato nel cuore, nell’anima e nei pensieri dall’impegno civile, sottopongo la lettura di questa mia analisi un pò amara ma vera.

C’era una volta (un secolo fa!) nella Prima Repubblica, la Politica. Esistevano valori per i quali ci si accapigliava. Trionfava l’ideologia, non l’ideologismo, per cui ci si batteva. Operavano i Partiti, come punto di riferimento della militanza, con i loro santuari, piccoli e grandi (sezioni, federazioni provinciali, Direzione nazionale) in cui si officiavano i riti della formazione dei quadri, della selezione della classe dirigente, della formazione delle liste per le elezioni locali e nazionali, per la scelta dei designati a ricoprire incarichi di sottogoverno ma, soprattutto, per la stesura dei programmi che, su indicazione di direttive nazionali, si calavano nelle realtà territoriali, innervate ai problemi concreti della gente. E sì, perché i Partiti, per loro stessa definizione si sforzavano di interpretare esigenze e problemi di categorie e di gruppi, di una “parte”, cioè, per canalizzarli, poi, in progetti in grado di sinergizzarsi con il tutto, nella visione organica di uno sviluppo armonico della società. Era la grande lezione della vita della Politica, che non perdeva mai di vista la bussola dell’orientamento dell’interesse generale, pur nella lotta della quotidianità per l’affermazione della propria “parte”, che incideva nei programmi dei governi locali e nazionali in rapporto al consenso che riusciva a riscuotere nelle libere consultazioni elettorali combattute con grande partecipazione e  passione civile. I leaders nascevano sul campo nella trincea della battaglia, in rapporto alla capacità di elaborazione ideologica e del carisma nella conduzione della battaglia. 

Oggi è morta la Politica, tumulata l’ideologia, santificato il pragmatismo. I Partiti, per quell’ombra sfumata che ne resta, sono quasi sempre esclusivamente Comitati Elettorali, spesso comitati di affari. I leaders vengono consacrati per autoproclamazione. Scarseggiano i militanti, trionfano i servi, piccoli e grandi, vogliosi solo di entrare nel giro del clientelismo, del familismo e dell’affarismo per portare a casa, con aria di trionfo, una briciola di potere e/o di privilegio. La stessa simbologia delle forze politiche man mano è venuta meno. Che forza, invece, la croce della DC, che poteva contare nella tradizione del messaggio di solidarietà cristiana sul valore della libertà e dell’emancipazione dell’uomo nel segno della giustizia! Che dirompenza la falce ed il martello del vecchio PCI, che santificava il lavoro dei campi e delle officine! Che ricchezza di messaggio nella falce, nel martello, nel libro con sullo sfondo il sole nascente dell’antico PSI, che accomunava nella stessa fede contadini dei campi, operai delle fabbriche ed intellettuali delle scuole e delle università, nella speranza di un avvenire migliore nella solarità di una stagione nuova di uguaglianza e fratellanza!

Roba del museo della memoria, diranno gli affaristi vecchi e nuovi che, all’ombra di quei simboli, non riuscivano a fare attecchire il malaffare, ”laudatores temporis acti”, sottolineeranno, con sussieguosa supponenza, quanti non furono fecondati dalla forza dirompente degli ideali. Anacronismi, diranno i giovani rampanti cresciuti alla scuola dell’arrivismo senza scrupoli. Eppure lì c’è la storia, ci sono le radici di una democrazia che, se vive ancora, lo deve a quei principi basilari. Oggi imperversano sindaci, presidenti e governatori, che ostentano potere e boria, incapaci di dialogo e confronto, risentiti ed offesi, per diritto di lesa maestà, se gruppi disobbedienti o giornalisti ficcanaso gli scoprono gli scheletri nell’armadio e mettono, giustamente, in piazza, inefficienze o, peggio ancora, clientelismi ed affarismi, camuffati da consulenze. 

