L´inchiesta/Retata di giudici tributari Viaggi gratis per pilotare le sentenze

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NAPOLI – Un fine settimana in barca o – per non stare in soggezione -, all’hotel Raito, vista mozzafiato sulla costiera amalfitana. Poi, se le cose andavano bene, si poteva ragionare anche su altri probabili benefit, come una serie di polizze di quelle che ti cambiano la vita o, all’occorrenza , una raccomandazione per qualche pupillo di famiglia all’università.
Come a dire: se mi aiuti ad aggiustare un fascicolo, poi a tuo figlio o a tuo nipote che studia alla Federico II ci pensiamo noi. Sistema «gelatinoso» negli uffici della Torre 3 del Centro direzionale, quelli della commissione tributaria provinciale, dove la Finanza ha piazzato una serie di cimici. Lì, nelle aule di udienza, per qualche mese, si è ascoltato di tutto. È il «mercato delle sentenze» di cui parla il gip Alberto Capuano, al termine delle indagini dei pm Francesco Curcio, Alessandro Milita, Ida Teresi. 

Inchiesta che merita una premessa: tutti i professionisti coinvolti vanno ritenuti estranei alle accuse, in attesa di una sentenza definitiva, e potranno raccontare la propria versione dei fatti nel corso del prosieguo del procedimento. Ma come si arriva dal clan Fabbrocino ai giudici tributari, semmai passando per l’università Federico II? Centrale la figura di Annamaria D’Ambrosio, commercialista e titolare della Finsoft (che si è occupata della consulenza a favore del gruppo imprenditoriale di Fedele Ragosta), nonché giudice presso la commissione tributaria. È lei, secondo il giudice, la presunta «promotrice», che interviene per chiedere aggiustamenti di fascicoli. 

I presunti complici.
Ma attorno alla D’Ambrosio, ruotano altre figure professionali: Vincenzo Esposito, giudice tributario, ma anche assistente universitario con ottimi legami con il docente Enrico Potito, titolare della cattedra di diritto Tributario; Ciro Orlando Miele e Michele Tedesco, rispettivamente direttore e vice della commissione tributaria provinciale di Napoli. Partono da qui le indagini sul presunto mercimonio di sentenze giudiziarie, con magistrati impegnati in alcuni processi a fornire consulenze «in nero» alle parti colpite da sanzioni econonomiche, «con danni incalcolabili all’Erario», con tanto di strizzata d’occhio da parte dell’ufficio garante del contribuente della Campania. 

Quattro ricorsi al giorno
Una sorta di record, il 17 febbraio del 2009, quando dinanzi alla 25esima sezione vengono discussi quattro ricorsi, tre dei quali riconducibili al gruppo Ragosta e un quarto che risulta comunque nella rosa di clienti della Finsoft della D’Ambrosio. Quattro fascicoli che sarebbero stati segnalati dalla commercialista al nipote, a sua volta indicato come colui che pilotava l’assegnazione al relatore Paolo Rossi (altro giudice tributario, da ieri ai domiciliari).

Il foglio strappato
Ma per essere sicuri, sempre seguendo il ragionamento del gip Capuano, la D’Ambrosio avrebbe chiesto al nipote Tonino di strappare dal fascicolo di un cliente il foglio delle controdeduzioni dell’ufficio finanziario, prima ancora che le carte arrivassero sulla scrivania della persona indicata. Soluzione draconiana, tanto per evitare problemi a monte, spiegano gli inquirenti. 

Le polizze dello scambio
Ciro Orlando Miele sta per andare in pensione e, secondo la ricostruzione investigativa (ovviamente da ritenere prospettica e non esaustiva), avrebbe provato a giocarsi una carta decisiva per entrare nelle grazie del gruppo Ragosta. È così che «intendeva proporre a Fedele Ragosta, la stipula di polizze assicurative riguardanti l’Hotel Raito, l’Hotel di Taormina La Plage, l’hotel Paradiso e la Lazzaroni, «ciò, al fine di avere “da questo piattino” un vantaggio economico…, anche nella considerazione della gratitudine che egli meritava dal gruppo», scrive il gip. È così che lo si sente dire alla moglie: «Quelli mi hanno sempre rotto tanto il cazzo!! In pratica, adesso sanno anche che devo andarmene, però dicono che io mi sono sempre comportato bene, probabilmente il mio comportamento merita, merita… attenzione». È così che Ciro Orlando Miele riferiva alla moglie che i Ragosta gli «devono in piacere», poi si preoccupava con la moglie di individuare un luogo idoneo per la riunione che – a suo dire – non poteva essere il suo ufficio: «Io in ufficio ho paura di parlare», ma sarebbe stato preferibile «da loro… probabilmente ci sta Ragosta, ci sta Nappi (altro collaboratore di Fedele)», e che tale incontro poteva essere giustificato dal fatto che quelli sono i proprietari dell’immobile dove sto io».

Appuntamento all’Università
Agli atti anche il tentato avvicinamento del dirigente di Equitalia Giorgio Sofia (estraneo alle indagini) da parte del gruppo Ragosta. Anche in questo caso, viene monitorata la condotta di Vincenzo Esposito: è il 4 giugno del 2009 – scrive il gip -, giorno in cui si registra la sospensione delle cartelle di pagamento, quando la D’Ambrosio contatta Vincenzo Esposito, «alla presenza di Fedele Ragosta, per avere rassicurazioni sul buon esito del giudizio e per combinare con lo stesso un incontro riservato per il giorno seguente, presso l’Istituto di Diritto Tributario dell’Università Federico II di Napoli, dove il dottor Esposito esercita l’attività di assistente universitario del professor Enrico Potito».

Ho una nipote che studia
Ma rapporti ritenuti gelatinosi, emergono anche a proposito dei contatti tra lo stesso Esposito e l’impiegato presso la commissione tributaria Gaetano Borrelli. È il due ottobre del 2009, quando Borrelli chiama Esposito, per una probabile segnalazione:
Gaetano: pronto
Vincenzo: Gaetanuccio buongiorno
Gaetano: Eh, caro professore voi dove state?
Vincenzo: no sto in Italia….. sto a casa
Gaetano: a state a casa ? 
Vincenzo: perché volete qualcosa ?
Gaetano: no vi volevo dire, quella nostra … quella mia nipote vorrebbe venire all’università, quando può venire? O lunedì vi trovate a venire voi di qua?
Vincenzo: no, io lunedì tengo un grande incontro perché mi ha chiamato pure un’altra persona che deve fare l’esame con me un maschietto e quindi tra lunedì… vi chiamo io quando vengo ora tengo una giornata un poco balorda…

L’incontro con il generale.
Agli atti dell’inchiesta, anche una relazione di servizio firmata dal colonnello Mendella, comandante del primo gruppo tutela entrate del nucleo di polizia tributaria di Napoli. Cosa scrive il colonnello? Si fa riferimento all’incontro con il generale Barbato (non indagato), in cui quest’ultimo avrebbe tuonato: «Mendella, guardami negli occhi! Ma che state combinando? Vedi quello che devi fare per quelle verifiche, sistema le carte!».

IL MATTINO.IT

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