Facemmo tutti e con convinzione, a metà del secolo scorso, la sacrosanta battaglia perché gli eletti nelle istituzioni, piccole e grandi, periferiche o centrali, ricevessero un compenso nella logica di un principio che il tempo speso per la collettività ricadesse sui costi della collettività, alla quale l’eletto rendeva un servizio. E ciò per non consentire il sequestro della rappresentanza delle istituzioni da parte dei rappresentanti delle sole classi abbienti per casta e censo. Oggi la retribuzione è uno stipendio, un sine cura per un esercito di nullafacenti, che hanno scoperto la strada della politica per una vita negli agi per sé e per la famiglia. Per non parlare  della marea dei portaborse, arroganti e supponenti, che crescono a dismisura con la sola qualità della fedeltà servile al  capo che li sponsorizza. E gli eletti sono in buona parte esponenti  funzionali per categoria o gruppo, imposti, comunque, per volontà indiscussa ed indiscutibile del capoclan. E si moltiplica la schiera di mogli, amanti, fratelli e famiglie baciati dal successo di appartenenza. Se contro questo populismo dilagante, senza vincoli, senza freni e senza il benché minimo pudore della decenza (Lombardia e Puglia gli ultimi casi dirompenti), si leva la voce della protesta e dello scandalo dei pochi liberi, intellettuali e non, c’è la tacita legge bipartisan della sottile criminalizzazione, del disprezzo maltaciuto e della conseguente emarginazione. E la democrazia muore, giorno dopo giorno, nel falò dei valori più alti, mentre la malavita cresce, si rafforza, si ramifica e si organizza fino a creare l’anti-stato.

Di qui nasce e cresce l’ANTIPOLITICA.

Quella organizzata dei clan camorristici nei vari intrecci inquinanti ed inquietanti con le istituzioni e parti rilevanti dello Stato, con la complicità di politici e funzionari corrotti. Si apposta con propri rappresentanti, tanto capaci quanto cinici, nei gangli vitali delle Istituzioni pubbliche, e si impossessa dei meccanismi di sviluppo della vita produttiva, inquinandoli e distorcendoli. Sono i colletti bianchi del riciclaggio del danaro sporco nelle grandi compagnie alberghiere, negli uffici tecnici dei piani regolatori, nelle reti di import-export, oltre che, naturalmente, nello spaccio di stupefacenti e nel commercio dei rifiuti, il nuovo eldorado del malaffare. Nella Regione Campania l’unico turismo florido è proprio quello dei rifiuti. La “monnezza” viaggia a ritmo continuo, in bassa come in alta stagione: la nostra viene smerciata al Nord e all’estero a prezzi da capogiro sulle tratte dei treni  o sulle rotte delle navi delle ecoballe, quella dei “rifiuti tossici”, proveniente dalla Lombardia, dal Veneto, dall’Emilia Romagna e, spesso, anche dall’estero, viene interrata nei campi un tempo fecondi di agricoltura di qualità nelle pianure della Campania Felix ed impesta frutta e verdura, che passa regolarmente sulle nostre tavole ad incubare tumori. Ed un giornalista scrittore coraggioso, Roberto Saviano, è costretto a vivere sotto scorta per aver denunziato con forza il “sistema” della corruzione. I Pubblici Poteri, per mettersi in pace con la coscienza, non gli fanno mancare la pubblica e solenne solidarietà. (L’ipocrisia è un vizio antico della classe politica nostrana!)

Esiste, infine, l’APOLITICA.

Cresce a dismisura la schiera di quanti hanno paura di schierarsi e dichiarano pubblicamente e, a più riprese, che sono apolitici, come se ci si potesse dimettere da cittadini. Sarebbe il caso di ricordare a questi don Abbondio della collettività che la “polis”, la società, è di tutti e l’arte di partecipare è un diritto-dovere a rischio di isolarsi, appunto, dal contesto civile.

La verità, però, è un’altra: quello degli apolitici è un esercito di furbi, che con l’alibi di non schierarsi, con la dichiarazione pubblica che la politica è sporca ed è preferibile tenersene lontani il più possibile, di fatto sono in agguato, hanno naso fine, pronti a fiutare come spira il vento e a schierarsi, con tempismo e scaltrezza, con il vincitore di turno e saltare sul carro del vincitore. L’Italia è piena di gente pronta ad accorrere in soccorso del vincitore – come dichiarava Ennio Flaiano con amara ironia. (La formazione delle liste ammucchiate a Paestum ne è una prova eclatante!)

Ma di questo passo il treno prima o poi deraglierà in maniera improvvisa ed irreparabile con la morte definitiva della democrazia e della libera convivenza civile. A meno che non subentrino fatti nuovi che terremotino le coscienze e, dopo la catastrofe, consiglino ed impongano la ripresa sull’onda dei valori della correttezza e dell’onestà.

La speranza, anche se sempre più flebile, è l’ultima a morire.

P.S: Chiedo scusa per la lunghezza ma il tema e la passione civile mi hanno preso la mano.

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it